Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due mariti

Vadinho, dal quale nemmeno “lo spasmo della morte era riuscito a cancellare completamente il sorriso soddisfatto del viveur di professione che era stato”, è il primo marito di Dona Flor, deceduto nella concitazione di un samba carnevalesco, probabilmente provato dagli stravizi, totalmente privi di qualsivoglia “nobile rimorso”, del gioco, dell’alcool e delle donne, suo passatempo prediletto nonostante l’impaziente e insaziabile disponibilità di una mora dalle morbide rotondità e dalle labbra carnose come la sua giovane moglie.

Perché Dona Flor quell’uomo entusiasta di ogni cosa che facesse parte della vita, tranne l’aspetto lavorativo, e invece avverso a tutto ciò che potesse offuscarne quello godurioso, come impegni, debiti e scadenze, lo aveva amato con tutta se stessa, con una violenza sfogata nei magistrali amplessi, con una disperazione covata nella solitudine delle sue interminabili notti, e anche ora, oltre la morte, quando di fronte ai ricordi parziali e ingiustamente negativi della gente, preferisce rievocare le sue preponderanti qualità come la gioia di vivere, la lealtà e la generosità incondizionata, soprattutto se a spese altrui.

Vadinho era riuscito, senza troppa fatica, a scardinare la virtù della futura moglie, blindata dalle ambizioni di rivalsa della terribile futura suocera, la vedova Dona Rozilda, solo grazie alla sua appartenenza al ramo in disgrazia di una famiglia con il prestigio dei Guimaraes e per via di un posto di Ispettore dei Parchi e dei Giardini del Municipio, pietosamente conferitogli da un cugino assessore con costumanze simili alle sue, millantato come alto incarico di funzionario municipale. Ma quando la donna che Vadinho è solito paragonare a un mercoledì delle ceneri, con il raro dono di sterminare il buon umore e infernizzare la vita del prossimo, scopre l’inganno, a nulla varranno i feroci tentativi di separare i due tenaci amanti, legati reciprocamente con i lacci del desiderio e determinati a risolvere definitivamente la faccenda con la classica fuga d’amore a riprova inconfutabile di un atto considerato senza ritorno.

La precoce morte dell’adorato marito, dopo circa un anno di vita abulica, fa prendere a Dona Flor la definitiva e tragica coscienza dell’impossibilità di vivere senza di lui. L’unico filo che la tenga ancora legata a se stessa restano la Scuola di culinaria, sapore e arte, da lei istituita e gestita nella sua stessa casa, da sempre e per sempre vessillo della propria indipendenza, e la dedizione delle sue allieve, sminuita giusto un filo dall’assenza di Vadinho, con le sue battutte imbarazzanti e le sue attenzioni sfacciate, ulteriore motivo di risentimento da parte della pluritradita consorte.

Il periodo successivo vede una Dona Flor divisa in due parti nette, separate dal nero velo della vedovanza, dal quale s’intravede appena il volto di una donna morigerata, contegnosa e ipocrita, ma non l’anima divenuta “un’afflitta geografia di timori e di peccato”, rinchiusa all’interno di un corpo divorato dalla febbre del desiderio inesausto. Può forse continuare a “recitare la parte della vedova fedele fino alla morte, eternamente in lutto e col cancelletto inferiore sbarrato, utero seppellito col funerale dell’estinto, inutile fiore secco” con un’unica funzionalità pratica ancora attiva? Non sarebbe forse meglio la morte per consunzione alla perdizione più assoluta alla quale una tale febbre avrebbe potuto condurla?

Naturalmente, l’avvenenza e la giovane età della donna, non possono che procurarle le attenzioni di nuovi spasimanti, le cui intenzioni fraudolente la costringono, tuttavia, a dominare i propri calori e a mantenere il contegno esteriore necessario per non commettere passi falsi, aiutata in questo dall’attitudine al pettegolezzo delle vicine come Dona Romilda e Dona Amelia, Dona Norma, la sua più fedele amica e moglie del malato immaginario Zè Sempeio, ma soprattutto Dona Dinora, la “capostipite delle Beghine”, che, presto o tardi, erano in grado di attingere informazioni ovunque, volte a smascherare eventuali millantatori, cacciatori di sistemazione. Per cui, quando in un panorama che si profila sempre più desolante si fa avanti, previsto dalle doti medianiche di Dona Dinora, nientemeno che il farmacista del paese, uomo al quale la serietà, la morigeratezza e anche la discrezione con cui aveva sino a quel momento risolto le proprie esigenze maschili, non avevano fatto pensare come possibile candidato, l’evento appare così eccezionale da scuotere tutto il vicinato, propenso a facilitare il nuovo connubio di Dona Flor.

Pur nella sua plateale diversità da Vadinho, il suo secondo marito, il dottor Teodoro, sembra incarnare tutto ciò che alla donna è sempre mancato: l’affidabilità, la tenerezza, l’onestà, la progettualità e anche un rapporto fisico meno impetuoso ma soddisfacente, pur se amministrato sui binari della prevedibilità, con l’onorevole cadenza del martedì e del sabato, addirittura con possibilità di bis. Ma il ritrovato equilibrio non durerà a lungo, poiché il primo, insistentemente chiamato dai precedenti deliri della donna, superando anche la morte e a costo di scatenare una furibonda guerra tra spiriti, tornerà a placare le necessità, solo parzialmente soddisfatte dal nuovo marito, e a riprendere il proprio posto nelle bische, nascosto, pur se intuito dagli amici più cari, dal mantello dell’immaterialità.

Dona Flor è sempre più divisa in due e arranca alla ricerca di se stessa: chi è lei davvero, la donna sulla cui serietà chiunque sarebbe disposto a mettere la mano sul fuoco senza tema di conseguenze, la moglie fedele, pacata, presente nella vita del marito, persino negli aspetti più monotoni del suo mestiere, del quale non capiva nulla, o dei suoi passatempi, come la sonnacchiosa musica del suo fagotto, oppure quella che, dopo aver cercato disperatamente di mantenere una certa reticenza, è tornata impudica e insaziabile, desiderosa solo di folli notti fatte di lunghe cavalcate? Il tempo stringe poiché, così come i suoi lamenti avevano avuto il potere di richiamare il marito dall’oltremondo, per motivi opposti hanno successivamente risvegliato quegli spiriti in grado di riportare Vadinho là da dove era venuto (“La mia forza è il tuo desiderio, il mio corpo la tua voglia di me, la mia vita è il tuo volermi, se non mi vuoi non sono più”).

“Dona Flor e i suoi due mariti” segna una tappa importante nel “realismo lirico” che caratterizzò la fase successiva all’impegno sociale e politico di Jorge Amado (1912-2001), raccontando una Bahia dei quartieri popolari, con il suo folklore e le tradizioni culinarie, dove riescono a coesistere cristianesimo e antichi rituali magici, povertà e vitalità sensuale, nella quale le donne sono volitive, resilienti, pronte a difendersi dalla violenza fisica e psicologica come quella della maldicenza. Proprio come Dona Flor, la cui figura, divisa tra le sue due anime della passione e del dovere, si pone tra le figure femminili più rappresentative, in lotta per affermare la libertà di essere autenticamente sé stesse, tra quelle delineate da Amado, in questo caso con insuperabile tocco umoristico, a prezioso complemento di una scrittura che riesce a essere fluida pur nella sua complessità.

Quale sarà la sua scelta? Le opzioni non possono che essere due: relegare questa straordinaria avventura nel mondo dei ricordi nebulosi, quelli che oscillano tra sogno e realtà, convincendosi di essere ormai diventata la donna moderatamente soddisfatta richiesta dalle aspettative sociali, oppure continuare a vivere quella singolare bigamia della quale, tuttavia, è lei la sola testimone?

Fiorella Ferrari

 Dona-Flor-E-I-Suoi-Due-Mariti-Jorge-Amado-EPUB

Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due mariti, Garzanti, Milano, 1985, p. 524, euro 10,50. 

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Questa voce è stata pubblicata il 4 novembre 2018 da in Classici, Libri, Narrativa, Recensioni con tag , , , .
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