Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Michela Murgia, Accabadora


Nella tradizione sarda ci sono bambini che nascono due volte, dall’utero della madre naturale e dall’anima di una donna sterile. Ma il “fillus de anima” non è un bimbo adottato come un altro poiché la sua è una condizione che nessuna legge potrebbe legittimare, scaturita dal tacito accordo tra due donne con sentimenti e necessità molto differenti. Maria è una di essi ovvero, al tempo stesso, la quarta figlia non desiderata di Anna Teresa Listru e l’unico pensiero e desiderio di Tzia Bonaria Urrai che un giorno la preleva, senza una sola parola di spiegazione, da quella che è sempre stata la sua famiglia e la sua casa. La donna, probabile “vedova di marito vivo”, come accadeva spesso per quegli uomini che si defilavano con il pretesto della guerra, invecchiata precocemente e in attesa che il tempo la raggiungesse, aveva deciso di permettere alla ragazzina di occupare gradualmente tutte le stanze vuote della sua casa e della sua vita.

Così Maria inizia la sua nuova esistenza, senza lacrime osservabili né domande ad alta voce, diventando da creatura invisibile a oggetto dell’attenzione dell’intero paese di Soreni, seppure avvezzo a certe usanze, tra le quali quella di piangere i morti altrui come se fossero i propri, per “interposta assenza”, oppure una ancora più particolare che riguarda proprio Tzia Bonaria, della quale solo la sua figlia dell’anima non era ancora a conoscenza. Infatti, sarà la sua amicizia con i fratelli Bastiu: Nicola, vittima della propria rabbiosa incoscienza, e Andrìa, testimone involontario della tragedia da questa scaturita, a rivelarle il vero motivo delle misteriose uscite notturne di colei che crede da sempre solo una sarta. La donna, infatti, pur avendole trasmesso effettivamente il mestiere, oltre a tessere delle stoffe, similmente a una delle Parche, quella tra le dee della mitologia romana con il compito di tagliare il filo delle vite umane, è una “accabadora”, termine la cui radice, il verbo “acabar”, “finire”, le attribuisce il significato, appunto, di “colei che finisce”. Più che la mano del destino ne rappresenta il guanto morbido sulla mano ossuta, proprio come quella pietosa della sua seconda madre.

Per Maria l’unica strada possibile per tentare di sfuggire a una verità così inaccettabile, sarà il trasferimento in una città in cui nessuno conosca la sua storia, ossia Torino che, con il suo rigore lineare e il freddo intenso si oppone alla scompostezza e al caldo umido del suo paese. La ragazzina verrà assunta dai coniugi Gentili per occuparsi dei loro figli, Anna Gloria e Piergiorgio, ma la sua presenza, se da una parte rappresenterà un balsamo per le ferite del secondo, dall’altra, la sua anima inquieta e dai nodi irrisolti contribuirà a creare tra i due una sorta di rapporto simile a quello tra vasi comunicanti, in cui i ricordi traumatici che vanno assopendosi in lui risvegliano, al contrario, quelli di lei, rivelando la sua sensualità repressa. Tutto questo porterà al precipitare delle cose che, unito alla malattia di Tzia Bonaria, determinerà il suo ritorno in paese.

La ritrovata vicinanza con il “corpo vivo” della sua seconda madre, la costringerà ad affrontare una girandola di emozioni contrastanti. Avvolta dal buio della stanza di morte della donna, un buio che per la accabadora è da sempre stato lo scenario ideale per la propria missione poiché esso rappresenta già di per sé una forma di perdono, si ritrova preda dei suoi pensieri più segreti, quelli che “come gli occhi della civetta” non sopportano la luce del giorno e che, come la luna, smuovono “maree di senso in qualche invisibile altrove dell’anima”. E dal silenzio dei sommovimenti interni del suo inconscio, scaturirà con chiarezza un unico suono, udibile solo da lei, il “lamento di una nota sola” emesso dal fisico stremato della sua seconda madre, a suscitarle inconfessabili tentazioni (“Non metterti a dare nome alle cose che non conosci, Maria Listru. Farai tante scelte nella vita che non ti piacerà fare, e le farai anche tu perché vanno fatte, come tutti”).

“Accabadora” di Michela Murgia, Premio Campiello e Supermondello 2010, può essere definito un romanzo di formazione, scritto con una prosa che scorre ma che, al tempo stesso, si connota di significati legati alle tradizioni, alle consuetudini, alle superstizioni ma anche alla profondità dei temi trattati: al concetto di bene e di male (“Non dire mai: di quell’acqua io non ne bevo. Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata”), di merito e colpa (“Le colpe, come le persone, iniziano ad esistere quando qualcuno se ne accorge”), e, ovviamente, di vita e di morte. Verrebbe solo da consigliare una lettura del romanzo per se stessa, scevra da inutili illustri paragoni e dalla considerazione della narrativa dell’autrice come di un manifesto della letteratura sarda, con l’unico appunto che essa spingerebbe a desiderare assai più pagine e, tuttavia, con la consapevolezza che avvertire la mancanza e il desiderio di qualcosa è sempre e comunque un ulteriore merito per la stessa.

Di Fiorella Ferrari

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Michela Murgia, Accabadora, Mondadori, Milano, 2019, p. 163, euro 7,90.

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Questa voce è stata pubblicata il 14 settembre 2019 da in Libri, Narrativa, Recensioni con tag , , .
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