Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Gabriel Garcìa Marquez, Vivere per raccontarla

 

Ciò che tutti sanno di Gabriel Garcìa Màrquez, nato in Colombia nel 1928 e morto in Messico nel 2014, è che l’autore è un premio Nobel della letteratura, grazie al ricco bagaglio di una produzione letteraria, ma anche giornalistica, che annovera titoli del calibro di “Cent’anni di solitudine”, “L’amore ai tempi del colera” e “Cronaca di una morte annunciata”, i quali offrono uno spaccato di vita realistico e molto articolato delle società latino-americane.

“Vivere per raccontarla” è un libro autobiografico, che racconta, invece, ciò che non tutti conoscono del retroterra biografico e professionale dell’autore, dall’infanzia vissuta in casa dei nonni alla sua giovinezza da bohémien, nemmeno particolarmente dotato negli studi, a Bogotà.

La narrazione parte, infatti, dall’incontro con una madre che non vede da anni: quarantacinque anni e undici figli, indubitabilmente provata dalla vita, la quale, tuttavia, “conservava la bellezza romana del suo ritratto di nozze”. La donna gli si presenta improvvisamente davanti chiedendogli aiuto per vendere la casa di Arcataca, in cui era nato, a causa del suo urgente bisogno di denaro.

L’abitazione, però, è in pessime condizioni ed abitata da una coppia di coniugi in gravi difficoltà economiche, impossibilitati ad acquistarla sia per il costo dei lavori di manutenzione, sia per la “sbadataggine” della proprietaria che aveva omesso di menzionarne l’ipoteca. Cosicché, alla fine delle brevissime trattative, la donna aveva concluso: “La casa non si vende… facciamo conto che qui siamo nati e che qui moriremo tutti.”

La dimora della sua infanzia rievoca nell’autore episodi e ricordi del suo aspetto originario, dei precedenti inquilini e delle loro vicende spesso drammatiche. La successione di fatti, luoghi e figure del passato, con tutte le loro contraddizioni, specchio della realtà di quei paesi e come avvolti da un alone magico, costituisce il flusso continuo attraverso il quale si snoda la narrazione. Ciò perché il destino di Gabriel rappresenta uno dei nodi di un filo che è possibile scorrere a ritroso per collegarlo a quello dei suoi genitori e, prima ancora, dei suoi nonni, rivivendone le vicende anche grazie alla puntuale contestualizzazione nella storia di un’epoca caratterizzata dalla guerra civile e dalle sue violenze.

Pur appesantita da un’esposizione a volte eccessivamente descrittiva, a tratti faticosa anche per i riferimenti ad una storia poco nota, quale quella colombiana, la trama è di quelle che avvolgono il lettore coinvolgendolo negli avvenimenti di una famiglia numerosa, costituita da undici fratelli, più i due “a parte” solo del padre, una adottiva ed un altro, praticamente acquisito, figlio di un’amica della madre.

Anche le sorelle maggiori hanno molte storie da raccontare a Gabriel, in stretta connessione con le vicende storiche: “le angustie della famiglia sembravano far parte della crisi che viveva il Paese in seguito all’incertezza economica e al dissanguamento a causa della violenza politica, che era arrivata a Sucre come una stagione sinistra, ed era entrata in casa in punta di piedi ma con passo risoluto.”

La professione medica del padre lo porta poi a venire a conoscenza di strani episodi legati alla magia ed alla superstizione che impregnava il tessuto sociale del villaggio di La Sierpe, non lontano dal proprio ma difficile da raggiungere. In esso imperava “la Marchesina”, una donna con la fama di possedere poteri straordinari: “L’unica cosa a lei vietata era la resurrezione dei morti, essendo un potere riservato a Dio.” Si vociferava addirittura che, sebbene il suo invecchiamento corporeo mostrasse una donna di sessantasei anni, lei ne avesse compiuti ben duecentotrentatré.

Per Gabriel visitare quel luogo per poterne scrivere diventa un desiderio di importanza cruciale che, tuttavia, non realizzerà mai, al contrario di quello legato alla scrittura, la cui prima occasione gli viene con la stesura de “La casa”, mentre alterna al lavoro creativo la costante lettura e rilettura di tutti i libri che gli capitano a tiro, per nutrire la sua passione ma anche per documentarsi, arricchendo la propria ispirazione. “La casa”, però, resterà a lungo un romanzo incompiuto e verrà ripreso solo in un secondo momento, anche se il tempo intercorso fra le due fasi porta ad alcune variazioni di portata tale da spingerlo a mutare il titolo in “Foglie morte”.

Intanto, prosegue la sua collaborazione con “El Heraldo”, in cui cura la rubrica “La Giraffa”, ricevendo anche altre proposte da vari giornali, come “Crònica”, una rivista sull’orlo del fallimento della quale scrive: “ebbe l’importanza laterale di costringermi a improvvisare racconti di emergenza per riempire spazi imprevisti nell’angoscia della chiusura.”

Tali esperienze, sempre immerse nelle vicende storiche dell’epoca, condussero Gabriel ad una graduale trasformazione: “Fino ad allora mi ero rassegnato al mio aspetto da pezzente. Ero amato e rispettato da molti, e ammirato da alcuni, in una città dove ognuno viveva secondo i suoi gusti.” Decide, infatti, di avere più cura di se stesso “per la dinamica inconsapevole dell’arrivismo sociale”, mentre progressivamente giunge la fama e con essa l’agiatezza economica. Di particolare importanza è, poi, l’incontro con Mercedes, la bella figlia del farmacista, della quale si innamora ma che è costretto praticamente ad “inseguire” per molto tempo, non solo perché la ragazza studia in un’altra città, con le inevitabili difficoltà di comunicazione a distanza, ma soprattutto poiché l’amata non sembra particolarmente entusiasta all’idea di un eventuale fidanzamento.

La carriera di “Gabo”, così soprannominato dal vicedirettore di “El Espectador”, un altro dei giornali interessati alla sua collaborazione e del quale diviene redattore, procede con successo crescente. La sua vena creativa non conosce più limiti, assistita dalla sua intensa esperienza nel giornalismo, che gli fornisce una notevole quantità di storie, molte delle quali contenute in questo libro. I tempi delle sue difficoltà grammaticali sono lontani, anzi, molti, ormai, lo chiamano “maestro” e la sua abilità come scrittore è ufficialmente riconosciuta ed apprezzata in tutto il Paese.

Nel finale del romanzo, troviamo “Gabo” deciso a partire alla volta di Ginevra, dove si svolgerà un incontro storico tra capi di Stato, al quale assisterà come inviato speciale: un evento che lascia presagire l’inizio di una nuova fase della sua vita. L’autore racconta anche come, prima di partire, “per un riflesso che ormai faceva parte della mia vita”, avesse guardato verso la casa di Mercedes, trovandola lì, sotto il portico, “snella e lontana”, decidendo, tuttavia, di non fermarsi a salutarla. In compenso, le scrive il suo primo biglietto del quale, come riferisce nelle ultime righe del libro, solo dopo il suo arrivo a Ginevra “avrei trovato la risposta”. Qui termina il suo racconto, con Gabriel all’inizio di una brillante carriera di scrittore, mentre il suo rapporto con la donna amata è in attesa di una risposta che, al momento, al lettore non è dato di conoscere.

Il romanzo, da leggere come premessa alle altre opere oppure come svelamento successivo, non va inteso, evidentemente, alla stregua un’autobiografia completa, ma, indubbiamente, possiede il fascino dei ricordi d’infanzia e degli esordi di una carriera straordinaria, forgiata dai condizionamenti storici, famigliari ed economici, quindi, una lettura che svela molto dello sfondo reale ed emozionale così come dei germi di un talento che si manifesterà in quelle opere che hanno ormai fatto di Gabriel García Marquez un classico.

Antonella Ferrari

Vivere per raccontarla

Gabriel Garcìa Marquez, Vivere per raccontarla, Milano, Mondadori, 2012, pag. 425, euro 10,00.

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Questa voce è stata pubblicata il 9 ottobre 2017 da in Autobiografie, Classici, Libri, Narrativa, Recensioni con tag , , .
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