Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Giuseppe Medile, I giocattoli di Dio

Scrivere una recensione non è mai una cosa semplice poiché consiste nell’esprimere un punto di vista personale, legato ai propri gusti, al proprio vissuto o agli studi fatti, non prescindendo, naturalmente, dalla professionalità di chi le scrive. Quando poi si tratta di giudicare una storia vera, le cose si complicano ulteriormente e diventa quanto mai essenziale spostare il “focus” più che sul contenuto, sulla scrittura, sullo stile, sul linguaggio, sulla costruzione della trama, sulla “letterarietà” del testo. Questo è esattamente il caso de “I giocattoli di Dio” di Giuseppe Medile, il primo romanzo autobiografico di un uomo che ha trascorso gran parte della vita in carcere ma che, quando ha potuto godere appieno della propria libertà, ha compensato la contenzione con avventure che pochi possono, diciamo così, “vantare”. Dopo tre arresti per rapina e altrettante evasioni, in seguito a permessi ricevuti per buona condotta o motivi familiari (la più spettacolare, avvenne dal carcere romano di Rebibbia nel 1972, la prima mai verificatasi dalla nota casa circondariale), Pino viene arrestato nuovamente per aver saccheggiato due banche, viene condannato a scontare quindici anni e di nuovo scappa (è il 1982) in seguito ad una settimana di permesso premio. Le conseguenze le conosce bene, ormai, ma il richiamo della libertà è irresistibile, tuttavia, stavolta se ne va lontano, in Brasile, con un passaporto falso (sottratto al cognato Carlo Damiani), un po’ di denaro e gioielli, abbandonando la famiglia, con la quale i rapporti erano per lui angusti al pari di una cella (“I sentimenti erano legami troppo stretti per il mio modo di vivere, non potevo più dare spazio a ciò che avrebbe potuto compromettere la mia libertà”). Nonostante non conoscesse la lingua né le dure leggi del luogo, Pino/Carlos inizia a fare delle conoscenze, soprattutto femminili, con le quali intreccerà una serie infinita di relazioni più o meno importanti (“Le donne hanno accompagnato ogni momento del mio percorso in Brasile, e alcune hanno lasciato su di me delle ferite inguaribili. A modo mio le ho amate tutte, anche se qualcuna di esse non lo meritava”). Sarà una di loro a presentargli il Çir, noto spacciatore della favela, che diverrà il suo fornitore ufficiale di cocaina, fonte di ricchezza come di rovina, sostrato degli otto anni di vita rocambolesca condotta a Rio, durante i quali “imparerà a conoscere tutte le lusinghe che quel Paese così affascinante e contraddittorio ha nel suo repertorio”. Pino/Carlos dimostrerà ben presto a se stesso ed a tutti coloro che avranno la ventura di imbattersi in lui, di avere l’intuito, il coraggio e la spregiudicatezza necessari per affermarsi in un ambiente difficile e pericoloso come quello dello spaccio, fatto di scontri tra bande rivali, di vite umane che valgono meno di zero, di violenza, di finte amicizie e poliziotti corrotti, mantenendo, tuttavia, pur nel proprio ruolo di duro e sciupafemmine, un insospettabile rispetto per le donne e un costante legame con Dio, al quale si rivolge spesso (così come ai lettori) durante la narrazione: “Chi sono io, e che cosa mi riservi? Perché mi hai dato la possibilità di volare su questo cielo? Perché mi hai portato in un’altra prigione, forse ancora più tremenda di quella da cui sono fuggito? I miei occhi vedono il sole e il mare, ma non riescono a bagnarsi. La mia carne si nutre di altre carni che, eccitandomi, mi fanno dimenticare i miei veri affetti. Che cosa mi aspetta, ancora?”. La prima parte del libro racconta, con uno stile estremamente scarno ed elementare, incalzante ed enfatico (sembra ad ogni rigo che stia per verificarsi un avvenimento di cruciale importanza) le avventure criminali ed erotiche (tuttavia, senza mai indulgere nel benché minimo compiacimento descrittivo), abbastanza simili tra loro vissute dal protagonista, che ruotano attorno ai locali, alle spiagge e alle lussuose case di Rio in cui egli soggiorna con i suoi compagni e, soprattutto, con le sue compagne d’avventura. Molto più interessante ed intensa la seconda parte, nella quale Pino e il suo ultimo amico, l’italiano Marcello, vengono catturati, torturati e sbattuti in anguste e fetide celle dai Federali. Qui il ritmo narrativo rallenta ma neanche troppo, per raccontare la realtà sordida, violenta e senza regole minimamente degne di una società civile, relativa al mondo delle carceri brasiliane, in cui Pino riesce, tuttavia, a trovare umanità e solidarietà tra coloro che pure vengono trattati come rifiuti della società. Pino, reduce da pestaggi, umiliazioni e condizioni di vita sotto la decenza, riesce a mantenere la propria dignità, a camminare a testa alta meritandosi anche il rispetto dei veterani. Il suo ultimo tentativo di fuga non avrà la riuscita dei precedenti ma, almeno, anche attraverso l’intercessione dei familiari, lo riporterà, tutto sommato con suo grande sollievo, in patria. Cosa si può dire, dunque, di questo scritto? Secondo i criteri prima elencati, ci si trova di fronte ad una storia vera romanzata che va analizzata secondo un significato puramente letterale, l’unico concetto che sia possibile estrapolare riguarda il “viaggio dall’interno nella mentalità e nel sistema di valori” di un uomo che, sino ad un certo punto della vita, ha vissuto e creduto che esistesse solo la via dell’illegalità, che egli identifica con il proprio anelito alla libertà. Il titolo richiama una concezione fatalistica per la quale Dio, necessario creatore dell’universo, per evitare un tedio eterno, ha creato dei “giocattoli”, gli uomini, con cui trascorrere il tempo prima di riporli addormentati “nella polvere della Sua infinita e meravigliosa soffitta planetaria”. Si potrebbe rivendicare l’esistenza di un ovvio ed opportuno libero arbitrio che farebbe crollare tutta la “superiore volontà” che Medile pone alla base di una serie di azioni non certamente votate al bene dell’umanità, che l’autore sta attualmente scontando nel carcere di Rebibbia. Durante la sua detenzione, tuttavia, ha scoperto il valore della cultura, ha ripreso gli studi, conseguendo il diploma commerciale ed iscrivendosi alla facoltà di Giurisprudenza ma, soprattutto, dedicandosi alla scrittura, infatti è autore anche di poesie, di alcuni dei testi narrativi raccolti nell’antologia “Lenta cavalca nel tempo la prossima ora”, opera dei detenuti che frequentano le scuole della sezione carceraria e sta lavorando ad un altro romanzo. Non è forse questo l’esempio più palese che davvero non siamo i “giocattoli di Dio”?

Fiorella Ferrari

I giocattoli di Dio

I Giocattoli di Dio, ChiPiùNeArt, Roma, 2014, pag. 291, euro 14,00.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 5 febbraio 2015 da in Storie vere con tag , , .
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