Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Kevin Canty, Tenersi la mano nel sonno

Come nasce la raccolta di racconti “Tenersi la mano nel sonno”? E’ lo stesso autore, Kevin Canty, a spiegarlo. La genesi dell’opera, infatti, ricalca più in generale il processo creativo dello scrittore americano che vanta opere spesso inserite nell’elenco dei libri dell’anno. Come spiega in un saggio scritto in occasione della pubblicazione della raccolta, la creazione, per Canty, parte dall’accensione dello strumento di lavoro, il computer, e procede con la distratta attesa che qualcosa accada. E, difatti, prima o poi qualcosa “prende forma” e “comincia a funzionare”, così da diventare “il nucleo del racconto”.

Sono anime singolari, quelle dei racconti di Canty, come nella narrazione introduttiva, al cui protagonista, una sorta di mostro giapponese, l’autore affida il compito di svelare ciò che è alla base della sua scrittura, nonché di quello che i lettori cercano in un’opera letteraria: la sete di tragedia. E sono anime tutte diverse ma con un elemento in comune: l’incontro che può essere il primo o uno tra tanti meno indicativi oppure un ritrovarsi in maniera diversa. Ad esempio, è intenso l’accostarsi delle solitudini, fatte di senso di vuoto e umiliazione, di un bambino obeso e una quattordicenne incinta. E’ difficile il rapporto tra un pingue avvocato e una donna malata di cancro, relazione in cui la malattia funge, al tempo stesso, da elemento d’attrazione e repulsione. E’ drammatica, ancora, la prima vera conoscenza tra una donna troppo distratta, persa nei suoi party notturni, e il figlio troppo spesso dimenticato che, come può, cerca di riappropriarsi della figura materna. Infine, è sofferta la conoscenza fra le tre vittime di una stessa fatalità che evolverà in un finale inaspettato.

Definito il nucleo, ecco che “la storia acquista vita” e, spiega ancora Canty, “Se il racconto è vivo, è vivo, e ti tocca andargli dietro ovunque ti porti”. In questo caso, per l’autore, verso storie che ruotano attorno all’amore e al desiderio, come al cibo e al bere. Il tutto descritto attraverso una scrittura che è realista, nel senso che coglie, del reale, i momenti di passaggio, fugaci ma al tempo stesso rivelatori o perfino decisivi. Ed è una scrittura minimalista nel suo riuscire a condensare in poche parole intere situazioni senza perdere, tuttavia, in potere evocativo, romanticismo e sensualità. Tali caratteri rendono i racconti della raccolta rapidi, brevi, spesso aspri, “mai del tutto conclusi”, il che concede al lettore due possibilità: o farsi stimolare dal “retrogusto che hanno saputo lasciargli” oppure rimanere con quella sottile delusione che il non detto usa abbandonare dietro di sé.

Ma le storie sono, al contempo, liriche, ricche di sensibilità e suggestioni, sempre dolorose, ambientate in un’America “minore”, com’è definita in copertina, popolata da personaggi sradicati. A questo punto, è spontaneo chiedersi il perché della suddetta sete di tragedia cui cedono senza troppi sforzi anche gli stessi personaggi, la cui risposta è che i momenti di sofferenza, come afferma Canty, sono quelli che “ci formano come individui” e “in cui cambiamo, ci forgiamo, diventiamo quelli che siamo”. Per lo scrittore, rappresenta anche un modo per continuare a scrivere, attendendo, appunto, che qualcosa accada, che le parole si condensino attorno a un nucleo, e che la storia prenda vita per potersi sorprendere ancora.

Fiorella Ferrari

Kevin Canty, Tenersi la mano nel sonno, Minimum Fax, Roma, 2007, p. 157, euro 12,50.

 © Pubblicato su “Conquiste del lavoro – Via Po” N°524 del 28/04/2007.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 novembre 2014 da in Libri, Narrativa, Recensioni con tag , , .
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