Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Isabel Allende, Lungo petalo di mare

Victor e Guillelm sono due fratelli molto diversi tra loro. Entrambi figli di Marcel Lluís Dalmau, professore di musica e direttore dell’Orchestra sinfonica giovanile di Barcellona, ne hanno ereditato il primo l’amore per la scienza e il secondo per la giustizia sociale, caratteristiche che ne segneranno le esistenze. Siamo nella Spagna del 1936 quando Francisco Franco si pone a capo dell’insurrezione contro il governo democratico, con il sostegno della Chiesa, convinto che la sua sarebbe stata una vittoria facile e incontrando, al contrario, la strenua resistenza dei lavoratori. Questi ultimi, organizzati in milizie, sono determinati a mantenere tutti i diritti conquistati con la Repubblica, con il risultato di scatenare l’odio omicida del generale e del suo esercito.

Le vicende della famiglia Dalmau iniziano con Marcel intento a sostenere in segreto gli ideali della democrazia, Guillelm che si appresta a prendere parte attiva alla Guerra civile e Victor reclutato dall’Esercito repubblicano quando è ancora uno studente di medicina. La sua esperienza durante la Guerra Civile di Spagna durerà tre anni e si dividerà tra i fronti di Madrid, Teruel e poi, a causa di un incidente alla gamba sinistra, a Manresa, dove si renderà artefice del salvataggio quasi miracoloso di un bambino, un evento che ne segnerà il futuro di cardiochirurgo. Intanto, un nuovo membro entrerà a far parte della famiglia Dalmau, prendendo possesso della stanza di Guillelm: si tratta di Roser Bruguera, una studentessa di Marcel particolarmente talentuosa, appartenente a una famiglia facoltosa caduta in disgrazia, la quale suscita ben presto la stima e le simpatie del maestro al punto da diventare per i coniugi Dalmau la figlia che avevano sempre desiderato. Una figlia per la coppia ma non una sorella per Guillelm che se ne innamorerà e con lei concepirà un figlio, poco prima di perdere la vita sul fronte, durante la battaglia dell’Ebro del 1938, assieme ad altri trentamila soldati.

Alla vittoria di Franco seguirà il terribile periodo della Retirada, durante il quale la popolazione, assieme alle poche cose che riesce a portarsi dietro, lascia il proprio paese prima delle “purghe” a largo spettro perpetrate dal regime e coadiuvate dai collaborazionisti disposti a salvarsi la pelle sacrificando quella dei propri concittadini. Dopo non poche perplessità, anche la famiglia Dalmau si appresta a fuggire, attraverso i Pirenei, verso la Francia, priva sia di Guillelm che di Marcel, entrambi scomparsi, nonché di Victor, impegnato con i feriti di guerra. Resteranno solo Roser, l’amico fidato Aitor Ibarra e Carme, la madre dei fratelli. Ma l’accoglienza per quegli stranieri sudici, delinquenti e malati non sarà delle migliori, né sarà facile per Roser riuscire a lasciare il campo profughi in cui quindicimila persone moriranno per fame, maltrattamenti e malattie, in cerca della salvezza.

Circa duemila fortunati, tuttavia, verranno salvati dalla coraggiosa iniziativa del poeta Pablo Neruda, molto discusso soprattutto per la sua vicinanza alla sinistra, che progetta di trasportare un certo numero di repubblicani sconfitti su una nave diretta verso il Cile, “un’isola delimitata a nord dal più inospitale deserto, a est dall’impenetrabile Cordigliera delle Ande, a ovest dall’Oceano Pacifico e a sud dal continente di ghiaccio dell’Antartide” e, quindi, dove “era naturale che i cileni vivessero guardandosi l’ombelico”. Neruda, fiero del suo progetto (“Che la critica cancelli tutta la mia poesia, se le pare, ma questo mio poema, che oggi affido alla memoria, non potrà cancellarlo nessuno.”), motiva la sua iniziativa spiegando di voler selezionare lavoratori specializzati, quindi, non politici o giornalisti o intellettuali in generale, anche se così in effetti non sarà, che insegnassero il proprio mestiere ai cileni. Tra questi fortunati ci sono una una pianista e un medico ossia Roser e Victor, riuscito a ricongiungersi con la cognata che poi sposerà allo scopo di dare protezione a lei e al nipotino chiamato Marcel in ricordo del nonno.

Nel 1939 il Winnipeg, con a bordo gli esuli spagnoli, giunge in quel paese che il poeta definirà “un lungo petalo di mare e vino e neve” con “un nastro di schiuma bianca e nera”. Da queste parole nasce il titolo del romanzo di Isabel Allende, appunto, “Lungo petalo di mare”, in cui, per un giudizio largamente condiviso, si ritrova la scrittrice dei tempi migliori, per tanti motivi: l’indiscussa capacità affabulativa di cui si è ampiamente parlato; la stesura rigogliosa che, partendo da radici ben piantate nel terreno, si diffonde attraverso le gemme di infiniti rami per ricongiungersi nell’armonia di una spettacolare chioma; realismo e magia in un abbraccio perfetto; la costruzione di personaggi che restano nella memoria, con sentimenti ed emozioni raccontati sempre attraverso il filtro leggero dell’amore per il narrare in sé, venato di un umorismo schietto ma mai caustico, il quale, se ne smorza l’intensità sicuramente non la cela. A testimonianza di ciò è sufficiente ricordare come il medesimo tono abbia caratterizzato persino “Paula”, nel quale la scrittrice racconta della morte della sua figlia maggiore.

Questo romanzo, invece, ruota soprattutto attorno al tema dell’esilio, reso più intenso dal suo carattere autobiografico, e sul racconto di vicende storiche delle quali si sa poco e che richiamano l’attualità di un tema che abbraccia le travagliate vicende di migliaia di profughi, segnate dall’ambiguità di certe politiche di accoglienza e dalle infinite sofferenze alimentate da perdite, separazioni e morte. La scrittrice ricostruisce meticolosamente una storia più reale che inventata, come dichiara lei stessa, in cui anche ciò che è invenzione scaturisce dal reale: il lungo viaggio, una nuova vita, l’integrazione ma anche i personaggi. E, fortunatamente, in Cile quest’ultima è sorprendentemente facile: infatti, si rivelerà una terra abitata da una popolazione con un atteggiamento ospitale e generoso, a patto che venga ricambiato con il duro lavoro e nella consapevolezza, tuttavia, che il denaro non permetterà di salire all’interno di una scala sociale in cui è possibile solo scendere, a meno di non essere dotati di talenti particolari, fisici o artistici, così come era stato per Neruda. Sullo sfondo, intanto, in Europa scoppia la Prima Guerra Mondiale.

L’avventura da esuli di Roser e Victor ne metterà subito in luce i differenti atteggiamenti: realista e determinata la prima e traumatizzato e nostalgico il secondo. La loro storia si incrocerà con quella della famiglia del senatore Isidro Del Solar e della moglie Laura, soprattutto con quella del figlio maggiore Felipe, un avvocato idealista membro del Club de la Unión che ha accolto e sostenuto il progetto di Neruda, e della minore Ofelia, promessa sposa di un funzionario del consolato cileno Mathías Eyzaguirre. Felipe, infatti, offrirà ospitalità ai due esuli e al loro piccolo finché non troveranno una sistemazione definitiva. Grazie al suo aiuto, Roser riesce a ottenere un lavoro come pianista in un’emittente radiofonica e Victor in un bar, cosa che gli permetterà di riprendere gli studi di medicina, mentre entrambi portano avanti il loro matrimonio fatto, più che altro, di un rapporto fraterno e rispettoso, di reciproco aiuto e dell’amore per Marcel che Victor considera ogni giorno di più suo figlio e non il nipote.  

È fatale come all’interno di un’unione solida ma priva di sesso s’inserisca una terza persona che sarà poi Ofelia, consapevole fin dall’inizio che sarebbe stata lei a subire per intero le conseguenze di una relazione segreta in cui: “Lui aveva avuto piacere senza rischi e lei un rischio senza piacere”. Nonostante Roser sia sempre stata al corrente del fatto, il suo rapporto con il marito verrà a cementarsi sempre di più negli anni, cosa che non le impedirà di instaurare una relazione con colui che aveva condiviso con lei il periodo peggiore della fuga. Intanto, Victor prende l’ufficialità di una laurea in medicina già ampiamente sperimentata sul campo, tenendosi con cura lontano da qualsiasi coinvolgimento politico, così come era stato imposto a tutti i rifugiati del Winnipeg, nonostante la sua casuale e duratura amicizia con quello che diverrà il suo compagno di scacchi, Salvador Allende, com’è noto, zio della scrittrice, prima e durante il periodo della presidenza del Cile, un sodalizio che sarà interrotto dal golpe a opera di Pinochet, nel 1973.

Dopo tali eventi, Victor, tradito dalla delazione di una vicina, così come il paese che lo aveva generosamente accolto e del quale si sentiva ormai parte lo era stato dal suo cuore nero sopito, finirà in un campo di concentramento per undici mesi, al quale riuscirà a sopravvivere sempre grazie alla propria professione. Ma sarà ancora il momento per lui e Roser, fortunatamente scampata all’esperienza dei lavori forzati, di un nuovo esilio, questa volta in Venezuela, una delle poche democrazie rimaste in tempi di feroci dittature, così com’era stato anche per la scrittrice, prima di trasferirsi in America. Le ultime vicende saranno causa, tuttavia, di un’evoluzione nel loro rapporto che diventerà un matrimonio completo e tra i più solidi, anche se il destino deciderà che uno dei due trascorra da solo l’ultima fase di un’esistenza segnata dagli eventi subiti e dalle scelte fatte (“La mia vita è stata una serie di navigazioni, sono andato da una parte all’altra di questa terra. Sono stato uno straniero senza sapere che avevo radici profonde”). Il principale insegnamento appreso dalla coppia di esuli è la centralità dell’amore nella vita, di come questo permetta alla stessa di dispiegare le proprie incredibili risorse, trasformandosi, imprevedibile, e di ricominciare sempre (“Gli eventi più importanti, quelli che determinano il nostro destino, sfuggono quasi sempre al nostro controllo”).

Fiorella Ferrari

Isabel Allende, Lungo petalo di mare, Feltrinelli, Milano, 2019, p. 348, euro 19,50.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 dicembre 2020 da in Libri, Narrativa, Recensioni.
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