Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Georges Simenon, Il gatto

“Si osservavano a vicenda. Non avevano bisogno di guardarsi. Da anni si osservavano in quel modo, di soppiatto, aggiungendo di continuo al loro gioco nuove sottigliezze”. Émile Bouin e Marguerite Doise sono due vedovi sposatisi in seconde nozze, che trascorrono il loro tempo chiedendosi chi tra i due se ne andrà all’altro mondo per primo. La loro comunicazione, negli anni, è andata assottigliandosi al punto da esprimere i propri sentimenti di fastidio reciproco con una mimica ridotta all’essenziale, anche semplicemente con un lampo di cattiveria che attraversa lo sguardo. Sono profondamente diversi, fuori e dentro: magra e rigida lei e tarchiato e impulsivo lui, come diversi sono i vissuti che hanno alle spalle: una famiglia borghese in disgrazia, in passato proprietaria di un’azienda dolciaria, e un rispettabile marito violinista, lei; un retroterra operaio, prima come capomastro, poi come ispettore di cantiere per il Comune di Parigi, e un’esuberante donna del popolo per moglie, lui.

Persino gli animali domestici, ossia un gatto, appartenente a Émile, e un pappagallo, di proprietà di Marguerite, hanno assorbito gli umori della coppia e si guardano, se così si può dire, in cagnesco, da lontano, con diffidenza ma anche con una certa forma di rispetto che, tuttavia, manca completamente ai coniugi, la cui reciproca ostilità si manifesta pure nei movimenti, i quali sono ormai diventati dei rituali dal significato misterioso. Émile e Marguerite mangiano in silenzio, ognuno il suo pasto che cucina da sé, facendo la propria spesa e attingendo gli ingredienti da una dispensa a cui l’altro non ha accesso. Il linguaggio verbale viene utilizzato solo per mormorare tra sé o per scambiarsi battute feroci, quello gestuale per farsi dispetto e quello scritto per offendersi, a volte anche solo utilizzando un unico termine. Quei “pizzini”, in realtà, rappresentano il loro mezzo di comunicazione prediletto e sono loro indispensabili come per le altre coppie le gentilezze.

Il dispetto per eccellenza, come si apprende sin dall’inizio del racconto, è la reciproca uccisione dei propri animali da compagnia, non confessata quella del gatto, ritrovato avvelenato in cantina, per vendetta quella del pappagallo, poi fatto impagliare dalla donna a perenne testimonianza del suo dolore. Se sono mai stati felici? Raramente ma ciascuno per conto proprio, né ricordano più come e perché siano giunti al grande passo di sposarsi: lei, forse, come asserisce il marito, per l’avarizia derivante dalla paura delle ristrettezze economiche dovuta al fallimento della fabbrica paterna, lui, probabilmente, per terrore della solitudine. Eppure, nessuno dei due ha fatto nulla per integrare i differenti universi, né fisicamente né mentalmente, paghi di giocare ad una guerra reciproca ed eterna come bambini, incapaci di rilassarsi anche quando l’altro non è in casa, per via del sospetto che generano persino le uscite del coniuge.

Entrambi vedono nell’altro il carnefice e in sé stessi la vittima, reclusi in quella loro casa silenziosa la cui immobilità si rispecchia in ogni singolo arredo. Émile, esasperato da una nuova amicizia di Marguerite e persuaso che l’odioso chiacchiericcio delle due venga utilizzato anch’esso come arma contro di lui, tenterà di vivere una nuova esistenza, libera come quella di un gatto. Si trasferisce, infatti, nella locanda di una vedova di vivaci costumi, con la quale ha già in passato compensato la mancanza di intimità con la moglie, nonostante il tradimento abbia caratterizzato anche un matrimonio sessualmente soddisfacente come il precedente. Sarà, però, ben presto di ritorno come un pappagallo incapace di vivere fuori dalla sua gabbia, da quella casa claustrofobica, sita in una strada chiusa, un vicolo cieco dal quale non è in grado di fuggire. Allo stesso tempo, non è possibile liberarsi dagli istinti più bassi dell’animo umano e dalle proprie stesse paure, come la sottile “sensazione di essere in difetto, di non compiere fino in fondo il proprio dovere, di meritare un rimprovero”, da una madre come da una moglie, due ruoli che spesso Émile confonde in sogno. In fondo, esiste un legame tenace tra i due coniugi anche se di natura difficilmente spiegabile e sostanziato dall’odio simboleggiato dal gatto defunto, ricordato dal suo pizzino preferito in cui scrive semplicemente: “il gatto”, che li spinge a pregare e temere, al tempo stesso, di sopravvivere all’altro, poiché proprio quell’odio rappresenta il loro antidoto alla morte, ciò che li tiene in vita.

Gli estimatori di George Simenon sanno bene come lo scrittore non sia solo il creatore del commissario Maigret ma anche l’autore di romanzi di grande spessore psicologico tra i quali, appunto, “Il gatto” (1966), a cui è ispirato il film magistralmente interpretato da Jean Gabin e Simone Signoret. La narrazione rappresenta un’intensa e feroce, come ammette lo stesso Simenon, riflessione su vecchiaia e solitudine, alleggerita da un fine senso dell’umorismo, agevolato da una scrittura che si presenta fluida, con rari dialoghi, essenziale ma, al tempo stesso, di spessore, dalla consistenza “pesante”. In un progredire lento e in un’atmosfera snervante, gli unici momenti d’azione fanno riferimento ai pochi eventi della quotidianità dei protagonisti, intrappolati nel loro rapporto malato, nutrito dal continuo sospetto reciproco. Vi sono anche delle note autobiografiche rappresentate dal fatto che l’età dell’autore, giunto quasi al termine della sua carriera al momento della scrittura di questo romanzo, coincide con quella dei protagonisti, poco più che settantenni, con la conseguente presenza di riflessioni sulla vita e sulla morte. Inoltre, è stato anch’egli sposato due volte e da qui le meditazioni sui rapporti coniugali e su come possano degenerare in modo irrimediabile senza che sia possibile o che si desideri intravedere una via d’uscita da una vita che impedisce qualsiasi progresso, qualsiasi evasione dalla casa genitoriale replicata in quella coniugale. Ciò perché Émile, al di fuori di tutto questo, di quel legame con una donna “più coerente, più energica, più padrona di sé” che gli faceva, in fondo, paura, “non era più niente” e di tale consapevolezza nutre il proprio disprezzo.

Fiorella Ferrari

Georges Simenon, Il gatto, Gedi, Roma, 2020, p. 166, euro 9,90.

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Questa voce è stata pubblicata il 24 gennaio 2021 da in Classici, Giallo, Libri, Narrativa, Recensioni con tag , , , , , .
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