Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Emanuela Canepa, L’animale femmina (di Francesco Staffa)

Con “L’animale femmina” sembra di assistere a un’operazione chirurgica che dis-vela quel meccanismo manipolativo che si può instaurare tra due individui dove è la necessità a governare la relazione.
Rosita, la protagonista del romanzo, vive in una personalissima “gabbia” mentale e in quanto tale, il palcoscenico in cui recita è un luogo de-finito da sbarre sociali ed emotive Sembra un criceto che corre sulla ruota senza mai fermarsi, stanco di correre, eppure impossibilitato a fare altro. Infatti fugge da quella che crede essere la sua “prigione”: il controllo. Quello di una madre soffocante, una “donna che stira ossessivamente”, che stende le lenzuola prima “con le mani, liscia le pieghe, anche le minime imperfezioni, poi preme il ferro con energia, come se il lenzuolo si fosse macchiato di qualche colpa che ora deve espiare”. Una donna che sospira, che “ha sempre avuto il passo pesante, il gesto imperioso, la concentrazione livida di quelli che hanno in mente uno scenario definito nei dettagli prima di mettersi all’opera, e non ammettono variazioni rispetto al pronostico”. Una donna secondo cui “la forza di carattere si misura dalla tenacia con cui ti opponi alla vita e la prendi per le corna schiacciandole il muso a terra finché non ti dà esattamente tutto quello che ti aspetti. Se questo non succede, e non succede quasi mai, è l’inferno”. Una donna rimasta vedova, che vive in un paese del sud Italia e che vorrebbe tenere la propria unica figlia al suo fianco e che, pur di raggiungere questo scopo, non guarda in faccia a nulla finanche utilizzare il più vigliacco e meschino dei mezzi a sua disposizione: istillare il senso di colpa. Rosita, dunque, corre. Fugge nella speranza di scrollarsi di dosso quel fardello opprimente. Accumula chilometri per segnare una distanza e, senza grandi mezzi di sostentamento, si trapianta a Padova. Ma ad attenderla non c’è alcuna libertà: solo una nuova “gabbia”. Quella dell’indigenza, del lunario da sbarcare, del lavoro mal pagato, insufficiente a mantenere persino una stanza “piccola e umida in un appartamento all’interno di un casermone di sei piani”; quella delle ore rubate allo studio e dell’amore frettoloso con un uomo sposato. La “prigione” di una quotidianità senza prospettive degne di nota. Eppure Rosita ha una risorsa (?): è resiliente, a differenza di sua madre. Resiste indossando la maschera della rassegnazione e quella dell’anonimato, il cui privilegio “è che, se hai qualcosa da nascondere, fai pochissima fatica per sottrarti alla curiosità degli altri”. E lei ha da nascondere il proprio fallimento. Lo tiene celato con tenacia nell’inconsapevole speranza che, prima o poi, qualcosa cambi.
Questa sua inconscia “strategia dell’attesa” viene ripagata (?) quando fortuitamente incontra un vecchio avvocato, anche lui “prigioniero” (come tutti i personaggi che Emanuela Canepa mette in scena). Lepore è un avvocato colto, “arrivato” e “arroccato” nella sua fiammante professione. Ormai abbondantemente oltre la soglia della pensione (anche di quella più avanzata che sta prendendo sempre più piede), vive nella sua “gabbia dorata” edificata sul rancore e sul risentimento. Ma, al di là della rosea carriera, è un uomo mancato, trincerato dietro un cinismo esacerbato che lo porta a dileggiare chiunque non abbia reagito alle delusioni della vita come ha fatto lui: con una presunta “superiorità”. Nel suo tentativo di “distacco” dalle sofferenze si è adattato “sempre meglio al proprio dolore, convertendo i ricordi in una macchia confusa che non trasmette[sse] né slancio né malinconia”. Li ha ripuliti “dal midollo emotivo”, conservando “solo quello che umanamente non può” essere cancellato: “un grumo di immagini e parole neutre e sterilizzate, incapaci di fare veri danni”. Ma ancora di più, non perde occasione per dileggiare “l’oggetto” che “avrebbe” (?) “castrato” i suoi desideri: quel “femminile”, i cui attributi viviseziona con una dialettica tagliente. Sembra un etologo o un antropologo, ma a differenze del più noto Desmond Morris, lui non “analizza” l’“animale donna”; lui utilizza la propria “analisi” per disprezzare l’“animale femmina”, senza rendersi conto che le presunte debolezze che le addebita, sono le medesime di cui soffre lui stesso.
Così come Rosita interpreta il ruolo della giovane e ingenua, Lepore interpreta quello del vecchio cinico e misogino (se non del tutto misantropo) ed entrambi sono funzionali l’una all’altro in un gioco di mascheramenti che non si esaurisce nel loro essere personaggi di un romanzo. Se è vero che la “maschera assume il suo significato completo nel momento in cui è indossata da un individuo che esegue determinate azioni cerimoniali, in un preciso contesto comunitario” (Treccani), ancora più vero lo è in questo romanzo dove i personaggi o persone (già “maschere” come ricorda Hannah Arendt) prendono vita e fanno “per-sonare”, “risuonare attraverso” la maschera che indossano, la propria voce interiore, quella che urla dentro e che vuole uscire dalla “gabbia”. Solo attraverso di essa, subendo la manipolazione, si può raggiungere una trasformazione: se conduca a una liberazione o meno sarà l’esito narrato nel romanzo a suggerirlo. Ciò che si può affermare è che resta indelebile l’immagine del “demiurgo” che “crea” un nuovo volto trasfigurandolo attraverso il trucco. Forse proprio perché è la maschera che negozia la maggior parte delle relazioni con il mondo e questo Emanuela Canepa l’ha colto in pieno.

L'animale femmina

Emanuela Canepa, L’animale femmina, Einaudi, Milano, 2018, p. 272, euro 17, 50.

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