Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Tahar Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia

Non esiste epoca o società che non conosca il problema del razzismo e che non abbia dovuto cercare delle soluzioni per affrontarlo. Il punto focale della questione, come evidenzia chiaramente lo scritto di Tahar Ben Jelloun, è intervenire prima che il male si radichi negli individui, quindi, sin dall’infanzia, quando alla naturale mancanza di pregiudizio dei bambini è possibile associare un’educazione che consideri il confronto con il “diverso” non come una lotta per la supremazia su un “nemico” ma come la possibilità di un arricchimento reciproco.

Ne “Il razzismo spiegato a mia figlia” lo scrittore ricostruisce un dialogo avuto con la bambina e due sue amiche, che nella trascrizione si unificano nella figura della sola Merièm. A volte si pensa che rivolgersi ad un bambino sia cosa piuttosto semplice. A riprova del contrario si potrebbe testimoniare che questo libriccino di poco più di cinquanta pagine ha conosciuto ben quindici riscritture. Parlare ai più piccoli, soprattutto per spiegare concetti piuttosto sfaccettati, è un’operazione complessa e delicata che non ammette errori poiché il tipo di pubblico a cui ci si rivolge richiede le rare doti della chiarezza, della sintesi e, soprattutto, un’estrema sincerità.

La prima difficoltà da superare in questo percorso ad ostacoli è trovare un buon principio, quello che Jelloun individua nel concetto base da cui muove il razzismo, ossia un atteggiamento negativo verso coloro che possiedono caratteristiche fisiche e culturali differenti dalle proprie, il quale, nei casi migliori si manifesta come diffidenza, nei peggiori come disprezzo. Come già accennato, non è un comportamento innato ma indotto dall’educazione, che si traduce in senso di superiorità o di inferiorità nei confronti del diverso, un termine la cui radice proviene da strano o estraneo ossia “di fuori”, esterno, quindi, colui che viene da altri paesi o luoghi, vicini o lontani che siano. In definitiva, siamo tutti estranei per qualcuno.

Per natura animali ed esseri umani sono ugualmente portati a difendere il proprio territorio ma mentre i primi agiscono guidati dall’istinto che genera una reazione di fronte ad un pericolo reale, nei secondi subentra l’aspetto culturale che può condurre a due opposte conclusioni: comprendere che ormai si vive in una società multietnica oppure radicarsi su pregiudizi che generano e alimentano la paura. Quest’ultima è proprio alla base di quella diffidenza che può degenerare in disprezzo e, successivamente, tramutarsi in collera, una reazione aggressiva spesso strumentalizzata allo scopo di scatenare delle guerre. L’unica maniera possibile per smorzarla è la conoscenza reciproca che scardina il pregiudizio.

Il secondo ostacolo da superare è chiarire il concetto di “razza”, utile nel mondo animale ma inapplicabile in quello umano, poiché non esistono caratteri così determinanti che permettano di distinguere chiaramente i gruppi umani ed il solo criterio legato alla produzione di melanina è davvero poca cosa. Più significative le differenze socio-culturali ovvero il modo in cui i gruppi umani si organizzano in società, e la genetica ossia quei caratteri fisici e morali che si ereditano dai genitori. Tali elementi possono effettivamente identificare dei gruppi, delle “etnie” accomunate da lingua, costumi e tradizioni, considerando, al tempo stesso, che non esiste un solo essere umano al mondo che abbia un eguale (tralasciando il pericoloso discorso della clonazione). Il problema nasce quando un gruppo inizia a ritenersi superiore ad un altro che, quindi, giudica inferiore e per questo, anche attraverso l’uso strumentale della religione e della politica, diventa oggetto di aggressione portando al conflitto ed allo scontro, spesso degenerato in fenomeni storici di portata devastante come il nazismo, i genocidi ed i pogrom, gli stermini ed il colonialismo.

Il terzo nodo riguarda il singolo razzista poiché è una figura sfaccettata come il concetto che rappresenta. Sicuramente egli è un uomo che non ama i suoi simili, forse perché, in fondo, non ama se stesso, che non conosce il rispetto e manca di senso dell’umorismo poiché il suo è solo un riso di scherno. Spesso la paura del diverso nasce dall’ignoranza e sfocia nella bestialità ma anche dietro la patina insospettabile della cultura, in una situazione di povertà e disperazione, si può nascondere un razzista, il quale, ad esempio, vede nell’immigrato il capro espiatorio causa di problemi gravosi come la disoccupazione. E questo, si sa, è un argomento di grande impatto molto utilizzato per fomentare la paura, propagandato per stupidità e malafede con l’obiettivo di fare disinformazione.

L’autore propone anche una cura per questo male, l’unica che sia in grado di sanare tutti i mali del mondo cioè il dubbio, l’ammettere la possibilità di trovarsi nell’errore e che le proprie convinzioni siano sbagliate, l’andare verso l’altro con un rispetto che diventa possibile unicamente se lo si possiede in primis per se stessi. Sarebbe importante anche completare un discorso di autocritica ammettendo che siamo tutti razzisti e lo manifestiamo nei confronti delle più svariate categorie di esseri umani, anche semplicemente utilizzando le parole, quelle che sappiamo quanto possano pesare e far male come pietre, ferendo in superficie o scavando nel profondo, ma, soprattutto, che possiedono l’oscuro potere di creare la realtà. Concetti estremamente chiari quelli fin qui espressi dall’autore, che ogni bambino dovrebbe avere la possibilità di leggere, magari assieme a quegli adulti che, in questo modo, non saranno più in grado di giustificare la loro ostinata ignoranza.

Fiorella Ferrari

Il razzismo spiegato a mia figlia

 

Tahar Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia, Bompiani, Milano, 1998, pp. 62, euro 8,00. 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 11 aprile 2016 da in Attualità, Libri, Narrativa, Recensioni con tag , .
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