Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Maria Rosaria Selo, L’albero di mandarini

Il 22 agosto del 1956 millecinquanta emigranti “che si muovevano come bestie incarcerate” partono sul transatlantico Paolo Toscanelli, solcando un mare bellissimo che “poteva essere tomba o futuro”, come per andare in guerra e, invece, pronti alla battaglia per la costruzione di una nuova vita in Brasile. Tra loro c’è Maria, con nel cuore il tormento di chi deve abbandonare tutto: il passato e le persone che vi appartengono, i luoghi con i loro odori e le voci, persino tutto ciò che l’aveva costretta a partire. “Questa è la spartenza. Dividerci dai nostri cari e partire per sempre. La terra nostra ce la portiamo appresso, nel cuore (…) La spartenza era la faccia amara della partenza. Era un dolore, ma anche una rinascita. Chiudere i sogni nella valigia e tentare di realizzarli per evitare ai propri figli gli stenti dai quali si fugge”.

Non è stata semplice la vita di Maria Imparato soprattutto durante la guerra, quando il suono delle sirene costringe i cittadini di Napoli nelle grotte della Ferrovia Cumana, sotto Corso Vittorio Emanuele, in cunicoli che dal 1943 al 1945 sostituiscono le loro case: angusti, umidi e sporchi, tra il fetore e gli insetti, con ricchi e poveri mescolati dalla comune sorte. In quel tempo la ragazza, sostenuta dalla preziosa amicizia con Pupella, impara che gli unici valori importanti al mondo sono l’amore, la dignità e l’onestà e, negli anni a venire, avrebbe saggiato la forza della propria volontà, la capacità di autodisciplinarsi e lavorare duro. Se non le viene concessa la possibilità di studiare come sogna, anche a causa dell’opposizione di una madre che considera la durezza l’unico strumento educativo efficace, allora si sarebbe impegnata nell’imparare un mestiere, quello di sarta, proprio come lei, una delle poche alternative al lavoro nei campi, trovando successivamente un’occasione presso un atelier, dando così inizio alla sua personale battaglia per costruirsi un futuro e aiutare la sua famiglia.

Durante le lunghe ore di lavoro conosce Tonino, figlio della facoltosa famiglia Balestrieri, la cui matriarca, Severina, è una cliente di prestigio dell’atelier. L’attrazione immediata e reciproca viene ovviamente con fermezza osteggiata dalla donna che riesce a separare la coppia trasferendo un figlio troppo acquiescente, e con lui l’intera famiglia, a Rio de Janeiro. Ma Maria reagisce con la sua consueta forza, trovando un nuovo amore in Enrico e dedicandosi alla professione per dimostrare a se stessa e ai genitori di lui che le sue umili origini di figlia di ferroviere la rendono solo più determinata e non una ragazza di serie b. Ma anche qui il destino arriva a scombinare tutte le carte.

Terminato in malo modo pure il rapporto con quest’ultimo, nella vita di Maria ritorna Tonino, attanagliato dalla nostalgia per l’unica ragazza che avesse mai amato e la sola ragione che avrebbe mai potuto spingerlo ad affrontare lo scontro con la madre, una serpe che inoculava veleno ai suoi famigliari tramutandoli, nel migliore dei casi, in ignavi. Severina, tuttavia, falliti i tentativi di sabotare la partenza per Rio de Janeiro di Maria, sposata per procura da Tonino, troverà infiniti e perfidi modi per torturare la coppia e il loro amore, sino a rendere intollerabile la permanenza della nuora in quella splendida prigione che è villa Balestrieri. Ciò che Severina non ha calcolato è che, questa volta, il suo prezioso figlio maschio sceglierà di seguire la moglie nel rocambolesco viaggio di ritorno a Napoli.

La sua nuova vita nella sua vecchia città sarà caratterizzata da una grande varietà di dolori: da quello “bello della felicità” per il rientro, al più atroce, di quelli che si che si cementificano a tal punto dentro che poi hanno bisogno di liquefarsi per scorrere via e di luce per uscire dal buio permettendo di tornare a respirare. E sono sofferenze ed esperienze che si stratificano dando sostanza alla sua anima (“Se tieni delle ferite devi guardarci dentro … perché è là che ci trovi la bellezza”), al contrario di Severina che va avanti con l’incoscienza, sostenuta dalla fortuna che assiste chi vive senza rimorsi, indifferente all’eredità di disamore che avrebbe lasciato al figlio o alle due sorelle, una delle quali reietta.

È una storia che attraversa la seconda metà del Novecento, la cui lettura riporta all’universo letterario di Elena Ferrante per ciò che concerne scenari e atmosfere ossia la Napoli più dura e suggestiva delle tradizioni e delle superstizioni, e nella costruzione di personaggi femminili volitivi e indomiti nel bene, come nel caso di Maria Imparato, e nel male, come in quello di Severina Balestrieri. Il neologismo “spartenza” come strappo tra passato e futuro, ma anche dell’anima, riporta alla mente la “smarginatura” di cui era vittima Lila nella tetralogia de “L’amica geniale”, nel senso di perdita dei contorni di cose e persone e del senso del reale. Ma vi è anche un richiamo a Isabel Allende, sia per quanto concerne, anche in questo caso, la delineazione dei personaggi femminili, sia nella capacità di integrare vicende storiche e umane ma anche nel tema dell’esilio con il suo immenso carico di dolore per la lacerazione subita e le attese tradite e nell’amore per le saghe famigliari. Tali accostamenti nulla tolgono alla raggiunta e piena maturità della scrittura di Maria Rosaria Selo, scrittrice e sceneggiatrice, con al suo attivo le bellissime prove di “Io sono dolore” (2013) e “La logica del gambero” (2015).

La sua è una narrazione che procede con intensità e fluidità, in cui sono ben sviluppati i rapporti tra i personaggi, come quello di Maria con la madre: “Nunzia si chiedeva cosa ci fosse in Maria che a lei sfuggiva. Certe volte quella figlia le pareva un’estranea, partorita per caso nel caldo di giugno. Era convinta che la bambina non accettasse la realtà che la circondava, la miseria che la avvolgeva. Fingeva, o s’illudeva, di essere qualcun’altra. Le diceva di stare coi piedi per terra, che la gente povera deve fare attenzione a non avere ambizioni o sogni che poi si infrangono procurando dolore. Ma Maria non le credeva, voleva i sogni, usciva dal ruolo e questo la mandava in bestia”. Altrettanto importanti sono i legami elettivi, di quelli che “vanno oltre il sangue e divengono potenti come il fuoco”, come quello con Pupella, il cui modo di amare senza limiti la segnerà a marchio dall’inizio alla conclusione della sua vita: “L’amore quando arriva non ti avvisa, ti paralizza e tiene sempre qualcosa di sbagliato. Non pare mai quello giusto, eppure tu lo riconosci, lo sai che è lui. Mo’ che tutto è sottosopra, mi rubo un poco di felicità in mezzo a tutta sta desolazione”.  

L’albero di mandarini, da sempre rifugio e consolazione di Maria, rappresenta la tenacia e profondità delle proprie radici, la maturazione di una donna nel suo lento percorso di crescita e accettazione, soprattutto del fatto che il male e il bene sono “dorso e palmo della stessa mano” e che conoscere a fondo il primo aiuta a comprendere appieno il secondo. E tale percorso, intrecciato a quello dei suoi famigliari, i suoi genitori, i suoi figli e i loro figli, è fatto di rami che germogliano e altri che si spezzano, con i suoi fiori simbolo della “virtù nascosta” e i frutti di ricchezza e fortuna, i quali, nella loro forma tondeggiante e perfetta, sono eterni come l’amore: “Certe volte l’amore pare leggero come la polvere sui mobili, che tu ci soffi sopra e vola via. Ma l’amore vero ti viene a cercare, Mari’. E pure se lo perdi, lui fa il giro e torna”.

Fiorella Ferrari

Maria Rosaria Selo, L’albero di mandarini, Rizzoli, Milano, 2021, p. 345, euro 18,00.

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Questa voce è stata pubblicata il 13 agosto 2021 da in Libri, Narrativa, Recensioni con tag , , .
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