Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Solange Distefano Pozzuoli, Tutti pazzi per il mio lato bipolare

Quello bipolare è un disturbo psichico caratterizzato da un’alternanza di fasi depressive e maniacali, quindi, appunto, da polarità opposte, che spesso è stato caricato di significati non suoi, è stato frainteso e il più possibile ignorato. Solange Distefano Pozzuoli, che si divide tra la sua passione per la scrittura e il suo lavoro nel marketing e nelle vendite internazionali, nel suo libro “Tutti pazzi per il mio lato bipolare”, seppure attraverso il velo dell’ironia preannunciato dal titolo, trova finalmente il coraggio di raccontare “dal di dentro” cosa significa vivere entrambe le fasi con tutte le conseguenze, in positivo e in negativo, che ne scaturiscono. La narrazione possiede una chiave di sviluppo molto singolare poiché non è un’autobiografia né un trattato medico ma, come scrive nella prefazione Michele Ribolsi, medico psichiatra e ricercatore presso l’Università di Tor Vergata, procede attraverso “interludi del tutto introspettivi” che raccontano dei grandi personaggi del passato affetti da turbe dell’umore.

Infatti, i capitoli del libro sono dei frammenti di biografie nei quali vengono sviluppati il tema della malattia in tutte le sue implicazioni e, in parallelo, la storia personale e famigliare dell’autrice, soprattutto il suo rapporto con la madre, donna Concetta, affetta dal medesimo disturbo ma non in grado di riconoscerlo su se stessa né di accettarlo nella figlia. Infine, viene tracciato il collegamento tra bipolarità e genialità, nel tentativo di fornire un parere personale e circostanziato su quale dei due sottenda l’altro ma, soprattutto, come gli elementi risultino per l’autrice inscindibili ai fini della piena espressione della personalità del bipolare, soprattutto in un’epoca in cui, come scrive, “il coraggio più grande risiede nell’essere quello che si è”.

Durante la narrazione i vari personaggi sono inseriti nel vissuto reale dell’autrice poiché davvero hanno rappresentato per la stessa una sorta di guida, accomunati da un disturbo per descrivere il quale non sono sufficienti le parole e per accettarlo, a volte, nemmeno l’amore. La sua esistenza, già eccezionale di per sé, come figlia di diplomatici, di un padre assente e una madre impegnativa, dalla vita itinerante e dalle frequentazioni altolocate, si complica ulteriormente di fronte, all’età di trentadue anni, alla diagnosi di una forma particolarmente severa di bipolarismo di tipo 1, di origine genetica, anche se le cause possono essere diverse, tra cui la provenienza da una famiglia disfunzionale e quelle ambientali.

Tra “ricoveri, episodi maniacali e traumi esistenziali”, Solange Distefano Pozzuoli, dopo un primo momento di comprensibile rifiuto, impara gradualmente a convivere con il suo disturbo, constatando che, oltre allo stigma sociale, la malattia dona a chi è costretto ad affrontarla anche un seme che racchiude in parti uguali intelligenza, creatività e talento, il quale, tuttavia, va coltivato con l’amore, la dedizione e la cultura perché possa dare i suoi frutti migliori. Ciò anche per evitare l’autodistruzione a cui possono condurre, per motivi opposti, sia la fase maniacale che può essere caratterizzata da una sindrome di onnipotenza, sia quella depressiva della patologia che può causare una forma di disperazione assoluta. Il libro vuole rappresentare, infatti, un abbraccio rivolto a coloro che soffrono del medesimo disturbo, affinché possano superare gli immotivati sensi di colpa, il forte senso di inadeguatezza e il mortificante giudizio altrui, curando con i medicinali la propria persona e con il lavoro su di sé la sua unicità, sfruttandone appieno le potenzialità e superando la paura di diventare sé stessi.

Nel rapporto immaginato con i grandi del passato si evincono la considerazione e la necessità, che l’autrice spera di trasmettere a coloro a cui è stata fatta la medesima diagnosi, di sentirsi parte di una famiglia allargata che finalmente comprende, ascolta e sostiene, i cui componenti appartengono al mondo dell’arte in senso lato, proprio per le loro spiccate capacità creative. Tra i vari personaggi è stata effettuata una scelta molto precisa basata sulla discriminante della positività, evitando coloro in cui è prevalso il lato oscuro, il quale li ha condotti a stili di vita e a scelte trasgressive ed estreme. L’unica eccezione sarà il bipolare chiamato Adolf Hitler.

La lunga carrellata inizia da coloro che hanno avuto un rapporto ambivalente con la figura paterna, come Vincent Van Gogh che diventa per l’autrice quella di riferimento che non ha mai avuto, Leonardo Da Vinci, rifiutato dal padre eppure con la capacità di sublimare il dolore nella sua poliedrica creatività, Wolfgang Amadeus Mozart, anche lui con un rapporto difficile con la figura paterna, probabilmente alla base del suo disturbo ma anche della sua divergente genialità. Viene citata persino un’icona immaginaria della bipolarità, come l’incredibile Hulk, lo “scienziato bipolare folle” che quando viene provocato si trasforma pure fisicamente. Ma ciò che l’autrice vuole evidenziare è, soprattutto, la capacità di personaggi come Woody Allen, Francis Ford Coppola, Salvador Dalí e Caravaggio di combattere e trasformare ansia, depressione e fragilità mentali in generale, in creazione, successo personale e artistico, facendo di sé stessi un mito. Cita personaggi come Marilyn Monroe, in cui la sensualità diventa pazzia nella sua accezione più nobile e aristocratica, Lady Diana con il suo “mal de vivre” e insieme il suo grande charme, Winston Churchill con le sue dipendenze e al contempo la sua incredibile energia vitale e mentale e Virginia Woolf dalla mente “veloce come un fulmine” ma “distruttiva come un uragano”. Poi ci sono i bipolari dominati dalla loro passionalità che li trasforma in infedeli e incostanti, tra i quali si possono annoverare Liz Taylor ed Einstein, oppure in gelosi morbosi come Agatha Christie. Vi sono anche coloro che hanno saputo utilizzare quella “marcia in più” fornita dalla patologia per potenziare le proprie doti naturali come Honoré de Balzac e la sua straordinaria capacità di analizzare l’individuo e le sue pulsioni, Pablo Picasso e la rappresentazione attraverso l’arte del proprio dissidio interiore e, al tempo stesso, della dualità del bipolare, Cartesio e la sua “ragione dubitativa e paranoica che lo ha spinto ben oltre i limiti di ogni assennatezza”. Vi sono anche esempi di vicende dall’esito tragico, come quelle della poetessa Alda Merini, con la sua permanenza in un manicomio e la sua morte in povertà, e di Robin Williams che l’autrice immagina felice e appagato della propria vita nonostante abbia poi deciso di porvi fine spontaneamente.

Sono storie spesso raccontate in prima persona dai personaggi stessi, in forma, appunto, di frammenti autobiografici, altre in terza persona e, infine, in prima persona ma direttamente dal narratore omnisciente rappresentato dall’autore, in un’organizzazione del testo magari poco strutturata e con delle imprecisioni formali e alcune ingenuità, tipiche del neofita, ma polifonica per precisa scelta, i cui momenti più riusciti oscillano tra quelli dominati dal sense of humor dell’autrice e quelli più lirici in cui il suo animo appare maggiormente in assonanza con il narrato. Attraverso di esse viene raccontata soprattutto la profonda difficoltà, per coloro che soffrono di disturbo bipolare, di rapportarsi al resto del mondo: in famiglia, in società, nel contesto lavorativo, ambiti in cui si sperimentano il rifiuto, il giudizio, l’incomprensione, cui si deve imparare a reagire utilizzando i preziosi strumenti dell’autoironia, dell’accettazione e, soprattutto, lo sviluppo delle proprie uniche potenzialità.

Tutto ciò perché, afferma l’autrice, la crisi maniacale più che un delirio rappresenta una sorta di rivelazione di ciò che si è veramente, un’essenza che lotta per emergere da una vita convenzionale che si cerca di imporsi per uniformità al resto del mondo, rinnegando spesso sé stessi, quando è invece vero che “Il mondo lo hanno sempre cambiato i folli, gli eretici, le streghe e i ridicoli”. Solange Distefano Pozzuoli conclude il suo libro con un appello a coloro che soffrono del suo stesso disturbo: a non rinunciare alla realizzazione di sé, ad accettare, rispettare e amare le proprie particolarità, circondandosi di persone disposte a fare altrettanto, a non smettere mai di curarsi poiché di questo disturbo non si guarisce, rinunciando forse solo a un po’ di vita adrenalinica in favore di quella stabilità necessaria a condurla con serenità, proteggendo dalle sollecitazioni esterne a cui il bipolare è particolarmente sensibile, sé stessi e anche i propri famigliari, soprattutto se, come lei, si ha la responsabilità di un figlio. Egli vive con la consapevolezza che la propria lotta per la vita sarà più dura e su più fronti rispetto di quella di molti altri e che rinunciare a essa significherebbe rinunciare a sé stessi e alla vita stessa: anche se non si è scelto di viverla in questo modo, è possibile riprenderne le redini poiché, come scrive Giordano Bruno nelle parole riportate in questo libro “siamo noi la causa di noi stessi” e spesso “(…) dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi, persino lo zodiaco”.

Fiorella Ferrari

 

Tutti pazzi per il mio lato bipolare1

Solange Distefano Pozzuoli, Tutti pazzi per il mio lato bipolare, Dissensi, 2018, p. 184, euro 14,00.

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Questa voce è stata pubblicata il 10 ottobre 2019 da in Libri, Narrativa, Recensioni con tag , , .
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