Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Elena Ferrante, L’amica geniale; Storia del nuovo cognome; Storia di chi fugge e di chi resta; Storia della bambina perduta

“Quando si è al mondo da poco, è difficile capire quali sono i disastri all’origine del nostro sentimento del disastro, forse non se ne sente nemmeno la necessità. I grandi, in attesa di domani, si muovono in un presente dietro al quale c’è ieri o l’altro ieri o al massimo la settimana scorsa: al resto non vogliono pensare. I piccoli non sanno il significato di ieri, e nemmeno di domani, tutto è questo, ora: la strada è questa, il portone è questo, le scale sono queste, questa è mamma, questo è papà, questo è il giorno, questa è la notte”.

Eppure, nel prologo della tetralogia, opera della scrittrice misteriosa Elena Ferrante e riassunta per comodità nel titolo del primo volume, “L’amica geniale” (2011, diventato trasposizione televisiva nel 2018), i punti di vista dei piccoli e dei grandi si mescolano sapientemente sin dalle prime righe, quando le protagoniste, Lila o Lina (Raffaella) e Lenù o Lena (Elena), sono due signore della periferia napoletana ormai prossime ai settanta, delle quali la prima sembra svanita nel nulla e la seconda, per una sorta di vendetta oppure d’“investitura” della quale spesso si ritiene oggetto colui che si dà alla letteratura, decide di raccontare la storia della loro lunga amicizia.

Lenù è, evidentemente, la voce narrante e suo è il punto di vista attraverso il quale vengono raccontate le vicende relative all’infanzia, all’adolescenza (“Storia del nuovo cognome”, 2012), alla maturità (“Storia di chi fugge e di chi resta”, 2013) e, infine, alla prossima vecchiaia (“Storia della bambina perduta”, 2014) delle due amiche, le cui esistenze sono come fiumi paralleli, che spesso scorrono vicini, anche se con pendenze differenti, per poi allontanarsi e perdersi in meandri tortuosi ma tornando a rincontrarsi, sempre. La suddivisione in quattro volumi è motivata dalla sola lunghezza poiché si configurano come un’unica storia per la cui comprensione è necessaria la lettura completa e in sequenza, così come risulterebbe un’operazione lacunosa elaborare un’analisi distinta per ciascuno poiché è una vicenda che cresce e si evolve assieme ai suoi protagonisti e al loro tempo.

Da subito saranno chiari i tratti distintivi delle due bambine: Lila con la sua personalità forte, consapevole, definita, e Lenù che sembra riuscire a dare il meglio di sé solo attraverso l’amicizia con quella ragazzina strana, temuta ma ammirata, a volte capace di quella cattiveria sottile che scava a una profondità a cui solo le donne sono capaci di arrivare. A Lenù, a cui quegli scatti di crudeltà appaiono incomprensibili, riuscirebbe particolarmente difficile reagire poiché il litigio che ne potrebbe scaturire le causerebbe un dolore superiore all’offesa ricevuta.

Se tra le due è Elena quella apparentemente più facile da comprendere e apprezzare, è Raffaella colei che riscuote la più assoluta ammirazione, come quella iniziale della signora Oliviero, la loro maestra delle elementari, nonostante non si curi né di suscitarla né di mantenerla né, soprattutto, di non deludere le aspettative, come invece fa con ostinazione la prima, ottenendo con fatica ciò che l’amica raggiunge senza il minimo sforzo né consapevolezza. Lila, infatti, non coltiva le sue amicizie, le attira come una calamita, ma, tra esse, solo Lenù si fa “accendere” dalle sue idee come fiamma viva o si fa colpire al cuore ma solo perché questo possa battere più forte: l’unico parere che le interessi è il suo e sue sono le attenzioni a cui ambisca. Anche quando l’intelligenza intuitiva dell’amica non si trasformerà, come per lei, in successi scolastici, la sua subordinazione alla “figlia dello scarparo” le sarà sempre, rabbiosamente chiara. Lila non cerca nemmeno di attirare le attenzioni maschili, sono già sue, pur non avendone necessità per dare un senso a se stessa, come accade a Lenù e a tutte le altre ragazzine, e ciò diventa sempre più evidente man mano che procede la sua lenta fioritura di donna, slanciata nel fisico e sottile nell’ingegno.

Se anche Lila rinuncia alla scuola, non rifiuterà, però, l’istruzione dimostrandosi sempre incredibilmente al passo con gli studi dell’amica; se pure sembra aver presto messo da parte la comune passione per la scrittura, mentre Lenù mieterà successi letterari, lei sarà in grado di scrivere come se la sua voce fosse “incastonata” alla scrittura stessa; se non si cura dei rapporti con gli altri, ne tesserà le fila e ne reggerà gli equilibri con caparbietà, imprimendo una direzione precisa prima all’attività lavorativa di famiglia, poi ad una nuova e rivoluzionaria tutta sua, ai rapporti di forza tra i ragazzini del quartiere e, un domani, anche a quelli tra gli adulti, compresi i soggetti più pericolosi come i fratelli Solara, insensibile alle critiche come ai complimenti, sfuggente e indefinibile ma con il potere di trasformare tutto ciò che tocca. Mentre Lenù impara ad “esporre con fermezza” le proprie opinioni, mediando per guadagnarsi la stima generale con “comportamenti irreprensibili” e lavorando su se stessa per tenere costantemente a bada le proprie reazioni, Lila gestirà le vite altrui senza nessuno scrupolo né freno.

Eppure, sarà Elena a tentare e attuare la fuga dal rione, quello a cui appartiene la sua famiglia, i Greco, quello di Lila e dei suoi, i Cerullo, dei Solara, dei Carracci, dei Peluso, e di tante altre, tra cui i Sarratore con le figure carismatiche di Donato, controllore ma anche poeta e donnaiolo e, soprattutto, del figlio Nino, un ragazzino e poi un uomo diverso dagli altri, in bilico tra la volontà determinata di evadere dal rione e di non somigliare al padre e il rischio di diventare simile a lui pur avendo trovato una via d’evasione. Ma il rione è un luogo dal quale sembra impossibile salvarsi, né attraverso il matrimonio, né attraverso il denaro o, come nelle ambizioni di Elena, attraverso lo studio che le era invece solo servito a celare sotto una stoffa raffinata le proprie emozioni, successivamente e inaspettatamente esposte senza difese nei suoi libri.

Mentre le esistenze delle due ragazze, con le loro scelte di vita differenti, le vicende amorose, i figli, i successi e gli insuccessi, i dolori, seguitano a fluire mescolandosi con la storia, i movimenti sociali, i complessi avvenimenti riguardanti la loro terra, Lenù continua a chiedersi se sarà mai possibile costruirsi un’esistenza diversa, senza ritrovarsi a essere fagocitata dalle regole sociali e da un marito, così com’era stato per tutte le altre donne che ha conosciuto, a causa della vecchiaia, della malattia, attraverso le gravidanze e le botte. Lila cercherà di dare una risposta a questa domanda lavorando all’interno dell’unica realtà che ha sempre conosciuto, Lenù allontanandosene e rientrandone a momenti alterni, in un rapporto ambivalente con un rione che la soffoca e le appartiene al contempo, incarnato da una figura materna a cui si sente legata ma alla quale, come per Nino, ha il terrore di somigliare nel fisico e nell’animo, e, soprattutto, con l’ombra di un’amica che la schiaccia ed esalta simultaneamente, al punto da chiedersi se avrebbe mai avuto un senso tutto ciò che era possibile realizzare al di fuori di essa, priva dello scambio dialettico che con nessun altro, nemmeno nel mondo accademico che frequenterà da adulta, riuscirà ad avere.

Mentre Elena cerca di organizzare la sua vita sui binari dell’ordine e della programmazione, contrapponendosi al procedere di Lila guidata dal “disordine delle occasioni”, non riesce a distogliere il pensiero dal fatto che la pienezza della vita, seppure difficile, vissuta dall’amica sia, in realtà, il “rovescio” del proprio vuoto, anche se con più agi. E, tuttavia, prima o poi comprende che è arrivato il momento di ricavare solo da se stessa ciò di cui ha bisogno e che il mezzo principale per realizzare tutto questo è rappresentato dalla “necessità di raccontare in modo franco ogni esperienza umana, anche (…) ciò che pare impronunciabile e che perciò tacciamo persino a noi stesse”, quindi, dalla scrittura. Se nella quotidianità Elena si è ormai abituata a “raffreddare la vita” attraverso lo studio e una sistemazione prestabilita delle cose, un marito, dei figli, senza nemmeno chiedersi o forse solo evitando di rispondere a se stessa se desidera davvero una vita simile, nella scrittura ritrova una sincerità che, a volte, pagherà cara.

Nel frattempo, pensa a Lila, al suo essere rimasta irretita dalla forza vischiosa del quartiere, fatta di sopraffazione, di comportamenti criminosi e impuniti, di sfoggio di ricchezze frutto di guadagni illeciti, di un matrimonio scappatoia e di gravidanze subìte: “La vita di un altro, disse, prima ti si attacca nella pancia e quando finalmente viene fuori, ti fa prigioniera, ti tiene al guinzaglio, non sei più padrona di te (…) E’ come se ti fossi fabbricata il tuo stesso tormento”. Pensa, poi, a se stessa e al fatto che per lei sarà diverso perché è ormai fuori da quell’ambiente, anche se la vita le dimostrerà che i veri limiti non sono fisici ma mentali e che, pur vivendo altrove e avendo sposato un uomo molto diverso da quello dell’amica, le sue giornate risulteranno spesso inutili, pigre, rabbiose, dietro un velo di doveri, incombenze e finti atteggiamenti miti.

Tanto Lenù cerca di circoscrivere i contorni delle cose, altrettanto Lila, a volte, li perde, sino a dover affrontare, sin da piccola, un fenomeno che lei imparerà a definire “smarginatura” poiché per lei “i contorni di cose e persone erano delicati” e “si spezzavano come il filo del cotone”, “una cosa si smarginava e pioveva su un’altra” e come le immagini, così anche le sensazioni non hanno contorni nitidi e quindi “un’emozione tattile si scioglieva in una visiva, una visiva si scioglieva in una olfattiva”, e diventa impossibile capire quale sia la realtà. Nemmeno i sentimenti, per lei, hanno una durata e se ciò le ingenera paura, al tempo stesso, la rende indipendente da ogni cosa, dal genere maschile come da tutto il resto, mentre Lenù resta subordinata all’approvazione altrui, degli uomini come dei suoi lettori, sino ad andare spesso, in nome di essa, contro i propri stessi interessi.

Il punto focale del legame tra le due amiche è che Lenù riesce a pensare alla sua vita solo in rapporto a quella di Lila, concependo la propria evoluzione come persona in maniera passiva, senza veri stimoli, passioni o ambizioni che non siano in relazione con ciò che Lila le instilla o realizza o avrebbe potuto realizzare e, forse, l’unica vera differenza consiste nella scrittura, ma solo perché l’amica vi ha volontariamente rinunciato. Le letture di cui si nutre avidamente le fanno capire, tuttavia, come la letteratura sia caratterizzata da “automi di donna fabbricati da maschi” a rappresentare una realtà fatta di donne che sacrificano la proprie “energie intellettuali” alla cura della casa e della famiglia o alla cura di sé stesse ma solo in funzione dell’apprezzamento maschile. Da qui partirà la sua crescita come donna, non solo a causa di alcune scelte irresponsabili fatte e che avranno delle pesanti ripercussioni sulla sua famiglia, non solo per essersi regalata, almeno una volta nella vita, la scoperta del piacere più assoluto e completo e la riscoperta di energie inutilizzate la cui potenza la porta fuori dal grigiore delle responsabilità, ma anche per gli insegnamenti appresi dalle sofferenze subite e inflitte, causate dall’aver aperto la “gabbia culturale” in cui si è rinchiusa da sé, i quali l’hanno resa la donna che è oggi.

Inevitabile chiedersi sino alla fine chi sia l’amica geniale di chi, fino a trovare irritante la subordinazione di Lenù a Lila, ma giungendo alla conclusione che, probabilmente, anche se è la seconda a rivelare alla prima di ritenerla tale, è invece il rapporto tra le due a determinare le qualità di entrambe, che non sono, come sembrerebbe, l’una il negativo dell’altra come se la seconda fosse l’anima nera della prima, poiché tutte e due sono personaggi completi, con le loro dosi di bene e di male. Se Elena diverrà, infatti, una donna che ha ritrovato, dopo errori e sofferenze, la propria individualità, la propria indipendenza, che non subisce più i dettami sociali o le proprie origini ma è, anzi, in grado di dominarle e di riscattarle per lei e per Raffaella, ciò accade perché quest’ultima ha stabilito sin dall’inizio della loro amicizia che questo sarebbe stato il compito di Elena e che lei avrebbe fatto in modo che lo portasse a termine e forse, solo successivamente, avrebbe pensato a se stessa. Sarebbe interessante verificare quale nuova e sorprendente fisionomia assumerebbe la vicenda se fosse possibile rileggerla utilizzando il punto di vista di Lila, disvelando i meccanismi controversi della sua mente e se questi si esprimano attraverso azioni e reazioni estemporanee o macchinose premeditazioni.

Tralasciando la noia delle diatribe sull’identità della scrittrice e quelle sulle sue qualità scrittorie, le stesse identiche che, chissà per quale motivo, perseguitano tutti gli autori di successo, ciò che veramente importa, probabilmente, risiede altrove. Innanzitutto, si ritrova nell’abilità con cui viene narrato lo sviluppo di un’amicizia parallelamente alla maturazione personale di due donne, attraverso gli occhi di una voce narrante che interpreta i rapporti umani, quelli sociali e quelli con il territorio d’appartenenza, a rappresentare una napoletanità testimoniata più che descritta, con capacità di discernimento appartenenti a età diverse e con gradi di consapevolezza differenti; poi, nella realtà oggettiva di una lettura che, pur protraendosi per circa duemila pagine, non ha scoraggiato la quantità di appassionati di ogni età, anche grazie alla sua scorrevolezza, per la critica emblema di convenzionalità (buona scrittura ma non letteratura!), determinati ad approfondire le storie di tutti quei personaggi in cui viene spontanea l’immedesimazione non solo nelle protagoniste, ma anche in tutti i loro numerosi amori e amici. Infine, se ancora si avesse bisogno di un’attestazione d’interesse autorevole, potrebbe essere utile l’indicazione che, se si fosse alla ricerca dei romanzi della Ferrante, è possibile trovarne alcune copie nel Fondo appartenente al linguista Tullio De Mauro, nella Sala a lui dedicata all’interno della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

Fiorella Ferrari

sdr

Elena Ferrante, L’amica geniale (2011, pag. 327, euro 18,00), Storia del nuovo cognome (2012, pag. 470, euro 19,50), Storia di chi fugge e di chi resta (2013, pag. 382, euro 19,50), Storia della bambina perduta (2014, pag. 451, euro 19,50) edizioni e/o, Roma.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 28 aprile 2019 da in Libri, Narrativa, Recensioni con tag , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: