Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Mario Melazzini, Marco Piazza, Un medico, un malato, un uomo

Sembra uno strano scherzo del destino, ma è un venerdì diciassette di gennaio il giorno in cui il dottor Mario Melazzini scopre di essere malato di SLA. La sigla è la semplificazione del nome di una patologia che, anche a non conoscerne il significato, suscita inquietudine, ossia Sclerosi laterale amiotrofica. È “una malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce i motoneuroni, cioè le cellule nervose cerebrali e del midollo spinale che permettono i movimenti della muscolatura volontaria”. La maggior parte dei malati di SLA muore per soffocamento da crisi respiratorie.

Cosa si prova, al culmine del proprio successo professionale come medico oncologo e personale come marito e padre amato e stimato da moglie e tre figli, di fronte alla scoperta che ogni cosa cambierà in maniera irreversibile e irreversibilmente evolverà nella sofferenza e nella morte? Mario Melazzini, oggi, ritiene che la sofferenza sia un “valore aggiunto al nostro percorso di vita” e, il medico che è in lui, ch’essa consenta “di avere accesso ad un sapere unico” cioè a una “sintesi di scienza e sofferenza”. Ma è un pensiero che rappresenta il frutto di un lungo e accidentato percorso.

Tutto comincia una mattina, un giovedì che non si può dimenticare perché i giorni, per Mario, stanno per diventare tappe essenziali di quel percorso. Inforca la sua bicicletta, infila un piede nel pedale, ma non riesce a fare altrettanto con l’altro, il sinistro. È da qui che parte l’escalation della sua disabilità e la progressiva rivelazione della malattia, che vede le sue tappe fondamentali in una visita a un amico neurologo il quale intuisce, ma pietosamente minimizza, e un’altra all’ospedale Besta di Milano in cui una dottoressa, invece impietosamente, gli elenca le azioni che non potrà mai più compiere.

Anche questi diversi modi di porsi di fronte al paziente faranno capire al medico Melazzini quali siano i reali bisogni di un malato ossia “trattamenti, cure e sostegni adeguati” e il “Riconoscimento della dignità dell’esistenza di ogni essere umano” ma anche il diritto a una “comunicazione”, l’“informazione sulla malattia, sulle problematiche che comporta, sui diritti che il malato ha”.

Dunque, cosa si prova mentre tutto il proprio mondo si sgretola attorno a noi? La prima reazione di Mario Melazzini è il rifiuto, il tentativo di fare come se niente fosse cambiato. Il giorno della diagnosi definitiva, effettuata da un medico di Como, ad esempio, sarà a cena con una coppia di amici che nulla sospetteranno. Al principio rifiuterà anche i tutori, progressivamente più invasivi, che dovranno diventare parte integrante della sua giornata e del suo corpo. Prima un plantare elastico, poi una stampella sino alla carrozzina e, infine, il PEG, un sondino che l’aiuterà ad alimentarsi.

In un secondo momento, arriva la rabbia per l’ingiustizia del proprio destino, dunque, la disperazione che lo porterà sino alla soglia di una clinica svizzera, nel Canton Ticino, chiamata, non a caso, “Dignitas”. Là gli è annunciato, in tono molto professionale, che si sarebbe presto messo fine alla sua esistenza segnata, alla malattia e a sofferenze sempre maggiori, ma anche a tutto ciò che di positivo la caratterizza. Il positivo è rappresentato dalle persone che gli sono accanto da sempre e che continueranno a farlo, come la sua famiglia con cui, tuttavia, ha un rapporto altalenante, lontano come medico di successo preso dalla carriera, vicino come malato che riscopre i veri valori della vita, ancora lontano quando ritrova un nuovo senso della vita e riprende la lotta.

Infatti, continua con rinnovato vigore il suo lavoro di oncologo e diventa presidente dell’AISLA, l’Associazione Italiana Sclerosi Amiotrofica Laterale che, quando Mario prende i primi contatti, è ancora gestita in modo “casereccio”. Melazzini ne diverrà presidente nel 2006. Per ciò che concerne la famiglia d’origine, a Mario resta solo la sorella con cui non è mai riuscito a creare un rapporto, mentre la madre iperprotettiva e il padre scommettitore e alcolista, che ha sempre osteggiato i suoi studi di medicina, non ci sono più. Però, vi sono gli amici, soprattutto il noto cantante Ron, con il suo affetto sincero e le iniziative patrocinate in favore della ricerca. E Marco Piazza, conosciuto nell’ambiente di Telethon e autore di questo libro: “Un medico, un malato, un uomo”. Infine, le persone che conosce dopo la malattia, spartiacque della sua esistenza e, tra tutte, Camilla, Francesco e Sebastiano, con le loro differenti reazioni alla SLA, divise tra la rabbia e la voglia di vivere, nonostante tutto.

A tal proposito, Melazzini ricorda il caso di Piergiorgio Welby, affetto in fase avanzata dalla stessa malattia, che di quel genere di vita non sa che farsene. Il medico, al proposito, commenta: “Ci sono cento persone che, in nome di altre migliaia, invocano il diritto a essere riconosciute invalide, a essere ammesse alle sperimentazioni, a essere prese in carico, ma nessuno se ne accorge. Poi c’è uno che evoca la morte come un diritto e non si parla d’altro”. Mario, invece, vuole vivere, più che mai. Persino, s’innamora e va a convivere con una ragazza rumena che era stata assunta per assisterlo. A questo punto, Marco Piazza, amico e autore del libro, disorientato da tanti cambiamenti conclude: “Mario non era più come Giobbe, non era quel guru che avevo creduto di conoscere. Era un uomo, con le sue debolezze, le sue contraddizioni”. Un uomo che, da uomo, vuole continuare la sua vita.

Fiorella Ferrari 

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Mario Melazzini, Marco Piazza, Un medico, un malato, un uomo, Lindau s.r.l, Torino, 2007, p. 132, euro 12,00.

© Pubblicato su “Conquiste del Lavoro – Via Po” N° 561 del 29/03/2008.

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Questa voce è stata pubblicata il 5 novembre 2014 da in Libri, Narrativa, Recensioni, Storie vere con tag , , , .
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