Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Leïla Slimani, Nel giardino dell’orco

Tahar Ben Jelloun scrive di Leïla Slimani: “Siamo soggiogati dalla forza, dall’audacia e dal talento di questa giovane autrice”, una marocchina di origini alsaziane, nata a Rabat nel 1981 e trasferitasi a Parigi diciotto anni dopo, dove studia scienze politiche specializzandosi poi in giornalismo. Nelle sue note biografiche si legge che, dopo il praticantato e la prima collaborazione con un giornale, viene arrestata in Tunisia per aver svolto il ruolo d’inviata durante il periodo della cosiddetta “Primavera Araba”. Una volta rilasciata, abbandona la rivista e intraprende la carriera letteraria, inizialmente con scarso successo ma, in seguito, vincendo due prestigiosi premi letterari: il Prix Mamounia con “Nel giardino dell’orco”, il suo romanzo d’esordio del 2014, e il Premio Goncourt per “Ninna nanna” nel 2016. Amata e premiata anche dall’associazione dei giornalisti LGTB per aver difeso in Marocco i diritti degli omosessuali e quelli delle donne sul proprio corpo, è apprezzata anche da Emmanuel Macron che, nel 2017, la eleggerà come sua rappresentante al Consiglio permanente nell’Organizzazione internazionale della francofonia.

Il suo primo romanzo, scritto con un linguaggio essenziale, duro e privo di sentimentalismi, racconta della discesa verso le origini più profonde del dolore di una donna, Adèle: trentacinque anni, giornalista, con un marito medico e un bimbo piccolo, la quale, nonostante la sua vita potenzialmente perfetta, soffre di dipendenza sessuale: “Vorrebbe essere solo un oggetto in mezzo alla folla, vorrebbe essere divorata, succhiata, inghiottita tutta intera. Vorrebbe che le pizzicassero i capezzoli, che le mordessero il ventre. Vorrebbe essere una bambola nel giardino di un orco”. La donna non è una ninfomane, poiché il sesso rappresenta, in realtà, per lei un antidoto all’angoscia, grazie al quale “L’anima si alleggerisce, la mente si svuota”. Ciò che la spinge alla continua ricerca di soddisfazione sessuale, aiutata dalla libertà concessale dal proprio lavoro, non è nemmeno l’attrazione fisica nei confronti degli uomini ma il possesso in sé, anche perché dopo l’amplesso li dimentica quasi tutti con estrema facilità e mentre si fa possedere da quello del momento, già pensa al successivo. A motivare i suoi comportamenti non è nemmeno il godimento derivante del sesso, che a volte risulta pure scadente e con individui che la disgustano, ma che gratifica esagerando nelle manifestazioni di apprezzamento, né è mossa dal desiderio bensì dalla sensazione di sollievo che le causa il momento successivo all’atto, come un drogato dopo aver assunto la sua dose o il giocatore d’azzardo dopo una partita. È difficile, in realtà, poterla inquadrare: “I colleghi la considereranno maliziosa, disinvolta e facile. Le colleghe la tratteranno come una predatrice, le più indulgenti diranno che è una donna fragile. Avranno tutti torto”.

Ciò che ha sempre motivato le scelte di vita della protagonista, è trovare il proprio posto nel mondo, anche se fittizio: è una moglie, seppure tiepida, e una madre, sebbene infastidita dalle responsabilità, la quale prova per il marito e, soprattutto, per il figlio sì dei sentimenti ma del tutto insufficienti. Il primo è freddo, metodico, convinto che il sesso sia la meno importante tra tutte le cose che ha offerto alla moglie, il secondo è bisognoso, come tutti i bambini, di attenzioni anche mentali oltre che di un accudimento meramente fisico. Adèle è una donna profondamente sola e Richard, il marito, non se n’è mai preoccupato, la sua unica confidente è Lauren, la sua migliore amica e, tuttavia, se non è stato sufficiente l’amore coniugale né quello filiale, nemmeno la solidarietà amicale sarà in grado di aiutarla a gestire quel vuoto devastante, di origine antica, che tenta di colmare con il sesso e con qualunque tipo di attenzione il suo aspetto fisico attraente ed elegante riesca a procurarle. Nel frattempo, trascorre l’esistenza a farsi “divorare” dalle proprie ossessioni, stremata dalla fatica a cui la costringe la sua “vita di menzogne”: finti viaggi da pianificare nei dettagli, verifiche continue per non lasciare tracce di nessun tipo, appuntamenti dal pediatra saltati con immensa vergogna, cellulare e computer di riserva da nascondere con attenzione e, infine, odori, carezze e saliva di diversa provenienza da lavare via con cura.

Ma le bugie di Adèle iniziano, con il tempo, a causare conseguenze sempre più gravi alla sua famiglia e questo rappresenta un problema, perché suo figlio è ancora piccolo e ha grande bisogno di lei, come del resto ne ha lei di lui e anche del marito, senza il quale perderebbe tutto: il denaro, la casa, la sua vita tutto sommato protetta. Ma nemmeno tali considerazioni riescono in nessun modo a fermarla, l’erotismo dà un senso alla vanità e banalità di ogni cosa e gli uomini, che per lei sono generalmente volti e corpi anonimi, segnano da sempre, tuttavia, ogni avvenimento importante della sua vita, danno profondità alla sua esistenza così che senza di loro lei diventerebbe una “superficie senza fondo”, un “essere senza ombra”. Sin da bambina ritiene la vita familiare come una sorta di punizione: “La disgustavano quelle giornate interminabili, trascorse tutti insieme, a nutrirsi gli uni degli altri, a guardarsi dormire, a litigarsi la vasca da bagno, a cercare qualcosa da fare”, così che gli uomini avevano avuto il pregio di strapparla a quell’età “melmosa”, trasformando la sua “passività infantile” nella “lascività” di una geisha. Adèle non è una femminista in lotta per affermare se stessa attraverso il sesso, e non è una Madame Bovary “a luci rosse”, com’è stata definita, o non è solo questo poiché tutto ciò che fa è la conseguenza della sua dipendenza: il sesso che, come gli stupefacenti, il gioco d’azzardo, l’alcool e così via, rientra tra quelle cause che fanno perdere il senso delle cose, il valore dei legami affettivi, la morale e la dignità. E le dipendenze nascono dai traumi del passato, come quelli di una protagonista per la quale risulta difficile provare empatia, che vanno rintracciati scorrendo tra le righe del racconto, dove sembrano essere stati sparsi a caso. Non è un caso, invece, che sia questo brano di Kundera a introdurre il romanzo: “(…) Ci si rende conto della propria debolezza e, invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso”.

Quando sarà Richard, invece, a dipendere fisicamente da Adèle, a causa di un incidente del quale è parzialmente responsabile, svolgerà i suoi doveri di moglie, pur nella totale indifferenza che il corpo del marito, sano o malato che sia, suscita in lei. Giungerà, così, a instaurarsi una routine che pure non le impedirà di continuare la sua vita segreta e, anzi, di portarla all’estremo, esagerando, perdendo il controllo, con l’imprevisto dietro l’angolo ad attenderla. E la svolta ci sarà poiché, com’era inevitabile, Richard scoprirà ogni cosa, troverà il bandolo di una matassa riavvolgendo la quale scoperchierà con orrore un vaso di Pandora pieno di bugie e tradimenti, per primo quello che è gli è costato la salute e scoprirà, soprattutto, che vivere con sua moglie è stato come “aver avuto accanto un malato senza sintomi, di aver convissuto con un tumore latente, che progredisce senza manifestarsi”. Così, il proposito da sempre inseguito dall’uomo e strenuamente osteggiato dalla donna di accettare un nuovo lavoro più tranquillo e meglio remunerato in una clinica privata, trasferendosi a vivere in campagna, diventa ora la più giusta cura, o sarebbe meglio definirla misura di correzione, per questo male. Da parte sua, Adèle non si giustifica né tenta di negare, anzi, pare come sollevata dall’idea di essere stata scoperta e liberata dal peso del suo stesso segreto, in attesa della meritata punizione. La sofferenza maggiore, paradossalmente, è di Richard, al tempo stesso disgustato e affascinato dalla naturalezza nel mentire della moglie, dalla raffinata perfezione della sua recita, definitivamente consapevole di come lei sarebbe sempre stata la sua personale dipendenza: “la sua ossessione, la sua follia, il suo sogno ideale. La sua vita”. Proprio per questi motivi, anche vendicarsi tradendola a sua volta risulterà un completo fallimento, perché è solo lei che brama di un amore violento ed egoista, lei che pure avvicinava più che altro per dovere coniugale e che ora nemmeno tocca più perché nauseato dal “viavai” di uomini che ha attraversato quel corpo magro e ossuto.

In quel ritiro obbligato, privata del proprio lavoro, dei soldi e degli amici, controllata in ogni azione, impossibilitata a dedicarsi alla sua attività non più segreta, Adèle non si sfoga, accetta la sua prigionia, si dedica a se stessa e al figlio, sforzandosi di nascondere la propria insofferenza e raccontando al suo terapeuta di sentirsi più tranquilla e, quindi, di aver raggiunto l’unica forma di guarigione possibile. Un nuovo elemento, però, giungerà a destabilizzare la situazione: suo padre viene a mancare e lei deve presenziare al suo funerale, da sola, per dare l’ultimo saluto al genitore più amato e confrontarsi con quello che più ne ha segnato la vita, ossia sua madre. Adèle parte ma Richard è certo che tornerà perché “Non si tradisce chi ci ha perdonato”, perché suo figlio la cercherà e ne avranno anche un altro, magari una femmina, e lui stesso la rintraccerà, la riporterà in quel loro “giardino” che le ha consigliato di abbellire con dei fiori e l’amerà anche quando sarà anziana e non la guarderà più nessuno perché “L’amore non è altro che pazienza. Una pazienza devota, accanita, tirannica. Una pazienza irrazionalmente ottimista”.

Fiorella Ferrari

Leïla Slimani, Nel giardino dell’orco, Rizzoli, 2016, Milano, pag. 188, euro 17,00.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 ottobre 2020 da in Libri, Narrativa, Recensioni.
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