Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Claudia Macaluso, Silvia Zerbelloni, La danzaterapia

Perché la danzaterapia venisse considerata come possibilità terapeutica è stato necessario che fosse riconosciuto lo stretto legame esistente tra “soma” e “psiche” ossia tra corpo e mente, il primo da sempre oggetto di studio della medicina e la seconda rivalutata solo nel Novecento, grazie alla nascita della psicoanalisi. Quest’ultima, sebbene abbia riconosciuto tale legame, ha però sempre privilegiato la psiche, quindi è stato l’avvento della psicosomatica a rendere possibile una vera riunificazione con il soma. Il concetto di unità psicofisica è tipico della cultura orientale mentre quella occidentale ha risentito per lungo tempo del postulato cartesiano per il quale il corpo è solo “un meccanismo controllato dalla mente”, che ha portato alla supremazia dell’oggettività, della razionalità e della logica. In occidente il primo a sostenere l’inscindibilità del rapporto mente-corpo ed a pensare all’utilizzo delle arti nel processo terapeutico, lasciando libero sfogo alla fantasia del paziente, fu Jung, le cui teorie portarono anche al recupero dell’antico significato simbolico della danza, intesa come linguaggio emotivo vicino all’inconscio. La danza, infatti, è considerata tra le arti più antiche ed il suo significato originario era quello espressivo, poiché i popoli la utilizzavano per celebrare gli eventi più importanti della vita, come nascite, morti, iniziazioni, matrimoni, semine e raccolti, cacce e guerre ma, soprattutto, attraverso la danza intesa come “rituale”, essi cercavano di propiziarsi le divinità, esorcizzando i timori per tutti i fenomeni della natura a loro sconosciuti. Successivamente, si affermano i principi della danza accademica, classica, fatta di regole formali e canoni fisici molto rigidi, che si oppongono all’antica concezione, finché, ai primi del novecento, alcuni danzatori avvertono il bisogno di riscoprire il concetto di danza come libera espressione del proprio mondo interiore. La principale esponente di tale corrente è Isadora Duncan che utilizza i fenomeni naturali delle onde e del vento come elementi ispiratori della sua arte, l’emozione come principio base per la successione dei movimenti ed il corpo non come organismo da allenare ma da scoprire.

Recentemente c’è stato un fiorire di discipline basate sul concetto che la salute di un essere umano scaturisce dall’“armoniosa relazione” tra le sue componenti: il corpo e le emozioni, i sentimenti, gli affetti, quindi lo spirito e l’inconscio. In tale ottica la danza non è legata all’estetica del movimento ma è intesa come movimento spontaneo che “diviene parte integrante del processo creativo artistico”. Quindi, oggi danzatori e psicologi collaborano con il rispettivo apporto di tecnica e di scienza per elaborare una terapia alternativa o di sostegno a quelle tradizionali. Nel saggio “La danzaterapia”, le autrici, la psicologa e danzatrice Claudia Macaluso e l’operatrice sociale ed educatrice professionale Silvia Zerbelloni, attraverso le ricerche svolte per le loro tesi di laurea, che comprendono complesse indagini storiche ed interviste ai professionisti del settore, si propongono l’obiettivo di fornire un quadro della danzaterapia in Italia oggi e una valutazione dell’utilizzo di questa tecnica in un’età emotivamente critica come quella adolescenziale. Viene esaminata anche la figura dell’Arterapist che è diventata ormai una professione riconosciuta nell’ambito psico-sociale, che opera in ospedali, istituti, centri assistenziali, associazioni e nel privato, ed è specializzata in una o più attività artistiche: musica, pittura, manipolazione di materiali, teatro e, appunto, danza. A ciò segue il discorso sulle tecniche che la disciplina utilizza e che sono: la pittura (direttamente collegata ad esperienze, emozioni e sensazioni del passato), la musica (nella sua duplice funzione catartica ed educativa), il teatro (che simula la realtà ricreandola e manipolandola). Attraverso tali tecniche, l’individuo e, in particolare, il paziente, riesce ad esprimere con maggiore efficacia la sua interiorità, soprattutto le parti più profonde ed inesplorate, ed anche a prendere coscienza delle proprie difficoltà di interazione con l’ambiente esterno e di relazione con gli altri. Inoltre, egli riesce a stimolare la propria creatività che per Freud è simile al sogno, poiché aggira le difese della mente e rivela contenuti rimossi, confinati nell’inconscio del paziente. Questa è legata all’emisfero destro del cervello, quello del linguaggio non verbale, analogico che, aiutando a canalizzare e a dare forma alle emozioni, rivela ciò che le parole non dicono.

La danzaterapia possiede gli stessi obiettivi delle altre psicoterapie ossia: la consapevolezza di sé, il rapporto con il gruppo, la capacità di operare delle scelte, ma il modo di lavorare è differente proprio perché li raggiunge attraverso il corpo. Il danzaterapeuta lavora innanzitutto per rendere quest’ultimo più “sano”, non solo in senso estetico o biologico ma utilizzando delle tecniche corporee per affrontare disturbi emotivi, cognitivi e fisici, per raggiungere l’equilibrio tra impulsi muscolari ed emotività, per comprendere le emozioni, liberare quelle bloccate e strutturare quelle insuperabili. Il fluire del movimento ed il piacere che ne deriva, che scaturisce dalle aree più antiche del cervello: rinencefalo ed ipotalamo, risveglia le sensazioni più primitive e profonde dell’uomo, quelle non intellettualizzate, e, soprattutto, la sua pulsione vitale. Mentre egli assapora tale piacere, nel suo corpo avvengono molte cose: i muscoli si potenziano, le articolazioni si ottimizzano, varie capacità come la precisione, il coordinamento, la sincronizzazione, l’equilibrio, quindi, la capacità motoria globale, migliorano. Ciò rafforza l’“immagine corporea” dell’individuo, strettamente collegata al suo senso dell’identità, quindi, all’immagine, variabile nel tempo, che ognuno ha di se stesso e che pensa venga recepita dagli altri. Questo concetto è a sua volta legato (e spesso confuso) con quello di “schema corporeo” che è, invece, inconscio, è costituito da un insieme di fattori come la postura, le sensazioni termiche, tattili e dolorifiche, e non è qualcosa di innato ma si costruisce con il tempo, come afferma Schilder. La danzaterapia, lavorando sul corpo e sulle strutture muscolari, può risalire alle emozioni per renderle coscienti e poi rielaborarle. Due medici americani, Ron Kurtz ed Hector Prestera, affermano che “Il corpo non ha scelta, esso mostra tutte le dinamiche dell’individuo”, e quindi un accumulo di carenze affettive nell’infanzia, a cui l’organismo reagisce inconsciamente con tensioni e blocchi per difendersi dalla paura e dal dolore, possono modificare la postura, la crescita, la struttura e persino il tono della pelle e la temperatura di una persona. Lo “stile motorio” è quindi il linguaggio che esprime il modo in cui l’individuo si è progressivamente “adattato alla vita”, un codice non verbale che appare la terapia ideale soprattutto per quei pazienti che soffrono di disturbi della comunicazione, autistici e psicotici.

Le metodologie che vengono utilizzate durante un incontro di danzaterapia si possono ricondurre a tre filoni principali. Il primo è l’approccio analitico di impostazione junghiana, che considera la funzione catartica e liberatoria della danza e che possiede le maggiori basi a livello teorico. Il secondo approccio è il metodo di Maria Fux, un’artista e non una psicoterapeuta, per la quale la danza ha una funzione catartico-liberatoria grazie al movimento spontaneo ed al piacere che ne deriva, il quale aiuta ad esprimere sé stessi e le proprie capacità creative. Il terzo approccio è quello dell’“expression primitive”, teorizzato da Herns Duplan, danzatore haitiano trasferitosi in Francia, che è un metodo posto tra arte e terapia, il quale può essere definito antropologico poiché considera in modo globale la persona, affinché possa lavorare su di sé per divenire autonoma e al tempo stesso responsabile della relazione con gli altri, per scoprire la propria specificità ma anche movimenti, gesti e riti che sono presenti in tutte le culture tradizionali.

L’ambito della danzaterapia in Italia è ancora in via di sviluppo poiché non esistono delle vere e proprie regole codificate e non vi è chiarezza circa il percorso formativo che un professionista del settore dovrebbe affrontare e quale sia l’aspetto: clinico, artistico o entrambi, che dovrebbe privilegiare. Ad esempio, non tutti i danzaterapeuti sono dei danzatori (a cui manca la formazione scientifica) e nemmeno degli psicologi (a cui manca quella artistica), più raramente ancora possiedono entrambe le qualifiche (anche se la disciplina in sé non è riconosciuta da un albo, quindi, per legge uno psicologo non potrebbe pubblicizzare i suoi corsi). Chi ha una specifica formazione in danzaterapia l’ha acquisita soprattutto all’estero, mentre in Italia gli stage sono pochi e ci si forma quasi sempre sul campo frequentando corsi di discipline affini come bioenergetica, shiatzu, feldenkreis, osteopatia, teatro e musicoterapia. Tutti i professionisti del settore concordano comunque sui benefici dell’arteterapia: la canalizzazione delle emozioni, le nuove modalità espressive, la sensazione di benessere, il valore aggregativo, la possibilità di comunicazione con coloro che sono svantaggiati da quella verbale, la fluidità del rapporto mente-corpo, la conoscenza di parti nascoste di sé (l’ombra junghiana). Le tecniche utilizzate sono invece molto variegate: dagli esercizi fisici, all’utilizzo di materiali di vario tipo, all’integrazione con altre discipline, all’interpretazione del movimento e molte altre; vengono applicate sia in gruppo, sia singolarmente, e sono orientate verso diverse finalità: terapeutiche, riabilitative o di crescita personale. Nel ’98 nasce l’APID, l’Associazione Professionale Italiana Danzamovimentoterapia, che ha definito un ordine etico della professione, delle linee guida per la formazione e dei criteri di registrazione per la tutela della stessa, di coloro che la praticano e dell’utenza, e che rappresenta un primo passo per conferire ad una disciplina dalle potenzialità e dagli effetti molto positivi una progettualità comune.

Fiorella Ferrari

La danzaterapia

Claudia Macaluso, Silvia Zerbelloni, La danzaterapia, Ibis-Xenia, Como, 2015, pag. 128, 7,50 euro.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 marzo 2017 da in Libri, Psicologia, Recensioni, Saggistica con tag , .
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