Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Dan Brown, Inferno

Edito dopo tre anni e mezzo da “Il simbolo perduto”, “Inferno” è il quarto dei romanzi di Dan Brown con protagonista Robert Langdon che, nelle trasposizioni cinematografiche di altrettanto successo, è impersonato da Tom Hanks. Il professore di Harward è noto a tutti per le sue competenze sulla simbologia religiosa e non è certamente un caso, come da più parti evidenziato, che anche la data di pubblicazione del libro, ossia il 14/5/13, racchiuda un preciso significato simbolico, poiché sarebbe l’anagramma numerico del Pi greco (3,1415), la costante che moltiplicata per il quadrato del raggio dà come risultato l’area di un cerchio. L’immagine del cerchio porta inevitabilmente all’Inferno dantesco, richiamato dal titolo del romanzo, e il ricorrere del tre alla numerologia che permea le cantiche della “Divina Commedia”.

Il romanzo si apre con il prologo in cui un uomo racconta in prima persona del suo disperato tentativo di sfuggire a dei misteriosi inseguitori ma, non riuscendo nel suo intento, è poi costretto al suicidio, gettandosi dal campanile della Badia Fiorentina. Egli, parafrasando l’inizio del canto terzo dell’Inferno, si qualifica così: “Iosono l’Ombra. Attraverso la città dolente, io fuggo. Attraverso l’eterno dolore, io prendo il volo”, concludendo con: “Il mio dono è il futuro. Il mio dono è la salvezza. Il mio dono è l’Inferno”. Tali parole sintetizzano il senso di un romanzo che per tutti gli altri capitoli è, invece, scritto in terza persona ossia affidato a un narratore esterno ma non omnisciente, poiché da questo momento gli eventi saranno raccontati attraverso il punto di vista di Langdon. In questa sua nuova avventura, il protagonista si risveglia in un letto d’ospedale, in stato confusionale e con una ferita alla testa, dovuta a uno sparo che l’avrebbe colpito solo di striscio, come gli viene riferito dalla dottoressa Sienna Brooks, che lo ha in cura. Il trauma avrebbe determinato l’amnesia a causa della quale non sa come sia arrivato non solo in quella stanza, ma a Firenze dov’è ubicata la struttura sanitaria. Mentre viene perseguitato da incubi incomprensibili e ricorrenti di scene, neanche a dirlo, da Inferno dantesco, e dall’immagine di una donna velata, si chiede chi potrebbe volere la sua morte e, questione non di secondaria importanza, perché?

L’unica certezza è che, di chiunque si tratti, la sua sola possibilità di sopravvivenza è non farsi trovare. Difatti, una nuova aggressione avvenuta in ospedale da parte di una donna con la divisa da carabiniere, Vayentha, lo costringe a fuggire, seppure ancora sedato e dolorante, aiutato proprio da Sienna che lo porta in casa sua. E sarà sempre la donna, della quale presto scoprirà il passato particolare e il quoziente intellettivo eccezionale, a contribuire alla faticosa ricostruzione dei fatti precedenti al ricovero, delle azioni compiute, dei luoghi visitati e delle persone incontrate delle quali Langdon ha completamente perso il ricordo. Inizia da qui la consueta caccia al tesoro di browniana memoria, in particolare, dal rinvenimento di una bio-capsula cucita in una tasca interna della sua giacca, il cui primo indizio, contenuto all’interno della stessa, è il disegno botticelliano della “Mappa dell’Inferno dantesco”.

Indizio dopo indizio, il professore scopre di essere vittima di un misterioso complotto facente capo al biochimico Bertrand Zobrist, che si scoprirà essere il suicida dell’incipit, fautore della cosiddetta “Equazione apocalittica della popolazione”. Secondo tale teoria, che riprende quelle Malthusiane, la popolazione umana starebbe aumentando in modo incontrollato, il che, unito all’allungamento dell’aspettativa di vita e al calo delle risorse naturali, porterebbe proprio all’apocalisse. Si tratterebbe di una sorta di inferno sulla Terra, un altro richiamo al titolo del romanzo, ambientato principalmente a Firenze (ma anche a Venezia e Istanbul), patria di Dante Alighieri, autore, appunto, della “Divina Commedia”, con i suoi diversi livelli interpretativi, dal letterale al metaforico, così come le ricerche di Langdon, che procedono, cosa ormai ben nota al pubblico dei suoi lettori, per scoperte che scavano progressivamente nel significato più recondito di simboli e codici.

Secondo Zobrist, l’unica alternativa a tale epilogo sarebbe provocare una catastrofe sufficiente a determinare un’estinzione di massa sul genere della Peste Nera nell’Europa del 1300 e del 1600, che però era di origine naturale. Non a caso, il suo saggio di maggiore successo si chiama “Chi ha bisogno dell’agathusia?”, un termine greco formato da agathos e thusia e che significa “buon sacrificio”, a intendere che parte dell’umanità dovrebbe fare la cortesia di sacrificarsi in favore della più “meritevole”, a giudizio di non si sa bene chi. Sembrerebbe una sorta di degenerazione del neodarwinismo che adattava il concetto di selezione della specie, elaborata da Charles Darwin, alla sfera sociale e che vede come perdenti nella lotta per la sopravvivenza i meno forti o i meno “adatti” per cause, nel caso delle teorie di Zobrist, non naturali ma indotte. In realtà, il “Chi” del titolo, “Who” in inglese, farebbe riferimento al World Health Organization, la cui direttrice, Elisabeth Sinskey, tra le conoscenze rimosse da Langdon, avendo sottovalutato un problema di tale portata, per Zobrist farebbe meglio a dare il buon esempio con la propria, spontanea o meno, dipartita.

Lo scienziato, inoltre, è un sostenitore della filosofia del “transumanesimo”, per la quale l’uomo dovrebbe servirsi della tecnologia per superare le proprie debolezze fisiche, attraverso la manipolazione genetica. Anche Dante utilizza un verbo simile, “transumanar”, nel primo canto del Paradiso, intendendolo, tuttavia, nel senso di elevarsi oltre i limiti della natura umana per ascendere al divino. Attraverso le scoperte di Zobrist nel campo della “manipolazione della linea germinale”, invece, se grazie ai vaccini è stato possibile rendere immuni i bambini da determinate malattie, tale immunizzazione diverrebbe ereditaria e coinvolgerebbe, quindi, le generazioni successive. La falla in tutto ciò è rappresentata dal fatto che, come fa notare Langdon, se l’evoluzione ha i suoi tempi, probabilmente ci sarà una ragione più che valida e che a toccare una carta del delicato castello rappresentato dal genoma umano, si rischierebbe un crollo dell’intera costruzione. Soprattutto, il pericolo principale è che tale teoria divenga un’arma nelle mani di fanatici e, infatti, ricorda in modo sinistro l’eugenetica, intesa come metodo di selezione degli esseri umani ritenuti più “accettabili” utilizzata per la pulizia etnica.

L’idea di Zobrist è, in sintesi, quella di inoculare un virus altamente contagioso per risolvere la questione del sovrappopolamento a modo suo, un agente patogeno chiamato, appunto, Inferno. Come a dire che se l’umanità è la malattia, l’Inferno sarebbe la “cura” che dovrebbe colpire, per avere un buon risultato, almeno un terzo della popolazione mondiale, meglio ancora la metà. Tuttavia, a questo punto, l’obiettivo di Langdon diventa triplice: in primo luogo quello consueto, salvarsi la vita, e, come già detto, capire chi vi attenta. Tra questi compare un personaggio chiamato semplicemente il Rettore, capo di un’organizzazione che garantisce ai propri clienti protezione e nuove identità, ubicata su una barca chiamata (a tema) “Mendacium”. Per attuare il suo piano, Zobrist si è rivolto proprio al Rettore perché possa tenerlo al sicuro quel tanto che basta per predisporre al meglio il tutto, cui affida un video sconvolgente che avrebbe dovuto essere mostrato al mondo in una data prestabilita. Non è chiaro perché poi l’uomo, dopo simili cautele, si sia preoccupato di disseminare complessi indizi in giro ispirati alla sua passione per il sommo poeta fiorentino, mettendo a rischio l’intero piano, forse per una sorta di sindrome da serial killer? Infine, il terzo obiettivo è scoprire che tipo di virus verrà diffuso tra la popolazione, se sarà sul genere dell’Ebola (che provoca emorragie), degli hantavirus (responsabili di infezioni polmonari), degli oncovirus (che procurano il cancro) o dell’HIV (causa dell’AIDS). La risposta,diversa nel film così come, ad esempio, lo sono il finale o l’importanza del ruolo di Sienna, sarà la peggiore di qualsiasi possibile ipotesi.

Si può affermare che la formula dello scrittore è ormai la stessa da un po’ troppo tempo: personaggi, peripezie, citazioni storiche e artistiche ed enigmi, a dire la verità, sempre meno complessi e ripetitivi, tra i quali il “catrovacer/cercatrova”, almeno nella traduzione italiana, che i protagonisti tentano faticosamente d’interpretare per interi capitoli. Anche i riferimenti alla storia dell’arte, seppure sempre interessanti e che stimolano a compiere ricerche personali, danno l’idea di essere il vero focus del romanzo che poi ci viene costruito attorno corredato di complotto internazionale, inoltre, le descrizioni delle caratteristiche architettoniche di strutture e monumenti, sciorinate da Langdon con dovizia di dettagli, diventano improbabili come riflessioni estrinsecate nella concitazione di una trama che si basa su estenuanti inseguimenti e tempi molto ridotti. I riferimenti alle opere dantesche, poi, di cui spesso il protagonista discetta con i suoi allievi universitari, sottolineando il suo sostegno a Dante nella critica alla Chiesa, sono abbastanza basiche per un italiano di media cultura, risultando, probabilmente, più interessanti per i lettori di altri paesi.

I punti di forza, come l’intreccio e i personaggi, che sono rimasti nell’immaginario di “Angeli e demoni” e de “Il codice da Vinci”, si sono progressivamente andati trasformando in cliché, peraltro con qualche incoerenza e imprecisione, e in ruoli standard. Langdon, nello specifico, sembra diventato un accademico un po’ pedante e presuntuoso, caratterizzato ormai solo dai marchi indossati, dalle sue dipendenze e fobie. L’autore sottolinea spesso nel romanzo il tema della “neutralità”, quindi, la colpa rappresentata dall’ignavia, per continuare con il linguaggio dantesco, che diviene centrale nel romanzo, ossia la responsabilità per tutti di prendere posizione nei temi cruciali che riguardano l’umanità e anche se qualcuno continuerà a sostenere l’idea machiavellica (restando in terra fiorentina) che “il fine giustifica i mezzi”. Tuttavia, non fa del coraggio, del correre dei rischi, la sua linea evolutiva come scrittore, consapevole che i suoi libri verranno comunque acquistati e letti perché sicuramente apprezzabili per molti versi, ma non del fatto che non vi è crescita nel limitarsi a reiterare degli schemi di successo.

“I luoghi più caldi sono riservati a coloro che in tempi di grande crisi morale si mantengono neutrali”, scrive Dan Brown nel suo libro, ma anche coloro che non accettano incertezze e responsabilità, seppure non faranno quella fine, resteranno impantanati nelle sabbie mobili della neutralità, per contrappasso.

Fiorella Ferrari

Dan Brown, Inferno, Mondadori, Milano, 2016, p. 522, euro 15,00.

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Questa voce è stata pubblicata il 3 gennaio 2021 da in Libri, Narrativa, Recensioni, Thriller con tag , , , .
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