Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Richard Yates, Revolutionary Road

Revolutionary Road, di Richard Yates (1926-1992), pubblicato per la prima volta nel 1961, è ormai diventato un classico, anzi, un cult il cui successo non è stato eguagliato da nessuno degli altri suoi sette romanzi o dalle due raccolte di racconti, al punto da fargli dichiarare, come riportato da Richard Ford nella prefazione al romanzo riedito da Minimum fax, che la sua sfortuna era quella di aver scritto il proprio libro migliore ad inizio carriera. Nonostante la scarsa produzione letteraria, Yates fu principalmente uno scrittore, anche se talvolta costretto per motivi economici a integrare con altre attività lavorative, come quella di redattore di testi pubblicitari e persino di discorsi per il presidente Kennedy ma anche di insegnante e autore per il cinema.

Chi non avesse letto il libro, avrà certamente visto il film con Leonardo di Caprio e Kate Winslet, semplicemente perfetti nel ruolo di Frank ed April Wheeler, due tipici coniugi borghesi che, tuttavia, detestano quel genere di vita fatto di lavoro o faccende domestiche, ugualmente alienanti, di accudimento dei figli e di frequentazione di amici, perfetti rappresentanti dello stereotipo da cui cercano, ognuno a suo modo, di fuggire. Infatti, April propone un repentino e drastico cambio di rotta ed un trasferimento a Parigi, dove Frank potrebbe recuperare i propri sogni perduti ed April, magari, iniziare a lavorare per la Nato. Al piano un po’ fumoso della donna si contrappongono alcuni piccoli successi lavorativi del marito, dipendente della medesima azienda del padre, la Knox Business, e la relazione, fisica per lui e sentimentale per lei, con una collega.

L’uomo, pur con la sua esperienza di reduce di guerra e la sua cultura accademica, appare subito come un inetto, sia nel lavoro, che cerca di svolgere con meno fatica possibile, sia nella vita poiché non è nemmeno in grado di dichiarare alla moglie le sue perplessità circa la partenza. Il suo è un continuo tentativo di mostrarsi più interessante di quanto non sia realmente, intellettuale e brillante e contemporaneamente maturo e responsabile. Ma si tratta solo di un atteggiamento esteriore, una recita che nasce forse dalla mancanza di autostima determinata dal suo senso d’inferiorità nei confronti della figura paterna, solo in parte compensato dall’essere stato preso in maggiore considerazione nell’azienda in cui entrambi hanno lavorato. April, in passato viziata da una famiglia benestante dalla quale aveva voluto distaccarsi per creare una vita che le appartenesse, si è invece trasformata in “una massaia piccolo borghese, piena di buon senso” ed ora trascorre l’esistenza a convincere se stessa e gli altri che davvero sia quella la vita che desidera. Entrambi, a soli ventinove anni, sono già imprigionati in ruoli precostituiti, rapporti artefatti improntati sulla prevedibilità, dai quali scaturiscono frustrazioni compensate con alcool e fumo. Anche i paesaggi appaiono altrettanto artefatti, come il complesso residenziale di Revolutionary Hill, nel Connecticut, in cui la famiglia Wheeler si è trasferita dalla città, un’area suburbana a metà tra questa e la campagna, ma priva della vivacità della prima e della semplicità della seconda, ordinata e serena esteriormente, morigerata ed immutabile nell’anima. Un luogo che non prevede l’irruzione della realtà con il suo carico di brutture e sofferenza.

April, in alcuni momenti di piena lucidità, tenta di ribellarsi a tutto questo, cercando di scuotere Frank: “penso che sia poco realistico per un uomo dalla mente sveglia continuare a lavorare come un cane, per anni, in un ufficio che non sopporta, e tornare alla sera in una casa che non sopporta, in una località che non sopporta, da una moglie che è incapace come lui di sopportare le stesse cose, vivendo tra un branco di omiciattoli pieni di paura”; “noi due abbiamo accettato quest’enorme illusione, perché di questo si tratta: un’enorme, oscena illusione: l’idea che, una volta messa su famiglia, la gente debba rinunciare alla vita reale e ‘sistemarsi’. E’ la grande menzogna sentimentalistica piccolo borghese”; “Il genere di vita che conduciamo non fa altro che negare e negare e negare quello che sei”.

La speranza di diventare persone migliori e di condurre una vita più libera, quella che April non aveva mai vissuto, alimentata dalla prospettiva del viaggio, per un po’ acquieta i rapporti tra i Wheeler, rendendo persino più sopportabili le relazioni con i vicini, gli amici storici come i Campbell e i signori Givings con quel loro strano figlio mentalmente instabile, la cui mancanza di sovrastrutture concederà proprio a lui di elaborare la più verosimile e spietata analisi del rapporto di coppia tra i suoi vicini, già prima che sfociasse nella tragedia. E questa avrà il suo avvio con la notizia di una nuova gravidanza di April, che per la donna rappresenterebbe la fine di tutti i suoi sogni e progetti, per il marito la possibilità di riportare le esistenze di tutti e quattro sui binari consueti e per di più senza doversi prendere il peso una colpa imputabile, quindi, solo al fato. L’evento determina lo scoppio di rancori, accuse e confessioni sopite sino a quel momento, un rigurgito di odio che è sempre preferibile all’indifferenza successiva, quella che condurrà al drammatico finale.

La scrittura piana e piacevole dell’autore, unita ad una sottile ironia, percepibile, ad esempio, nelle descrizioni delle serate tra i Wheeler e i Campbell, che gradatamente si trasformano in una rincorsa per evitare la noia e non essere costretti ad ammetterlo l’uno con l’altro, ingannano circa la tragicità dell’umanità e delle situazioni presentate. I personaggi di Yates sono caratterizzati da personalità deboli, che si aggrappano a ruoli prestabiliti per avere una consistenza propria, dai modi artificiosi, dalla mancanza di iniziativa e di assunzione di responsabilità, dai rapporti famigliari compromessi anche se salvi nell’apparenza, in cui ad andarci di mezzo sono figli disorientati e soli, dai rapporti disgregati in genere tra gli esseri umani, tra i quali nessun personaggio assume connotazioni positive, che si ritrovano solo nei pochi momenti felici che ognuno di essi riesce a ritagliare per sé. Sullo sfondo, come nelle altre opere di Yates, gli elementi autobiografici: gli echi della seconda guerra mondiale, le problematicità che provengono della sua famiglia d’origine e si riflettono nei due matrimoni naufragati nell’alcool e nel fumo, sfociando nella depressione. Dal buio sorge, tuttavia, la lama di luce dell’amore per la narrazione, della ricerca del mezzo espressivo migliore per descrivere situazioni e approfondire personaggi, rendendoli, indubbiamente, senza tempo.

Fiorella Ferrari

Revolutionary road

Richard Yates, Revolutionary Road, Minimum fax, Roma, 2009, p. 457, euro 18,00.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 aprile 2018 da in Classici, Libri, Narrativa, Recensioni con tag , , , .
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