Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Fulvia Cariglia Bianchi, Echi d’Altrove

“Echi d’Altrove” è un viaggio attraverso le varie tecniche adottate nei secoli dagli uomini per tentare una sorta di comunicazione con l’altro mondo, dai tempi più remoti all’attuale “New Age” fino all’uso della tecnologia per rendere più “efficace” il contatto medianico. Nell’introduzione, l’autrice, Fulvia Cariglia Bianchi, sociologa, psicologa, giornalista nonché autrice di programmi radiofonici in RAI e relatrice in diversi seminari, espone i suoi dubbi circa l’opportunità o meno di affrontare il tema controverso e affascinante del rapporto tra l’essere umano e la vita ultraterrena, che, come attestano studi e testimonianze in ogni ambito artistico e culturale, risalenti alla notte dei tempi, crea da sempre grande interesse unito ad un certo timore. La titubanza della studiosa, scaturisce dalle proprie conoscenze ed esperienze e, quindi, dalla consapevolezza che si tratti di “una materia per sua natura attinente al soggettivo piuttosto che all’oggettivo, e chiunque si cimenti nell’impresa ha il dovere di premettere che, non essendovi apposite patenti, la sua parola è suscettibile di errore più che in altri campi”.

I primi esperimenti rievocati dall’autrice nel saggio sono legati allo spiritismo ed alla casa di madame Polozoff, medium e organizzatrice di sedute spiritiche, ma anche ad Eusapia Palladino, vissuta tra fine Ottocento e inizio Novecento e ritenuta per oltre quarant’anni un’autorità in questo campo, che partecipò proprio ad una delle sedute di casa Polozoff, poi definita “memorabile” per gli straordinari accadimenti verificatisi. Riguardo le testimonianze relative alla serata, spicca quella di un noto giornalista e scrittore dell’epoca, Federico Verdinois, il cui ruolo di osservatore attendibile prevedeva una cronaca dei fatti e si tramutò, invece, in un racconto stupito e atterrito. Ma una delle esperienze più interessanti descritte nel libro, comprese quelle di politici come Prodi, ha un protagonista veramente d’eccezione come Gabriele D’Annunzio, che si cimentò in un esperimento del genere all’età di ventitré anni, restandone sconvolto.

Tra le spiegazioni fornite dall’autrice, in relazione ai tentativi di comunicazione ultraterrena, ne prevalgono due ovvero che “si può essere spinti dal desiderio di riallacciare i rapporti con una persona che abbiamo amato e che ci manca troppo per accettarne fino in fondo la morte…”, ma anche che si possa essere incoraggiati dall’angosciante e sempiterno bisogno di sapere cosa ci stiamo a fare su questa Terra e cosa ci aspetta oltre, e sempre che un “oltre” ci sia, naturalmente. Il desiderio di tale conoscenza, come si è già detto, risale agli albori della vita: in ogni epoca, ogni civiltà e cultura hanno sempre indagato sui misteri dell’“aldilà”, immaginandolo in modo differente: dal “Libro Egiziano dei Morti” alle usanze dei Maori nella Nuova Zelanda, da quelle delle comunità rurali cinesi, per le quali il rito funebre era importante più di quelli legati alla vita, fino ai Greci ed ai Romani, che immaginavano l’Ade come un regno sotterraneo con il quale intrattenere cauti rapporti poiché, seppure le anime potevano essere evocate per elargire dei consigli, ciò non doveva arrecare troppo turbamento ai vivi. L’excursus storico continua con cenni ai Masai ed ai Xikrin, popoli bellicosi e temibili ma molto impauriti dall’idea di eventuali contatti con gli spiriti dei defunti, al punto da evitare ogni relazione persino con gli oggetti a loro appartenuti da vivi. Affascinante la raffigurazione dell’aldilà degli amerindi Cuna, immaginato in modo splendente, fino a quello letterario, assai più noto, di Dante Alighieri, che riconduce alla tradizione cristiana, per la quale esso è ben distinto nei tre regni dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, destinazioni strettamente collegate alla condotta terrena del defunto. Dopo altri riferimenti al mondo persiano ed indiano, la scrittrice prosegue con la concezione dell’ultraterreno così com’è inteso da personaggi illustri del panorama storico, culturale e scientifico, come Freud, Voltaire e Tolstoj, sottolineando come ognuno di essi dia un’interpretazione della morte che, in certo modo, tende ad esorcizzarla.

Ma la narrazione di usanze e credenze si fa sempre più appassionante ed anche efficace a livello linguistico-descrittivo quando l’autrice procede a spiegare come nacque lo spiritismo, a partire dalla metà dell’Ottocento fino ai primi decenni del Novecento. A questo proposito, era impossibile non citare le famose sorelle Fox, le cui vicende, collegate a quei “colpi” avvertiti nella loro abitazione di Haydesville nel 1848, suscitarono tanto clamore, fino a diventare delle polemiche con accuse e controaccuse di frode. Come spiega l’autrice, dai “colpi” si passò in seguito alle “tavole giranti”, mentre lo spiritismo si diffondeva sempre di più fino alla pubblicazione nel 1857 della nota opera di Allan Kardec, il cui vero nome è Rivail, “Il libro degli spiriti”, nel quale trascrisse le apparizioni ed i “messaggi” dei trapassati, relativi ad alcune sedute spiritiche tenutesi a Parigi, dapprima nella casa di una certa Madame Roger e poi a casa Badouin. Successivamente, la scrittrice concede finalmente alla scienza la sua parola d’intervento nella diatriba, attraverso la figura dello scienziato Crookes, definito “un volontario al di sopra di ogni sospetto”, che studiò con attenzione gli esperimenti spiritici eseguiti tra il 1870 ed il 1874 dal medium Daniel Home in Inghilterra, non trovando in essi alcun inganno ma decidendo, pur tuttavia, di desistere dal partecipare ad ulteriori sedute. Persino il noto psichiatra Cesare Lombroso si trovò coinvolto nella questione, pubblicando un articolo sul giornale “Fanfulla della domenica” di Milano, nel 1888, nel quale, tutto sommato, non escludeva la possibilità che nello spiritismo ci fosse qualcosa di vero, un’affermazione che, provenendo da una simile autorità nel campo medico, non poteva non suscitare un certo clamore.

Nell’ultima parte Fulvia Cariglia Bianchi esamina ulteriori tecniche di “comunicazione con l’altra dimensione”, che sono state utilizzate negli anni fino al giorno d’oggi, ovviamente con l’ausilio di strumenti sempre più sofisticati, come la metafonia e persino i video, che si affiancano al classico “medium in trance” che parla con la voce del caro scomparso, per continuare a veicolare i messaggi dall’oltretomba. Durante tali contatti si parla persino di casi di creazione artistica ed esperienze simili comunque inspiegabili con la “ratio” umana. Al termine della lettura di questo libro l’autrice riporta, citando “Piccolo mondo antico” di Fogazzaro, la conversazione fra i due protagonisti del romanzo, i quali, dopo varie sedute spiritiche, a proposito degli esperimenti condotti per lungo tempo, dicono tra loro: “Ma e le altre comunicazioni dunque? Non vi è certezza mai?” “Mai”. Ed è questo l’unico finale verosimile: la libertà di credere o meno non solo se vi sia un’esistenza ultraterrena ma anche se vi sia la possibilità di creare un “ponte” tra l’aldilà e l’aldiquà e, in caso affermativo, lasciarsi anche quella di celare a sé stessi se la propria convinzione derivi da fede o da necessità.

Antonella Ferrari 

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Fulvia Cariglia Bianchi, Echi d’Altrove, Mondadori, 2004, Milano, pag. 247, euro 8,00.        

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Questa voce è stata pubblicata il 27 febbraio 2017 da in Libri, Parapsicologia, Recensioni, Saggistica con tag , .
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