Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Peter Schellenbaum, La ferita dei non amati

Esistono persone che durante l’infanzia sono state poco amate, altre che lo sono state troppo e altre ancora nel modo sbagliato ed una cattiva ricezione d’amore che è essenziale per la sopravvivenza di un essere umano, genera gravi problematiche nell’età adulta. Dai rapporti instaurati da adulti è infatti possibile comprendere quale tipo d’amore si è ricevuto, perché è durante l’infanzia o l’adolescenza che si verificano quelle esperienze traumatiche che determinano una sensazione di perenne “mancanza d’amore”. Così, vi sono individui che sembrano fare sempre incontri sbagliati (per compensare un vuoto affettivo), quelli che amano troppo (perché sono stati amati ma a condizione che…), quelli che pretendono l’amore perché lo danno (cui è mancato l’affetto di uno dei due genitori), quelli a cui non basta mai (coloro che non si sentono all’altezza di poter ricevere o dare sufficientemente amore), quelli che si lasciano amare (come reazione ad una passata sopraffazione), quelli che sono perennemente “in ritardo” (mancano sempre un vero incontro con l’altro), quelli che pensano di poterlo comprare (poiché hanno conosciuto l’ambiguità del rapporto amore/denaro), infine, quelli che ritengono di essere molto amati (eccetto da quell’unica persona che, misteriosamente, non lo fa).

Il saggio di Peter Schellenbaum dal titolo “La ferita dei non amati” indaga proprio la lacerazione per eccellenza che mina più nel profondo l’autostima dell’essere umano, analizzandola in quattro diversi aspetti: la presa di coscienza del sentimento provato dal “non amato”, la sua origine, la possibile cura e come essa sia in realtà elemento comune all’intera umanità. Il modello terapeutico qui utilizzato dallo psicanalista Junghiano, oltre alla presentazione di numerosi casi ed al ricorso al mito, è quello della psicoenergetica che è basata sulla stimolazione dell’energia vitale, presente nell’organismo umano concepito come un tutto unico, analizzato nell’insieme dei processi vitali che interessano le sue diverse parti e che si pongono in relazione tra loro. Tali processi vitali sono tanto più attivi quanto più una persona si rapporterà in maniera intensa con il resto del mondo e, perciò, la forza vitale è legata alle emozioni, quelle positive ma anche quelle negative come l’aggressività, la tristezza e la sofferenza. Il terapeuta agirà, così, sul paziente soprattutto ad un livello energetico fatto di empatia, di partecipazione, di comunanza di sentimenti, senza creare dipendenza ma stimolandolo, in una concezione della persona come unione di mente e corpo, come un organismo in grado, attraverso l’autosuggestione, di curare se stesso (“Il dispiegamento dell’energia nella psicoterapia modifica ogni cosa, senza tuttavia aggiungere niente di nuovo dal punto di vista del contenuto. In questo somiglia all’acqua che scorre adattandosi al paesaggio senza aggiungervi nulla”).

Una volta giunti alla dolorosa consapevolezza di non essere stati amati o, almeno, non nel modo giusto, viene analizzato cosa significhi questa condizione da un punto di vista intellettuale. Innanzitutto, il non amato, quando riceve amore, ritiene di ottenerlo solo per cause fortuite e molte volte è egli stesso a fare di tutto per essere respinto, reiterando l’atteggiamento che teme di più al mondo, invece di combatterlo cercando l’indipendenza da questo bisogno, che si conquista solo con l’iniziativa, la creatività, il riso, l’equilibrio tra l’adattamento alle norme societarie e la libertà personale. Senza creare aspettative che sarebbero deluse, l’autore afferma subito che la ferita del non amato non potrà mai guarire e quindi l’unica possibilità di cura è rinunciare alla continua ricerca di recupero dell’amore genitoriale in favore di quella dell’autonomia, poiché questo desiderio disperato impegna molta energia vitale e fa sentire deboli quando, in realtà, anche per mantenere il proprio ruolo di respinto, di subordinato, occorre molta forza. Del resto, non solo i non amati ma anche gli esseri umani non feriti devono rinunciarvi, prima o poi, in nome dello sviluppo dell’indipendenza. Non è forse proprio l’utero materno a spingere il feto verso la vita? E questo è non amore o non è forse la forma più grande d’amore che esista?

Continuare a ricercare l’amore dei propri genitori o, per traslazione, del partner può portare alla depressione perché nessuno, pur amando, potrà mai soddisfare quell’immenso vuoto. La depressione nasce da una perdita ma è differente da un lutto poiché quest’ultimo permette una rielaborazione che, pur nel dolore dell’assenza, provoca anche dispiegamento di energia vitale, mentre nella depressione la privazione dell’altra persona diventa perdita di sé poiché si è stati fusi con l’altro, perdita della propria capacità di amare e abbandono di sé perché si è stati abbandonati dall’altro. A volte non è nemmeno necessario che vi sia un abbandono reale, poiché la sofferenza nasce dal risveglio del ricordo di un antico oggetto d’amore da cui non c’è stata sufficiente separazione. Il depresso non si sente attratto dall’esterno ma oppresso, non conosce iniziativa ma richieste, non responsabilità ma sensi di colpa. L’esterno preme dal di fuori ed il depresso esercita una contropressione difensiva, mettendo in atto il proprio “modello di energia” ossia di movimento psichico rappresentato da uno schema ripetitivo, che condiziona negativamente il comportamento di una persona e che può essere incentrato, ad esempio, sull’immobilità o sulla dipendenza dal giudizio altrui. Il non amato che è stato ferito nella propria infanzia non può ricostruire se stesso su queste ceneri, ma può farlo sui propri progressi, sulla propria crescita, recuperando quelle energie che la depressione ha bloccato e dirottandole sulla creatività. Il paradiso che crede perduto, in realtà, non è mai stato tale (l’autore afferma, anzi, crudamente che “non esiste nessuna madre”), ed il presente, l’“adesso” è tutto ciò che si possiede, con la sua mutevolezza, incertezza, provvisorietà.

Il non amato è spesso triste e preoccupato, è un sistema di energia chiuso che avverte l’influenza esterna come pressione ed ogni sua reazione è una risposta a sollecitazioni dall’esterno, che consuma energia vitale. Se tale pressione viene invece trasformata in quest’ultima, precedentemente congelata in atteggiamenti difensivi, allora ecco che diviene possibile la liberazione dell’individuo, non più vittima di forze esterne ma agente in prima persona. Capita a tutti che l’impulso vitale si trasformi in fatica e la gioia di vivere in apatia che deriva da una pressione psicologica ma quando questa diviene condizione stabile allora diventa patologia. Il dato positivo è che quanto più questa pressione è intensa, tanto più forte è l’impulso vitale che sta cercando di manifestarsi nella persona: è sempre energia, sia nel piacere, sia nel dolore poiché la vita si compone di entrambi. In molte persone l’impulso alla trasformazione rimane sempre una possibilità inespressa, simbolica, ma la pressione che esercita è reale e genera ansia e l’ansia, che limita la vita, è pressione che esercitiamo su noi stessi e che se non è orientata verso la gioia di vivere, può anche erompere in violenza e tragedia. L’impulso vitale è come una “voce che canta”, una vibrazione che mantiene viva l’emozione, mentre le note che si susseguono ricordano il flusso della vita e la respirazione, necessaria ad emettere il suono, si regolarizza.

Un elemento importante all’interno del discorso è il già citato concetto di unità psicofisica, centrale nella bioenergetica, poiché spirito e corpo, tutt’altro che contrapposti, sono, in realtà, strettamente interconnessi, come dice Jung “lo spirito è la vita del corpo vista dall’interno e il corpo la manifestazione esteriore dello spirito”, così che nessuno dei due può essere negato in nome dell’altro. Anche la psicanalisi dovrebbe servirsi di questo concetto poiché è possibile avere un’idea molto più completa del paziente se, oltre alle sue parole, si analizzasse il cosiddetto “linguaggio vivente” fatto di postura, vibrazioni, movimenti, quindi una sorta di “gesti linguistici” che suscitano emozioni, le quali, a loro volta, generano energia vitale. Presa coscienza delle problematiche del paziente è importante, tuttavia, compiere un passo successivo e capire che non è la guarigione che va ricercata poiché non esiste una malattia ma degli atteggiamenti sbagliati che vengono adottati a causa delle ferite del passato. Alimentare questi ricordi è masochistico, indagarli e capirli è corretto ma poi occorre andare oltre, poiché insistere nella sofferenza genera solo altra sofferenza né aiuta convincersi che si sarà più felici con un’altra persona o in un altro paese perché esiste solo il “qui” (e la psicologia moderna direbbe “ed ora”) e viverlo pienamente rappresenta l’unica possibilità di essere felici. Anche all’interno di una coppia in cui entrambi i membri restano legati al passato perseguendo un modello traumatico, il destino è l’infelicità.

La strada verso la rinascita inizia dall’accettazione delle ferite, parte integrante dell’essere umano, che deve amarsi così com’è, senza pregiudizi e condizioni, con lo spirito ferito come nel corpo che si è plasmato su tali ferite, apprezzando persino i propri disturbi fisici di origine psicologica poiché attestano solo che l’organismo è ancora in grado di reagire, così ogni blocco potrà sciogliersi da sé e l’energia vitale riprenderà a fluire. Colui che comprende questo non desidererà più avere il controllo su se stesso, gli altri e le situazioni, non si arrenderà ma lascerà che le cose accadano, non farà resistenza ma si manterrà rilassato e vigile, non cercherà di trattenere le persone ma queste verranno spontaneamente da lui, non avrà più dipendenza né dalle cose (ma ne resterà attratto) né dalle persone (non opprimerà ma presterà attenzione), vivrà di energia e ne attrarrà, come la luna che trae la propria luce dallo splendore del mondo e delle persone, non preoccupandosi narcisisticamente della propria. Il depresso tende al ripiegamento in se stesso ma è il rapporto con il mondo, attraverso le emozioni, che intensifica l’energia vitale, per cui è come un cane che si morde la coda. Anche nella coppia il ripiegarsi su sé stessi e sul proprio dolore allontana, mentre curare il rapporto in un contatto fatto più che di parole di vicinanza fisica, emozionale, risana.

La terapia giusta per ottenere tali risultati è l’empatia che non è la presa in carico di una persona, poiché questa non è più un bambino indifeso e bisognoso, ma il mettersi in rapporto con lei perché possa esprimere senza vergogna questo suo dolore per liberarsene, accompagnando il paziente, seguendolo e non precedendolo, dandogli quel sostegno che, col tempo, non sarà più necessario, perché la solitudine del passato diventerà libertà. La persona avrà imparato a non cercare amore e attenzione dall’esterno ma a darsene, un compito per il quale aiuta la tecnica, spiegata in modo particolareggiato nel saggio, del “massaggio mentale”.  L’amore per sé stessi libera anche da quelle norme sociali alle quali il non amato in genere si aggrappa in nome del proprio bisogno di sicurezza, che così viene momentaneamente appagato, ma anche questo sentirsi oppressi da norme limitanti, che vanno considerate ma anche relativizzate nel rispetto del proprio slancio vitale, è sempre un segno che l’energia continua a lottare per esprimere quest’ultimo. L’essenziale è capire che non è il mondo che ha abbandonato l’individuo ma quest’ultimo che ha abbandonato se stesso, rendendo la propria solitudine simile ad una prigione dalla quale tenta di uscire vagando per il mondo alla ricerca di nuove amicizie, maestri o guru e non rendendosi conto che la chiave della propria cella si trova nelle sue tasche. Noi siamo chi crediamo di essere ovvero l’idea che abbiamo di noi stessi ma siamo anche “altro” ossia una parte di noi che non conosciamo, che spesso nascondiamo perché ce ne vergogniamo, perché non la possiamo controllare, perché in essa si nascondono le nostre insicurezze e la nostra solitudine. Tale senso di “alterità” può essere legato ad una nostra particolare caratteristica come un handicap, un orientamento sessuale o un particolare talento, con i quali occorre identificarsi perché parte importante di noi ma, allo stesso modo, tutti gli esseri umani possiedono la propria alterità, il cui elemento comune è la solitudine esistenziale, che ci unisce in un destino collettivo. Occorre liberarsi dall’idea illusoria che il mondo provvederà a compensare tutto ciò di cui il soggetto è sprovvisto e questo aiuterà a rinunciare al tentativo di aggrapparsi alle persone, alle abitudini mentali, ai sentimenti condivisi, alle ideologie e alle religioni. Il mondo non è più un sostegno quando si decide di essere tutt’uno con esso, senza rinunciare alla propria soggettività ma esaltandola nel rapporto con il mondo stesso.

L’uomo viene precocemente scaraventato nella vita, è solo ed indifeso, sente l’ambiente familiare ed estraneo al tempo stesso, avverte l’altro simile e completamente diverso contemporaneamente. Nel suo percorso di crescita subisce dei traumi che aprono delle ferite e, soprattutto nel caso dei non amati, il primo elemento a risentirne è il rapporto con gli altri, per cui si isola e avverte il mondo esterno come oppressione. È una solitudine sterile perché è difensiva e spinge l’io ad identificarsi con una persona, una religione, una determinata idea di se stesso o dei propri genitori, quindi con elementi esterni che possono venire a mancare o essere facilmente messi in crisi e allora cosa ne sarà della persona? Siamo soggetti a numerose costrizioni materiali nelle quali finiamo per identificarci, doveri con i quali confondiamo la vita stessa, ma è necessario salvare alcune zone, “regni sacri di vuoto creativo” in cui c’è spontaneità, imprevedibilità, fluidità, non pensiero che paralizza, distanza che separa o autocritica che crea sensi di colpa. Dall’amore per sé stessi scaturisce quello per gli altri, che non è autocompiacimento, poiché l’autoconsiderazione come motivazione non è mai sufficiente per ottenere un miglioramento, ma accettazione della totalità del proprio essere che include l’amore e la distanza dallo stesso, la vicinanza e la solitudine, il calore di un abbraccio e la freddezza del vuoto, soprattutto, l’amore per la propria ferita poiché essa è “il ventre dal quale veniamo generati molte volte”.

Fiorella Ferrari

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Peter Schellenbaum, La ferita dei non amati, Giunti Demetra (prima edizione), 1995, pag. 224, euro 6,00.

2 commenti su “Peter Schellenbaum, La ferita dei non amati

  1. Mury
    14 gennaio 2021

    Complimenti per quanto scritto. Trasuda verità

    Piace a 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 13 febbraio 2017 da in Libri, Psicologia, Recensioni, Saggistica con tag , .
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