Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Marguerite Duras, L’amante

A Saigon, nell’Indocina degli anni trenta, dove il clima “è sempre uguale, afoso, monotono (…), in quella fascia calda della Terra che non ha primavere, non ha risvegli”, una ragazzina di poco più di quindici anni studia in un liceo francese, con la prospettiva, auspicata dalla madre, di una futura cattedra in matematica.

A riesaminare la propria vita con gli occhi della donna che è diventata, nel momento in cui scrive, le sarà ormai evidente come essa non abbia avuto un percorso lineare, con un inizio, un centro e uno svolgimento successivo, perché per lei il periodo compreso tra i diciotto e i venticinque anni costituirà uno spartiacque tra la giovinezza e, direttamente, la vecchiaia (“Presto fu tardi nella mia vita”), forse a causa dell’alcool oppure, più probabilmente, per la sua spiccata propensione al piacere.

La mattina in cui ogni aspetto della sua esistenza avrebbe assunto connotati completamente diversi, la ragazzina sta attraversando sul traghetto il braccio del fiume Mekong che la riporterà a Saigon, nel pensionato statale in cui vive. E’ di ritorno da Sadec, dove si era recata per trascorrere le vacanze dalla madre, un’insegnante che dirige una scuola femminile. Da lì prende l’autobus che viene imbarcato sul traghetto, dal quale scende sempre, poco dopo, per l’irrazionale paura che possa scivolare via in acqua.

Quel giorno, accanto al mezzo, c’è una limousine nera con all’interno un autista e un cinese molto elegante, vestito all’europea, che la fissa mentre, come spesso accade, la ragazza indossa il suo abito migliore ereditato dalla madre, in seta ma ormai consunto, delle scarpe inutilmente eleganti, ma le uniche con il tacco che possedesse e un incomprensibile cappello da uomo a nasconderle i lunghi, lucidi, capelli tirati indietro. E’ un acquisto del quale è riuscita a convincere la madre in uno di quei suoi giorni no, quelli in cui la coglie una sorta di disperazione che rende tutto privo di senso, anche la cura dei suoi stessi figli, oppure in cui ogni cosa viene accettata supinamente, come l’acquisto di un cappello da uomo per una bambina, del quale poi perderà la memoria, quello di una casa costosa che non può permettersi e, per di più, a ridosso della morte del marito, e di alcune concessioni che si riveleranno l’ennesimo errore senza rimedio.

Inevitabile per la ragazzina e i suoi due fratelli, uno più grande e uno più piccolo di lei, sviluppare con la donna un rapporto ambivalente, fatto di un sentimento potente e sincero ma anche di chiusura, di silenzi e di vergogna verso colei che sembra diventare madre solo con il figlio maggiore, nonostante la sua natura violenta e debosciata (un “assassino senza armi”), trasformandosi in una porta chiusa ai bisogni di amore e attenzione dei due minori, un ragazzino dal cuore fragile e, soprattutto, lei che pure è la prima della classe in francese e possiede una bellezza molto particolare, seducente più che appariscente.

Questa sua caratteristica poco efficace ad attirare su di sé l’amore materno, seppure venato di follia, al quale anela, risulterà invece una calamita per gli uomini e, soprattutto, per il giovane finanziere cinese nella limousine nera, che sostituirà, da quello stesso giorno, l’autobus nei suoi spostamenti verso la scuola ma anche verso Cholen, nella casa moderna ammobiliata in stile liberty, che diverrà la loro alcova. In quella stanza la ragazzina sentirà di avere l’uomo in suo potere ma, al tempo stesso, di essere per lui una sorta di “oggetto spostato”, una bambina/ bambola da trattare come tale.

Quando la madre inizia a percepire il cambiamento della figlia, la sua immediata preoccupazione è che possa perdersi e perdere il proprio posto in società, assieme alla possibilità di trovare un marito. In un secondo momento ne diviene connivente al punto da avvisare il collegio che le uscite della ragazza sono da lei autorizzate e da portare tutta la famiglia con sé nei migliori ristoranti della città a spese dell’uomo. Ma mentre il legame tra i due amanti si fa sempre più intenso, s’insinua nella giovane la consapevolezza che mai il padre dell’uomo acconsentirà a delle eventuali nozze tra il figlio e una ragazzina, anche se bianca. La sola possibile evoluzione della vicenda sarà, quindi, il trasferimento in Francia, per poter ricominciare a vivere senza di lui, dopo aver convinto se stessa e i propri famigliari di provare interesse solo per i suoi soldi.

E’ un romanzo autobiografico diventato un film, anche se concentrato più che altro sull’aspetto dell’erotismo, opera di Marguerite Duras, vissuta, appunto, nell’Indocina francese, oggi Vietnam, e poi trasferitasi in Francia dove condusse una vita caratterizzata dallo studio di diritto, matematica e scienze politiche, dalla militanza nella Resistenza e poi nel partito comunista da cui viene espulsa come dissidente, da due grandi dolori, come la perdita di un figlio e del fratello minore, e da due intensi amori, anzi tre, considerando quello salvifico e sempre presente per la scrittura.

E’ una narrazione lirica in cui le emozioni più forti vengono distanziate da un narratore che muta spesso il proprio ruolo, passando dalla prima alla terza persona, come se l’autrice avesse voluto osservare se stessa dall’esterno, diventare altro da sé. Altrettanto singolare appare un racconto che è possibile paragonare, per forma e per linguaggio, allo scorrere del fiume Mekong: un flusso di coscienza che s’incunea in immagini quasi fotografiche, turbina tra pensieri che si succedono senza un filo logico e correnti di emozioni che spesso cambiano direzione, scandendo temporalmente la vicenda e rendendo difficoltosa la lettura di un libro breve e dalla veste editoriale un po’ scarna, ma che pure non si può fare a meno di portare a termine.

Fiorella Ferrari

L'amante

Marguerite Duras, L’amante, Feltrinelli, Milano, 2018, p. 123, euro 9,90.

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Questa voce è stata pubblicata il 23 febbraio 2019 da in Autobiografie, Libri, Narrativa, Recensioni con tag , , , .
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