Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Marco Marsullo, Due come loro (di Francesco Staffa)

“Due come loro” è una lunga seduta psicanalitica, ma non di quelle classiche. Sicuramente molto più divertente e divertita e non per questo meno intima e profonda. Una seduta che non è quella che il protagonista intraprende col Dottor Poggini (anche perché non sarebbe opportuno definirla tale, visto che il terapeuta in questione si pregia di essere l’inventore di un metodo analitico che si basa sul “noi parliamo e intanto facciamo cose”), ma quella che soggiace a tutti gli incontri del romanzo. Ogni dialogo, ogni scambio di battute, anche le più rapide e affilate, sono riconducibili a un’introspezione psicologica che condurrà Shep ad agire. Ma chi è Shep? Uno a cui il mondo “sembra una grande promessa tradita”, con “rimpianti degni di nota e una smania verso il futuro che decresce, invece di aumentare”, uno che un “venerdì notte, nella sua Twingo con centonovantamila chilometri e la cinghia di distribuzione ormai da cambiare, cantava”.

Cantava una di quelle canzoni da intonare a squarciagola, di quelle che accompagnano una “finta euforia che pare buona per campare altri cent’anni. E tu lo sai che quella botta di vita finirà, terminata la canzone, ma comunque canti, e guidi più veloce” e accelerava mentre la strada nera scorreva sotto gli pneumatici, assaporando “quel fantastico segmento di vita che, lo sai, dannazione, lo sai che sparirà tra poco, e allora acceleri a tavoletta, sei immortale, cent’anni ancora” finché la corsa si ferma con uno schianto e Shep rimane sospeso a osservare l’asfalto e quel semaforo e quell’auto inchiodata di traverso. Da quel momento perde quel poco che aveva costruito, a partire da Viola, il suo amore. E dopo quella notte, dopo il “salto” compiuto a seguito di quella notte, Shep resta appeso a metà di un filo che lega ciò che “era” e ciò che “sarebbe potuto essere”. Ed è in quella sospensione che ci viene presentato. Quella di un uomo irrisolto, che consuma i giorni, come le innumerevoli sigarette sempre ciondolanti tra le labbra, roso dalla colpa che si accumula come granelli di sabbia a formare una gigantesca duna. Colpa che si alimenta anche a causa del suo insolito lavoro: si occupa di aspiranti suicidi e lo fa per le alte sfere (o basse, dipende dai punti di vista). I suoi employer, infatti, sono due pezzi da novanta, anzi sono i pezzi da novanta per eccellenza, che lui crede di ingannare, scegliendo di volta in volta quale anima destinare all’uno o all’altro.  Una volta al mese riceve dai due boss la stessa lista in formato excel con i nomi di coloro che vogliono farla finita corredata di luogo, data e ora in cui avverrà il misfatto. E lui, nascosto nell’ombra, studia i vari soggetti valutandone i comportamenti e le ragioni. Poi, dopo essersi convinto se siano “giuste” o “sbagliate”, sostituendosi al famoso libero arbitrio, appare all’appuntamento fatale e “partecipa” a suo modo, scegliendo di volta in volta se “spingere” nell’abisso o “trattenere” da esso il fortunato o malcapitato (anche qui dipende dai punti di vista) che approccia al gesto estremo. Convinto di seguire sul lavoro una certa etica, del tutto soggettiva, il “nostro” tabagista seriale conduce una vita sessuale alquanto turbolenta, inanellando un discreto numero di incontri occasionali. E pur se apparentemente sembra muoversi di continuo in sella alla sua fedele due ruote, pedalando da un “luogo del confine vita/morte” all’atro, resta sempre immobile nel suo personalissimo percorso esistenziale. Questo fino a che sulla lista non trova scritto il nome del futuro marito di Viola, la donna che continua ad amare e che spera un giorno possa tornare a essere “baricentro dell’avvenire”. Da questo momento i vari personaggi che ruotano intorno a lui, tutti sopra le righe, sembrano acquisire un ruolo preciso: diventano dei “trickster”, dei “buffoni sacri”, utili grimaldelli che scavano e portano in luce ciò che lo scanzonato protagonista cerca di tenere nascosto. Via via che gli incontri si moltiplicano e che il suo cammino interiore discende vertiginosamente verso le profondità, ci viene restituita una figura controversa, con un’identità complessa e complessata che sopravvive ai propri fantasmi, sensi di colpa e dubbi e che grazie ai demiurghi che lo accompagnano comprende di voler tornare a vivere abbandonando il suo stato di sospensione.

 Marco Marsullo narra questo vortice altalenante verso la Vita. Narra la “commedia umana” impreziosendola di “due come loro”: dio e il diavolo che vengono rappresentati con vizi e nevrosi derivanti da un riuscitissimo scenario “pop”. Forse sulla scia degli “American Gods” di Neil Gaiman, i due titolari del Bene e del Male, si confondono tra loro e sembrano essere il contrario di come ci si aspetterebbe. Il primo festaiolo, dedito alle più disparate dissolutezze, circondato da bellezze degne del più prosaico Hugh Hefner, “addicted” di social e di Apple; il secondo più riservato, schivo, solitario, amante della buona cucina e “fan” di una popolare fiction nostrana. Tuttavia in questa originalissima versione, i due non smettono di incarnare il rovescio di una stessa medaglia e continuano ad operare seguendo i canoni conosciuti di cui si possono intuire alcuni echi, tra tutti quelli di Saramaghiana memoria.

 Un romanzo “molto poco italiano”, come lo stesso Marsullo ha affermato, parafrasando il ben noto Stanis di Boris. Un romanzo di un umorismo disperato, perché “l’umorismo è la disperazione che rifiuta di prendersi sul serio” (Arland Ussher).

 Due come loro

Marco Marsullo, Due come loro, Einaudi, 2018, Torino, p. 208, euro 17,00.

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