Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Jean-Christophe Rufin, Il cammino immortale

“Il cammino immortale” di Jean Christophe Rufin non è semplicemente uno dei molti libri che narrano del Cammino di Santiago, delle sue tappe, delle sue fatiche fisiche e psicologiche, delle esperienze di ogni singolo pellegrino, ma è un racconto a tutto tondo che ne rivela ogni sfaccettatura.

Sì, perché quella passione condivisa, quasi sfociante in un culto vero e proprio, è anche una sorta di macchina organizzativa fatta di associazioni, uffici appositi ed ogni genere di pubblicazioni, a raccontare un percorso che si rivelerà strettamente personale e molto diverso da qualunque resoconto si sia ascoltato o idea che ci si sia fatta.

In più, è errato anche solo parlare di pellegrini in senso generico poiché esiste una precisa gerarchia anche all’interno della categoria. E’ certo che un elemento universalmente comune sia uno: il possesso della “credencial” ossia il documento che attesta la condizione di pellegrino ed il suo posto nella suddetta gerarchia, determinato dal percorso scelto, dal punto di partenza, dalle varie tappe, quindi, dal numero dei chilometri percorsi ma anche dalle modalità con cui lo si affronta (compreso l’utilizzo di ausili a livello di trasporto personale o delle proprie cose oppure il tipo di pernottamento).

Per ciò che concerne i motivi che spingono a partire, ognuno custodisce nel cuore i propri, che spaziano dalla religione al meno mistico “rimorchio”, nonostante capiti spesso che durante il percorso vengano dimenticati poiché è il Cammino stesso a prendere il comando sulle azioni di chi lo percorre, trasmettendo la sensazione quasi immediata che quella carta rappresenti una sorta di condanna autoinflitta, della quale se ne conoscerà la portata solo alla fine del percorso.

Il protagonista, che si scoprirà essere un ambasciatore dell’Académie Française, medico e scrittore, prima di partire era stato spinto da alcune motivazioni, come quella di compiere “una lunga marcia solitaria”, “una sfida sportiva” e salutista o, al più, di effettuare su se stesso una specie di “purga intellettuale” ma, proseguendo lungo il percorso ne scoprirà delle altre determinate dal fatto che il Cammino procede sospinto da una forza propria e che non è mai il pellegrino a scegliere. Infatti, mentre egli avrebbe voluto percorrere quello Francese, più frequentato e più agevole, per qualche meccanismo scattato misteriosamente nella sua mente, deciderà per quello del Nord, meno segnalato e meno semplice. Inoltre, è sempre il Cammino a far capire al pellegrino che tutte le idee e le fantasie di cui è stato rivestito non gli appartengono, in particolare quelle relative ad immagini di estatiche meditazioni, poiché esso, invece, è fatica costante, sudore e sacrificio ma, soprattutto, è semplicemente una via da percorrere, aiutandosi con i diversi “segnali giacomei” disseminati per i territori attraversati, e nulla più. Di estatico rimangono le vedute improvvise o i numerosi incontri inaspettati.

Un altro importante insegnamento impartito dal Cammino è che, dopo aver preso il dominio sul pellegrino, lo trasforma portandolo dapprima allo stato brado, fisico e mentale, e poi, praticamente, ad una nullità, il cui compito è passare per i luoghi ma non arrivare, compenetrare i paesaggi ma mai appartenervi, perdere i privilegi o gli svantaggi derivanti dalle proprie caratteristiche fisiche, etniche o dalla propria identità sociale, in virtù di una omologazione che rende tutti ugualmente invisibili quando non molesti per motivi igienici. Ecco, così, che si diventa progressivamente estranei a sé stessi.

Diverso è anche il modo di gestire i ricordi che si accumulano, che possono essere annotati con cura e minuzia, istante dopo istante, di modo che passato, presente e futuro costituiscano una lunga linea continua, oppure, come nel caso del protagonista, il passato è deputato alla sola memoria mentre ciò che conta è il presente e la tensione verso il futuro. La scelta di riportare su carta la sua personale visione del Cammino, delineata con una scrittura fluida e ironica, per Rufin è stata successiva al rientro, simile ad un richiamo improvviso: “Nel carcere della memoria, il Cammino si destava, sbatteva contro i muri, mi chiamava”.

Un elemento fondamentale consiste nel fatto che il Cammino mette il pellegrino a confronto con se stesso come mai gli è capitato, offrendo l’occasione imperdibile di affrontare finalmente colui che più teme e di saggiarne forze e resistenza e, soprattutto, i limiti, quelli fisici, ovviamente, ma anche quelli dell’ego che mentre sembra svanire man mano che il pellegrino si sveste dei suoi panni e diventa uno tra tanti, al tempo stesso, si rivitalizza al pensiero onnipotente di essere quasi giunto all’essenza di se stesso e di essere sfuggito al mondo per rincontrarlo in un luogo più isolato e dominato da nuove regole.

Il Cammino procede per fasi differenti, tra le quali quella iniziale che consiste in una sorta di percorso introspettivo permesso dall’aver perso ogni riferimento abituale esterno ma che, poi, si conclude con il ridimensionamento delle aspettative ed una comprensione più realistica dell’impresa che si sta affrontando. La seconda ha a che vedere con la riscoperta del proprio corpo che inizia a manifestare con ogni sua parte i propri bisogni e disagi che, nella terza fase, sovrastano il colloquio con sé stessi e nella quarta vengono affrontati attraverso la ricerca della spiritualità (nel divino o nella comunione con la muta presenza dei pellegrini di ogni epoca), che aiuta nel processo di accettazione delle difficoltà ancora da affrontare.

E’ questa una fase in cui può accadere che ciascuno si fermi a riflettere sulla propria religione, come il protagonista sul Cristianesimo, dalle origini ai travisamenti a cui la storia lo ha condotto, stimolato da chiese romaniche e monumenti antichi: “Passando da un luogo di culto all’altro, il pellegrino effettua un vero e proprio carotaggio geologico attraverso i tanti strati cristiani del territorio”. Tali pensieri spingono l’autore ad una riflessione più generale sulle origini politiche del Cammino e sulla reale presenza delle spoglie di San Giacomo a Santiago, ragionamento che, ad ogni modo, nulla toglie alla sua magia, al fatto che resti un cammino spirituale, poiché “Libera dai tormenti del pensiero e del desiderio, toglie ogni vanità dalla mente e ogni sofferenza dal corpo, cancella il rigido involucro che avvolge le cose e le separa dalla nostra coscienza; mette l’Io in sintonia con la natura”. L’autore afferma, anzi, che si passa da un piano religioso ad uno filosofico di comunicazione con la natura e con gli altri, basata su un’estrema spontaneità e priva di aspettative, ritrovando una dimensione spirituale lontana dalla materialità che domina il mondo da cui si proviene.

Nell’ultimo tratto del viaggio, lo scrittore viene raggiunto dalla moglie, constatando nello specchio del suo sguardo tutti gli effetti della sua trasformazione. La coppia, assieme a tutti i pellegrini, anche a coloro che hanno attraversato percorsi più brevi o solo l’ultimo tratto oppure hanno usufruito di ogni comodità possibile, sarà a breve al cospetto della statua dell’apostolo. I viaggiatori di lungo corso portano con sé un prezioso ed esclusivo bagaglio fatto di sofferenza, sforzi, sacrifici e tempo, non giungendo però, come afferma l’autore, all’atteso culmine di un percorso spirituale poiché egli ritiene che l’agognata Compostela sia solo una basilica con di fronte la fastosa piazza dell’Obradoiro e, per il resto, un tripudio metropolitano e turistico, di fronte al quale il pellegrino si sente più che mai invisibile, quasi tradito dopo aver a lungo saggiato il senso dell’umiltà, qui, ormai, evaporato.

Il ritorno al quotidiano, con le immagini di paesaggi costieri e montani, frammisti all’asfalto, di volti incrociati e persi, di attimi semplici e intensi da custodire, unisce nuovamente gli animi dei pellegrini in un’unica sensazione: un’evidenza di apparente normalità ma che cela un cambiamento più sostanziale, simile ad un lento sommovimento che continua ad operare nel profondo.

Fiorella Ferrari

 Il commino immortale

Jean-Christophe Rufin, Il cammino immortale, Salani, Milano, 2016, pag. 204, euro 13,90.

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Questa voce è stata pubblicata il 25 settembre 2017 da in Libri, Narrativa, Recensioni, Storie vere, Viaggi con tag , , .
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