Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Giuseppe Di Clemente, Marco Capocasa, Elbrus

Lubomir Karu è un programmatore della Drama, una software house che produce videogiochi in Realtà Virtuale e, al tempo stesso, androidi dotati di sofisticate intelligenze artificiali che ne gestiscono la dinamica e la fluidità del movimento, attraverso una sorta di autoapprendimento. Andrus Sokolov è, invece, uno stilista di fama che, improvvisamente, dopo aver delirato di persone con i volti tutti uguali che danzano in cerchi concentrici e di una misteriosa “Dama” che parla di un altrettanto misterioso “viaggiatore” dello spazio, tenta il suicidio gettandosi dal tetto di un palazzo. Ma cosa hanno in comune i due, a parte i medesimi incubi?

Tra i personaggi principali di “Elbrus” vi sono, inoltre, David Dunn e Nigul Leppik. Il primo è un genetista del Dipartimento di Biotecnologie e Ingegneria Genetica e giovane docente esperto, appunto, di manipolazioni genetiche; egli viene contattato dall’EASA, l’European and Asian Space Agency, per un progetto apparentemente volto a rinforzare la specie umana, rendendola resistente alle carestie dovute al sovrappopolamento conseguente al riscaldamento globale che ha determinato grandi cambiamenti negli equilibri geopolitici del pianeta. Il secondo è, invece, un giornalista dell’emittente televisiva Estonia News 2, incaricato di seguire il caso Sokolov, le cui ricerche si andranno a intrecciare con le storie degli altri personaggi, contribuendo a trovare il bandolo della matassa di un’intricata storia.

La particolarità delle vicende che interessano i vari protagonisti del romanzo di Giuseppe Di Clemente, laureato in economia e appassionato di astronomia e fantascienza, e di Marco Capocasa, antropologo molecolare e divulgatore scientifico, è che si svolgono nell’Anno Domini 2154/2155. La premessa a queste, tuttavia, va ricercata tra il 2113 e il 2118, quando inizia una fase di crisi che conduce il pianeta Terra al tracollo e anche le esplorazioni spaziali, finalizzate a trovare nuovi mondi da colonizzare attraverso insediamenti autosufficienti, hanno solo evidenziato le difficoltà di adattamento in condizioni critiche della natura umana.

Il programma dell’EASA, cui è chiamato a partecipare David, è volto proprio a potenziare le capacità di resistenza degli esseri umani attraverso la manipolazione del genoma di soggetti viventi, in modo da ottenere individui in grado di partecipare a progetti di colonizzazione spaziale. Dopo qualche tentennamento, per via di pregresse esperienze negative dello studioso con l’ente e in virtù del fatto che tale impegno lo avrebbe tenuto lontano dalla moglie con cui è in crisi, l’uomo accetta, ma con il tempo capirà quanto sarà alto il prezzo di una scelta che lo condurrà oltre la morale e l’etica, verso la perdita della propria anima.

Il risultato di anni di ricerca e manipolazioni genetiche sarà, infatti, una colonia di cloni, in grado di comunicare mentalmente tra loro, nati da procreazione assistita e cresciuti da orfani in una complessa e articolata base tripartita, l’EANPL, che si trova proprio sotto il monte Elbrus, in Russia. I cloni, ognuno con un suo ruolo ben preciso, sono tenuti all’oscuro del fatto che esista una superficie terrestre e addestrati all’interno di una campana che simula svariati scenari, per sopravvivere in qualunque condizione su altri pianeti. Solo alcuni di essi avranno un destino molto diverso.

Intanto, da qualche parte dell’universo, una delegazione del popolo dei Driihh, del pianeta Rhet, guidato da Eras, è anch’essa in cerca di nuovi mondi, ma l’ultima di queste missioni esplorative si rivelerà fatale, gettando nello sconforto Liilmade, la moglie di Eras, sacerdotessa rimasta sul pianeta d’origine, che lo rimpiangerà per tutti gli anni a venire, lanciando un ultimo disperato messaggio nello spazio quando, ormai molto anziana, sta per lasciare la vita e ricongiungersi all’anima unica dell’Universo.

Il segnale di richiesta di aiuto proveniente dalla base del popolo morente dei Driihh verrà intercettato sulla Terra, anche se in ritardo, e porterà al recupero dei pochi corpi dell’equipaggio ancora in vita e a studiarne la tecnologia avanzata, soprattutto, il legame profondo tra essi e la loro nave spaziale con la quale comunicano mentalmente come se fosse un’entità vivente chiamata Frehm, una sorta di “Madre” protettrice a cui si affidano. La scoperta principale sarà la profonda somiglianza tra la biologia del popolo alieno e quella umana. Purtroppo, dei membri dell’equipaggio recuperati ne sopravvivrà solo uno che trascorrerà il resto dei suoi giorni in una teca di vetro riempita di un liquido, di provenienza aliena, che lo mantiene in vita.

Nel frattempo, tra i cloni inizia a verificarsi un lento e imprevisto risveglio da una situazione di vita simulata alla “Truman show”, alla consapevolezza di quella reale e delle proprie origini che sono stati loro negati, in attesa che il loro addestramento si concludesse, appunto, con una missione spaziale di colonizzazione. Tale consapevolezza coincide con il risveglio del viaggiatore nella teca, con cui sembra esserci una comunicazione telepatica, il quale, intanto, ha ricevuto il messaggio della moglie, il cui obiettivo, se fosse stato ancora in vita, era guidarlo nuovamente verso casa. La scienza di frontiera, come quella che è stata utilizzata per portare avanti il progetto, pone da sempre dei quesiti di ordine etico, ma “l’editing genomico e l’ibridazione” hanno portato l’assicella di un equilibrio assai instabile oltre l’immaginabile. In questo caso, con la fecondazione interspecie di ovuli di donne terrestri con spermatozoi alieni, contenenti le varianti genetiche in grado di migliorare la specie umana. Tale esperimento, tuttavia, ha generato degli ibridi sterili che, quindi, non potendo dare luogo ad altri esseri simili, hanno reso inevitabile la clonazione.

Il risveglio dei cloni, contemporaneo a quello del viaggiatore, e la presa di consapevolezza generale, determinerà una reazione che coinvolgerà Lubomir, Nigul ma anche l’astronauta Mark e lo studioso Petrov, medico dell’EASA, pronti a rimediare al danno fatto a un’intera colonia di ibridi clonati. In una disperata corsa contro il tempo, l’obiettivo diventa liberare queste persone e condurle nell’unico posto in cui la loro vita possa avere ancora senso.

Il romanzo appartiene al genere molto amato dello sci-fi, ossia science fiction, nato nel XIX secolo e inserito in una tradizione ormai consolidata fatta di viaggi nello spazio, magari in universi paralleli, di creature aliene, di robot e cyborg, di tecnologie molto avanzate e, a volte, dannose, di mutazioni genetiche spesso con esiti mostruosi, di scenari futuristici, di fenomeni scientifici e tecnologici che si basano, però, su conoscenze reali che vi conferiscono verosimiglianza. Molto comuni sono anche le tesi di partenza: il disastro ecologico e le conseguenti carestie da sovrappopolamento e i risvolti, quindi, la sopravvivenza di parte della popolazione, in genere quella più abbiente, in grado di permettersi un viaggio interspaziale a scapito del resto dell’umanità, selezionata su basi evidentemente economiche. Entrambe le tesi evidenziano la critica sociale e politica che sottende il genere. In “Inferno” di Dan Brown, ad esempio, con la medesima premessa ma attraverso altri sviluppi (non appartiene al genere sci-fi ma al thriller), la selezione avveniva, invece, tramite inoculazione di un virus che pure interagiva con la sequenza genetica degli esseri umani, decidendo anche in questo caso chi sarebbe sopravvissuto e chi no.

La trama di “Elbrus” non è sempre semplice da seguire, sia per i salti temporali, sia per le lunghe parti descrittive, molto tecniche e dettagliate, scaturite dal background degli autori. Anche l’idea di riportare i nomi degli alieni con il loro alfabeto simbolico trasposto foneticamente, una sperimentazione linguistica sicuramente originale e distintiva, alla lunga appesantisce un po’ la narrazione che, anche per il resto, a volte scorre e cattura, a volte risulta appiattita dai tecnicismi che, assieme agli avvenimenti e ai dilemmi etici, sovrastano i personaggi, la cui umanità, soprattutto il dramma esistenziale di alcuni di essi, si sarebbe potuta approfondire maggiormente. Tuttavia, il fatto che gli autori siano ai loro esordi e l’oggettiva difficoltà, anche per scrittori di comprovata esperienza, di trovare in questo genere letterario il perfetto equilibrio tra gli svariati elementi che lo compongono, lascia presagire la possibilità di una maturazione ulteriore nella loro prossima prova.

Fiorella Ferrari

Giuseppe Di Clemente, Marco Capocasa, Elbrus, Armando Curcio, Roma, 2020, p. 313, 16 euro.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 giugno 2021 da in Fantascienza, Libri, Narrativa, Recensioni, Sci Fi con tag , , , , .
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