Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Albert Camus, Il mito di Sisifo

 

“C’è il mito di Sisifo, e c’è il mito di Sisifo di Camus” scrive Corrado Rosso nella prefazione ad una delle opere forse più note dell’autore, probabilmente a causa del mito racchiuso nel titolo piuttosto che per una vera e profonda meditazione del suo complesso significato. In effetti, “Il mito di Sisifo” fu pubblicato nel 1942, tra opere di maggiore comprensibilità come l’“Etranger”, dello stesso anno, “Caligula” del ’44 e “La peste” del ’47, nelle quali venne spontaneo cercare una chiave di lettura migliore ed esaustiva per quest’ultima, che, in verità, non fu mai trovata.

L’opera si colloca a metà tra letteratura e filosofia ed il suo incipit pone la questione di base su cui si fonda, ossia: “Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto – se il mondo abbia tre dimensioni, o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo”. Una volta metabolizzato un esordio di tale impatto, andrebbe valutato anche l’aspetto storico del saggio, poiché l’interrogativo, apparentemente filosofico (ma non lo è poiché la filosofia dovrebbe sostenere la vita e non considerare la morte), che l’autore pone, sembra che un tempo, negli anni trenta, sia stata per lui una possibilità reale, seguita ad “una dura e studiosa giovinezza, segnata dalla povertà, dalla malattia nonché da gravi delusioni di diverso genere (matrimonio, politica, carriera ecc.)”. Quindi, il libro rappresenterebbe “una sorta di confessione-bilancio”, che si fa al tempo stesso portavoce di “un mal du sìecle” molto diffuso nell’opinione pubblica coeva.

Ma qual è la risposta dell’autore al quesito di partenza? Camus fa una distinzione, innanzitutto, tra chi è fermo nella convinzione che non valga la pena vivere e chi si fa uccidere per idee o illusioni che costituiscono, al contrario, una ragione di vita. Spiega poi che a volte si ritiene colpevole di tale tendenza umana la società quando “il verme” si trova, in realtà, nel cuore dell’uomo, nel cui silenzio si prepara il gesto estremo, magari per una serie di dispiaceri accumulati, la cui miccia viene accesa da un soffio sottile che può anche essere una parola distratta pronunciata per caso, proprio quel giorno. “Uccidersi (…) è confessare: confessare che si è superati dalla vita o che non la si è compresa” oppure ancora che ci si è persuasi dell’inconsistenza dell’abitudine, che ci sostiene nella quotidianità, e della sofferenza. È come se l’uomo si sentisse estraneo alla vita come un attore dalla scena nella quale recita e questo concetto può essere definito il “senso dell’assurdo”, che si collega al suicidio poiché esso sembra essere l’unica via per sfuggirvi.  

Durante l’esistenza subentra, a volte, una forma di stanchezza che deriva “dagli atti di una vita automatica”. Questa, pur generando frustrazione, determina al tempo stesso una sorta di “movimento della coscienza”, il quale porta ad un “risveglio” che, a sua volta, può avere come conseguenza il ristabilimento o, appunto, il suicidio. Il mondo appare come “denso” nella sua bellezza che a volte si allontana dall’uomo e da tutti i significati che egli è solito attribuirvi, ed “estraneo” come se capitasse di non riconoscere più la natura, gli altri e perfino sé stessi. La morte, intanto, se ne sta come sullo sfondo, mentre l’uomo fa finta che non esista, forse perché ne ha solo un’esperienza indiretta, quella altrui, e ciò che gli suscita orrore è il “lato matematico”, oggettivo dell’evento, di fronte al quale tutto appare inutile. L’uomo sarà sempre estraneo a se stesso, poiché se è vero che può conoscere il mondo, in quanto i suoi fenomeni sono enumerabili, gli è possibile farlo solo attraverso il proprio pensiero ma sentirà sempre ch’esso non gli appartiene, così come non può conoscere se stesso poiché, ad esempio, l’uomo è consapevole di avere un cuore ma sa, al contempo, di non poterne fare esperienza diretta e quindi, anche in questo caso, solo teorica. Ma, allora, come può l’uomo avere pace se non può veramente conoscere? Si torna nuovamente al concetto di assurdo che si ritrova nel confronto tra l’aspirazione alla chiarezza dell’uomo e l’irrazionalità e indecifrabilità del mondo, considerando, tuttavia, che questa opposizione è il solo legame che possa esserci tra i due. L’assurdo diventa così per l’uomo la più straziante delle passioni che lo dilania nel suo anelito all’unità, in contrasto con i propri limiti.  

Questo non si trova nel mondo e neppure nell’uomo ma proprio nel legame che li unisce, non può esistere né al di fuori dell’uno né dell’altro e muore con lo spirito umano. L’uomo, quando diviene cosciente dell’esistenza dell’assurdo vi si lega indissolubilmente e la consapevolezza di non avere speranza gli sottrae l’avvenire. Per questo egli cerca una via d’uscita, gli esistenzialisti, con i quali Camus entra in dichiarata polemica attraverso questo scritto, la trovano nella trascendenza, nell’irrazionale, i cristiani in Dio, dando in un certo senso un volto all’irrazionale e ricavando la loro speranza dal suo contrario ossia la morte.  “L’uomo assurdo”, invece, non disprezza la ragione pur ammettendo l’irrazionale, afferma solo che tutto ciò che travalica la ragione non è per questo sovrumano, e anche se è al di fuori della sua comprensione non vuole accettare di fondare il proprio credo sull’incomprensibile. Egli desidera, invece, poter vivere solo con ciò che sa e, pur riconoscendo i limiti della ragione, privilegiare le sue potenzialità, mantenendosi in una via di mezzo tra questa e l’assurdo, nella loro contrapposizione e lotta, nello “stato di assurdo” in cui spirito e mondo si puntellano l’uno contro l’altro ma non si abbracciano mai. I fenomenologhi si basano sul reale, sul mondo, non limitandosi a “fare una statistica di ciò che non può trascendere” ma sottolineando “la gioia nel descrivere e nel comprendere ogni aspetto dell’esperienza”, non cercando il riflesso del mondo in un universo superiore “ma il cielo delle forme prende figura nel popolo delle immagini di questa terra”, che, infondo, è la stessa cosa. In definitiva, le filosofie che umiliano la ragione e quelle che la portano in trionfo, quindi, l’irrazionale ed il razionale, conducono alle stesse conclusioni in una sorta di “suicidio filosofico” per il quale gli esistenzialisti negano la ragione, i razionalisti negano l’irrazionale, ma nessuno riesce a superare l’angoscia e la nostalgia umana. L’uomo assurdo non crede che il mondo sia razionale né irrazionale ma irragionevole, non esalta né nega la ragione ma la rende lucida nell’accettazione dei propri limiti. Lo spirito desidera e il mondo delude, l’uomo è in questa contraddizione e vive nella nostalgia di un’unità che non esiste e, quindi, deve scegliere se accettare o rifiutare la sofferenza che ne deriva, se vivere con essa o morire. L’unica cosa che non può ignorare è l’esistenza dell’assurdo.

L’uomo assurdo può comprendere solo “in termini umani” (quindi, non attraverso la trascendenza) ma sa che il mondo non si può ridurre ad un principio di razionalità e ragionevolezza (quindi, non al razionalismo), ed il suo desiderio di conciliare le due cose genera in lui afflizione. Un albero o un gatto non si pongono simili problemi perché “sono” nel mondo, non hanno coscienza della frattura tra questo e lo spirito. La sofferenza, come si diceva, spinge alla scelta circa il restare o fuggire dalla vita, compiere “un salto” che potrebbe essere il suicidio poiché la morte porta via con sé l’assurdo, ma, in realtà, quest’ultimo non è né una ribellione, in quanto è accettazione dei propri limiti, né una soluzione, in quanto l’assurdo è coscienza e rifiuto della morte (suicida e condannato a morte, infatti, rappresentano gli opposti). La grandezza dell’uomo consiste proprio nella lotta contro una realtà che lo supera, nella coscienza dell’assurdo e nella rivolta, che non è mai rinuncia. Fino a che non incontra l’assurdo l’uomo pensa di essere “libero”, ad esempio di progettare un futuro, di avere uno scopo, una direzione, poi scopre che l’unica verità è la morte. In realtà, la sua libertà era solo apparente poiché le sue mete, i ruoli assunti, il senso che riteneva avesse la vita erano solo catene che lo uniformavano ad un certo comportamento. L’assurdo “illumina” sul fatto che non esiste un domani e sostituisce ad una libertà illusoria, che aveva come termine la morte, la morte stessa come stimolo a sentire più intensamente la propria vita, la propria rivolta e la propria libertà, rifiutando il suicidio.

Don Giovanni rappresenta un esempio di “uomo assurdo” poiché vive una vita che lo appaga e non crede in una ultraterrena, sedurre è il suo modo di essere, la quantità la sua etica, non credere nel senso profondo delle cose la sua particolarità e, infine, l’amore per tutte le sue donne è un amore che libera non una passione che incatena ad un’altra persona. Anche l’attore è un uomo assurdo nel suo impersonare vite e destini che “crescono e tramontano fra le stesse mura e in qualche ora”, percorrendo il cammino per il quale un uomo impiega un’intera vita. Ed è un uomo assurdo il conquistatore poiché sa che “l’azione è per se stessa inutile”, quando parla di vincere e superare si riferisce più che altro a se stesso e sa che la conclusione di tutto è la morte.

Camus, a questo punto, pone un nuovo quesito: può l’opera d’arte essere considerata come un rimedio all’assurdo? No, perché è essa stessa un assurdo, non rappresenta una via d’uscita dal male ma uno dei suoi sintomi. “L’opera d’arte nasce dalla rinunzia dell’intelligenza a ragionare sul concreto”, poiché il mondo non è comprensibile, l’artista utilizza delle immagini per rappresentare ciò che è privo di ragione. È un “dramma intellettuale” perché “l’espressione comincia dove il pensiero finisce” e tuttavia questo non dovrà rinunciare a se stesso ma solo trasformarsi in immagini. Anche la creazione avrà come fine il nulla e avrà fine con la morte dell’artista, che darà un senso alle sue opere, perché esse non hanno senso per sé stesse ma per l’occasione che forniscono all’uomo di superare i propri fantasmi e di dar forma al proprio destino.

Ma giungendo al vero e proprio tema del libro ossia “Il mito di Sisifo”, la storia è nota: gli dei, per colpe imprecisate, avevano condannato quest’uomo “a far rotolare senza posa un macigno sino alla fine di una montagna, dalla quale la pietra ricadeva per azione del suo stesso peso”, ritenendo che la punizione peggiore per un uomo fosse proprio “il lavoro inutile e senza speranza”. Sisifo è, evidentemente, un eroe assurdo che paga per aver odiato la morte ed aver amato con passione la vita (sfuggito con uno stratagemma all’inferno, disobbedendo agli dei, non vi ritornò che trascinato con la forza). Il senso più profondo del suo destino è proprio il momento in cui, dopo aver raggiunto faticosamente la cima, l’uomo osserva il masso rotolare giù e poi si gira per ridiscendere verso il piano e verso la replica infinita del proprio tormento. In quell’attimo egli è cosciente della sua sorte, mentre osserva, mentre scende, mentre considera la sua dolorosa condizione. Non nutre speranza, non chiama nessun dio, semplicemente contempla il proprio destino, il proprio macigno, i propri giorni tutti uguali fatti di azioni senza legami tra loro. Per Sisifo non vi è nessun fato superiore, esiste solo ciò che è umano, così prosegue nel suo cammino, rotola il suo macigno che è tutto ciò che possiede, assieme alla lotta per condurlo verso la cima. In ciò risiede la sua felicità.

Sì, perché l’uomo assurdo di Camus è tutt’altro che un infelice ed i personaggi che lo incarnano: Don Giovanni, l’attore, il conquistatore si possono anzi definire felici. L’uomo assurdo è libero dal peso della libertà stessa, dal passato e dal futuro, il suo presente è intenso nella battaglia della propria intelligenza contro una realtà che la supera, nella sua voglia di vivere e di aprirsi a tutte le esperienze. Egli privilegia la quantità alla qualità, il vivere il più a lungo possibile per sperimentare il più possibile. L’assurdo dà felicità, anzi la felicità è assurda ed è in maggior misura felice chi si abbandona più a lungo a questo “puro assurdo del vivere”, soprattutto Sisifo, con il suo sforzo consapevolmente gratuito, con il suo cinismo, non nel senso di indifferenza e disprezzo dei valori sociali e morali ma sempre nel significato di passione bulimica per l’esistenza e le sue esperienze, per la “fiamma della vita” in se stessa. È condivisibile il senso dell’assurdo di Camus, che può comunque essere definito, come afferma il prefatore, un “assurdo bambino”, nel senso che precede temporalmente gli anni peggiori della Grande Guerra e i genocidi? Sisifo può davvero considerarsi un uomo silenziosamente felice? Ad ognuno dei suoi coraggiosi lettori l’ardua sentenza. Ad ogni modo, pur ammettendo di porre da parte il trascendente, quindi la speranza e la ricerca di un significato, e basandosi esclusivamente su ciò che è tangibile, verificabile e conoscibile, forse si potrebbe anche parlare di felicità ma non identificabile nello sforzo solitario e titanico di un uomo che fa rotolare la propria “pietra” solo per vederla ricadere giù, quindi, per niente, ma nel destino comune di un’umanità che condivide la lotta verso la cima, ogni ricaduta ed ogni nuova partenza, che questo abbia un senso oppure no.

Fiorella Ferrari

Il mito di Sisifo

Albert Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani, 1994, pag. 137, euro 6,00.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 marzo 2017 da in Filosofia, Libri, Recensioni, Saggistica con tag , .
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