Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Richard Yates, Sotto una buona stella

Chi ha letto “Revolutionary road”, o ne ha apprezzato la riduzione cinematografica con Leonardo Di Caprio e Kate Winslet, riconoscerà subito in “Sotto una buona stella” i personaggi e i temi cari all’autore, Richard Yates, lo scrittore cardine del realismo americano. I suoi protagonisti hanno in comune, fondamentalmente, il loro essere perennemente in guerra, contro un nemico reale o l’esistenza stessa, mentre il concetto prevalente è la dicotomia tra sogni o illusioni e realtà o verità.

In questo romanzo i personaggi principali sono un figlio e sua madre, i quali ricordano molto da vicino Richard e la propria, sia a livello biografico che esistenziale. Robert Prentice, infatti, come già Yates, è in procinto di salpare dagli Stati Uniti per recarsi in Europa presso il fronte di una guerra mondiale ormai prossima all’epilogo, mentre la madre Alice, allo stesso modo di Dookie, è una donna che ha sommato il dolore di una separazione a quelle delle innumerevoli delusioni derivanti dalle proprie velleità artistiche frustrate.

Bob, sia pure terrorizzato dai possibili rischi relativi alle azioni di guerra, cerca a suo modo di darsi da fare per ottenere la considerazione dei suoi commilitoni e, magari, qualche riconoscimento sul campo, mentre Alice insegue pervicacemente il proprio sogno di realizzarsi come scultrice, possibilmente riuscendo ad affermarsi ed a farsi apprezzare in certi ambienti sociali.

Dal racconto, che procede scorrevolmente per vie parallele attraverso l’uso di flashback, emergerà ben presto come nessuno dei due sembrerebbe nato “sotto un buona stella”, poiché Bob non farà altro che collezionare tentativi maldestri di ottenere dei risultati degni di qualche menzione ed elemosinare attenzioni attraverso piccole quanto inutili strategie, ma l’unica ferita di guerra che riuscirà a procurarsi sarà una brutta polmonite; Alice, nella sua disperata e disordinata rincorsa del successo, giungerà a gettare sul lastrico quel che resta della sua famiglia, trovando come unica mano tesa in suo aiuto proprio quella dell’ex marito, il solo che l’abbia veramente amata, il solo che non sia mai riuscita ad amare.

Le loro storie raccontano un unico intreccio fatto di illusioni e disillusioni, al cui interno i sogni diventano velleità sulle quali irrompe una realtà fatta di povertà e di fallimento, di dualismi senza possibilità di equilibrio, di strappi dolorosi e di rapporti famigliari malati: tra coniugi, tra genitori e figli e tra fratelli, come quello che lega Alice alla sorella Eva, responsabile di essere riuscita ad adattarsi ad una normalità per lei banale e limitante.

Ecco così che Bob tornerà dalla guerra privo di qualsiasi bagaglio di gesta epiche a riscattarlo ma determinato, quantomeno, a vivere finalmente una vita propria lontana da una figura materna fragile ed oppressiva, mentre Alice finirà per lavorare come operaia in una fabbrica di manichini, evidente parodia della scultura, attraverso la quale l’artista plasma il mondo come l’uomo non sarà mai in grado di fare. Non è certo un caso se la propria opera migliore sia una statua ispirata al figlio.

Le analogie tra la vita dell’autore e la sua produzione letteraria sono state ormai analizzate fin nei particolari e anche questo romanzo fa ampiamente la sua parte: dalle doti mai pienamente sviluppate dei genitori (canore per il padre) al trauma del loro divorzio, dalla famiglia intesa come “rifugio” e come “trappola” da cui liberarsi al conseguente arruolamento nell’esercito interrotto senza infamia e senza lode per una malattia ai polmoni (nel caso dell’autore la tubercolosi).

In realtà, il personaggio di Robert Prentice nasce anni prima della pubblicazione di “Sotto una buona stella” (1969) come protagonista di uno dei racconti, intitolato “Costruttori”, contenuti nella raccolta “Undici solitudini” (1962), manifestandosi da subito come una sorta di alter ego di Yates con velleità letterarie che ne faranno, al più, una sorta di ghost writer. Anche la madre scultrice ricompare, ma in seguito e sotto differenti spoglie, in altri scritti di Yates.

In questo romanzo, tuttavia, l’autore inizia a prendere le distanze dal suo personaggio attraverso l’utilizzo della narrazione in terza persona, forse consapevole che, nonostante le manifeste similitudini, almeno a lui sia riuscito di realizzare il più grande dei suoi sogni: quello legato alla scrittura.

Eppure, mentre la sua carriera raggiunge vette inaspettate e le proposte lavorative gli piovono persino da Hollywood e dal governo degli Stati Uniti, il suo disagio interiore trova sfogo in una deriva progressiva permeata da alcool e fumo, che peggiora le condizioni dei suoi polmoni e della sua vita sentimentale, dando avvio ad una fase calante dalla quale solo la maestria della sua penna, a dispetto di tutto, saprà risollevarlo  ridandogli la dignità del mestiere ed a garantirgli il recupero futuro della sua produzione ovvero, finalmente, il pieno riconoscimento, seppure postumo, che soddisfa la sua vera ed unica aspirazione confessata al collega Andre Jules Dubus: “io non voglio soldi, voglio lettori”.

Fiorella Ferrari

Sotto una buona stella

Richard Yates, Sotto una buona stella, Minimum fax, Milano, 2014, euro 14,50.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 settembre 2017 da in Classici, Libri, Narrativa, Recensioni con tag , .
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