Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Piero Balestro, La tristezza inutile

Esistono sofferenze cui nessuno può sottrarsi come quelle che scaturiscono dallo “staccarsi dall’alveo materno, dalla propria infanzia, dalla famiglia” e, soprattutto, dall’accettare che queste tappe, le quali apparentemente sembrano accompagnare verso la costruzione della propria vita, conducano, invece, verso la sua fine. Anche la morte delle persone care rappresenta un evento con cui, prima o poi, tutti devono fare i conti e, pur nel devastante dolore che essa comporta, esiste sempre una sorta di filo a cui aggrapparsi ossia il fatto di conoscere il motivo della propria sofferenza, unito all’ineluttabilità che ogni perdita debba comportarne.

Esiste, tuttavia, un altro tipo di sofferenza, più subdola, più faticosa da individuare e che difficilmente genera nelle persone vicine a chi ne è afflitto la solidarietà suscitata dal primo tipo, poiché non si tratta di un dolore legato ad una causa avente a che fare con la sopravvivenza bensì ad “un modo di vivere, di concepire sé stessi e di atteggiarsi di fronte agli altri” o, più precisamente, al “modo in cui uno si vive o con cui vive”, spesso senza che nemmeno ne abbia coscienza e, anzi, attribuendo la propria situazione  a cause esterne.

Perciò accade che vi siano persone, le quali pur avendo fondati e gravi motivi di sofferenza, appaiono invece positive ed equilibrate, ed altre che, pur avendo una vita apparentemente normale, con problemi non insuperabili, vivono immersi in una tristezza perenne ed in una negatività che si tramuta in un lamento continuo. Perché? Lo spiega con estrema chiarezza ed obiettività il saggio “La tristezza inutile” di Piero Balestro, anzi, Don Piero, poiché l’autore era un presbitero studioso di teologia, che si è laureato in filosofia e psicologia, specializzandosi poi in psicopedagogia ed intraprendendo la carriera di docente di filosofia morale, assieme a quella di psicoterapeuta.

Il saggio, suddiviso in tre parti, ha inizio proprio dalla differenza tra i due generi di tristezza rapportati alle tipologie di individui che ne sono colpiti. La prima è costituita da persone assolutamente normali ma che hanno un io strutturato, un proprio senso del mondo e di sé che è ben radicato al proprio interno e con il quale reagiscono agli eventi, a prescindere dal livello culturale e dalle avversità che si ritrovano ad affrontare, che per loro rimangono episodi singoli e non cataclismi che possano mettere in crisi l’intero loro essere. Sono individui che vivono ogni momento, bello o brutto, esattamente per ciò che è e di ogni decisione accettano le conseguenze, senza rimuginarci più in caso di errore ma ricominciando sempre, accettando la fatica e la sconfitta come possibilità naturali dell’esistenza. Se sono arrabbiati o soffrono c’è sempre un motivo individuabile, non sono persone instabili ma sicure di sé stesse.

La seconda categoria è costituita, invece, da individui non autonomi, che non hanno, cioè, in sé stessi un criterio in base a cui giudicarsi e perciò agiscono sempre spinti da un qualche imperativo esterno, spaventati dall’assumersi la responsabilità di agire e decidere in prima persona. Essi sono convinti che i propri gusti, il proprio parere ed il proprio spirito critico non abbiano valore e se pure hanno conseguito degli obiettivi nella vita è stato solo per un caso fortuito. Spesso si tratta di soggetti che gratificano coloro che amano, li stimolano e li accudiscono ma quando si tratta di motivare o prendersi cura di sé stessi non sono in grado di farlo e, non avendo un io proprio, si impossessano di quello di altri, per i quali provano poi sentimenti contraddittori generati dalla dipendenza e dall’odio per la stessa.

Il primo “Io ingombrante” che occupa l’animo di queste persone è quello dei genitori, dai quali è difficile staccarsi al punto da covare il desiderio di rimanere per sempre nella condizione di figli. Tipici esempi della categoria sono i “mammoni” e le “donne bambine” o, al contrario, le iper-responsabilizzate “bambine grandi”, gli “affettivo dipendenti” e gli iper-protetti “figli di mammà”. Ma le dipendenze si allargano, durante la propria vita, alla società dal cui giudizio e dai cui valori ci si sente condizionati al punto da sostituirli ai propri ed arrivando a valutare sé stessi sulla base di questi ed anche del ruolo sociale ed economico che si arriva a ricoprire. Alcuni individui si aggrappano alla religione intesa come ritualità più che come reale incontro col divino oppure alla morale concepita come obbedienza pedissequa a norme esterne, con l’impossibilità di trasgredire a meno di non pagarla a caro prezzo con infiniti sensi di colpa che riportano su un’ipotetica “retta via”. Ma la spinta vitale di ogni essere umano è difficile da sopprimere e, nel caso in cui fosse possibile, il prezzo da pagare sarebbe molto alto, con costi psicosomatici ed esistenze avviluppate dall’insoddisfazione e dal cosiddetto “pessimismo” che diviene “tonalità di fondo” della propria vita.

Quest’ultima nasce con l’essere umano e, soprattutto, cresce assieme a lui, partendo dallo sguardo positivo oppure condizionato delle figure parentali che, in seguito, diventerà quello della società, al cui plauso mira e in virtù del quale adotta dei comportamenti o compie le sue scelte, reiterando gli schemi del passato, finché gli sarà possibile farlo. Coloro che dipendono dal giudizio esterno hanno paura di crescere, di scegliere la propria strada, di essere sé stessi, e spesso a ciò reagiscono appoggiandosi agli altri, gravati di attese e richieste che non competono loro, diventati oggetto di sentimenti ambivalenti. Questo determina gravi difficoltà di comunicazione, l’instaurazione di rapporti mutili basati sulla scelta di una persona in base ad un suo solo aspetto oppure dal lasciarsi scegliere solo in base ad esso. Spesso anche gli eventi sono caricati di “significanze esistenziali” poiché rimandano a fatti del passato come, ad esempio, un tramonto o il Natale, con conseguenti forti delusioni, giungendo perfino a convincersi che la natura possa perseguitare l’uomo, che esista un destino avverso, che si sia indegni di vivere e inferiori agli altri che, comunque, non possono capire.

È questa la “tristezza inutile” ossia quella che potrebbe essere evitata se solo si fosse centrati in sé stessi, se si avesse una diversa immagine di sé, non più vittime di una condizione di cui comunque non si è colpevoli e che risale all’infanzia, ma accettando il costo e la fatica che comporta la crescita, magari con l’aiuto di un professionista, se l’io risultasse eccessivamente ingombrato, oppure lavorando da soli per questo obiettivo importante che ognuno deve a se stesso.

Nella seconda parte continua il discorso sugli elementi che possono fare da ingombro all’Io. Anche il vivere per uno scopo come la famiglia, il lavoro e la carriera significa affidarsi a qualcosa di esterno che comunque non darà mai piena soddisfazione alla vastità del pensiero umano. Ma allora, quando un uomo potrà essere felice ed è possibile che lo sia se l’epilogo della vita è necessariamente la morte? Si viene al mondo non per scelta ma si può sempre stabilire in che modo vivere, pur condizionati dal codice genetico del quale la natura ci ha dotato e che ci rende noi stessi, per questo si viene meno al proprio scopo nel mondo, ossia vivere con consapevolezza (anche l’animale e la pianta vivono ma senza averne), quando si permette ad un’entità esterna di pensare al proprio posto. Il più grande dono fatto all’uomo è proprio il pensiero che, pure condizionato dalla concretezza delle proprie peculiari caratteristiche, ha la capacità di creare, di inventare.

Anche se si parte da un passato e ci si proietta verso un futuro, è possibile vivere solo nel presente, mentre spesso anche passato e futuro ingombrano la vita umana, il primo perché grava come una sorta di peccato originale a causa di errori commessi o occasioni sfuggite, il secondo perché appare come ideale inseguito e mai realizzato, eppure, anche tutto questo fa parte di noi, nonostante sia continuamente minato dal confronto con gli altri o con un periodo migliore della propria vita o con uno che si desidererebbe vivere. La salvezza risiede nel considerare ciò che si è oggi come un dono ricevuto e non come un merito, valutando il cambiamento non come una perdita ma come una situazione diversa, con ciò che oggi si ha a disposizione. Opporsi a tutto questo significa tristezza inutile.

Quindi, si dovrebbe vivere come se non si avesse un passato e come se non si aspettasse alcun futuro? Certamente no, ma accettando ciò che è stato e guardando al domani come evoluzione realistica del presente, senza rimpianti e senza utopie, si è ciò che si è adesso, sebbene con il diritto di cambiare se appare necessario e di scegliere rischiando di sbagliare. Anche considerando che nessuno è solo e che si vive circondati da affetti ed esistenze che da queste scelte potrebbero essere toccati, è indispensabile accettare anche questo rischio perché evitarlo è come morire prima del tempo.

La terza parte del saggio riguarda la tristezza che non è evitabile ossia quella che deriva dal lutto, dalla malattia. Quando una persona cara muore la realtà inconfutabile è che non esiste più, con il suo bagaglio di vita, caratteriale, emozionale, è un corpo inerte che viene quasi voglia di scuotere perché non sembra vero che non ci sia più e che con lei muoia anche la parte di sé che si era assieme a lei: se è morta una madre è morto con lei anche il proprio essere figlio. La malattia, invece, segna uno spartiacque tra un prima e un dopo che getta nell’impotenza. In entrambi i casi, come si aiuta ad affrontare il dolore? Non certamente con le frasi fatte di chi in quel momento non lo sta vivendo in prima persona ma con una compartecipazione silenziosa basata sulla coscienza che si è tutti accomunati da una medesima condizione esistenziale di precarietà, che solo per un caso in questo momento tocca ad altri, quindi, aiutando senza attendere richieste e prendendosi cura dell’altro anche in piccole cose. Qualunque sia il proprio credo, ossia che la vita sia dominata dal caso oppure da un preciso disegno oppure ancora rappresenti l’attesa di un altro mondo, solo l’amore può lenire il dolore.

Vivere significa pronunciare continui addii: al ventre materno, alla mano del genitore quando si compie il primo passo autonomo, alla famiglia nel primo giorno di scuola o quando ci si reca da soli al primo posto di lavoro, alle persone che incrociano la nostra strada, ai ruoli che non si è ricoperto, preda di una spinta vitale che porta sempre avanti. È un istinto che la società vorrebbe imbrigliare ma che rappresenta ciò che di più autenticamente proprio possediamo, pur non escludendo il legame con la parte razionale e contemplando la possibilità dell’errore ma senza preoccuparsi del giudizio altrui. Essere sé stessi implica mantenere questo istinto ed esprimere le proprie “ragioni del cuore”, mettendo da parte i formalismi e le convenienze, comunicando con le persone in maniera adulta, costruendo i rapporti con gli altri, quei rapporti che in famiglia si danno per scontati ma che con gli estranei diventano una specie di miracolo. L’adulto è colui che agisce, che prende decisioni per sé e spesso per altri, senza attese di ricompense poiché ha solo espletato un suo preciso dovere. La sua è una condizione di solitudine, di paura e indecisione, che genera nostalgia per un passato confortevole, protetto ma limitante all’interno della famiglia, e che è propria dell’essere umano. Quest’ultimo dovrebbe farla diventare parte della propria vita, poiché tale consapevolezza spinge alla solidarietà reciproca, a comprendere l’altro: i timori del bimbo che affidandosi ciecamente impara a camminare, la rabbia dell’adolescente che ribellandosi afferma se stesso, l’egoismo dei neosposi proiettati verso la loro nuova esistenza, il patetismo delle persone di mezz’età che fanno ancora i ragazzini, la protervia del vecchio che non vuole accettare gli acciacchi della sua stagione.

Si nasce per morire, questa è una certezza, ma lo è anche la capacità umana di trasformare l’esperienza in saggezza, di saper apprezzare ciò che si vive, tappa dopo tappa, fino in fondo, di condividere, di rendere la tristezza “utile” per capire e farsi capire dagli altri, per non morire soli e rabbiosi verso il mondo e, infine, perché “la vita sia davvero vita” e la morte ne rappresenti solo l’ultimo “inenarrabile momento”.

Fiorella Ferrari

la-tristezza-inutile

 Piero Balestro, La tristezza inutile, Edizioni Paoline, Milano, 1989, p. 162, euro 7,23.   

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Questa voce è stata pubblicata il 13 dicembre 2016 da in Libri, Psicologia, Recensioni, Saggistica con tag , .
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