Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Horace Walpole, Il castello di Otranto

“Un mattino all’inizio del giugno scorso mi risvegliai da un sogno, del quale riuscii a ricordare soltanto di essermi creduto in un antico castello (sogno assai naturale per una testa come la mia imbottita di storia gotica), e che sulla balaustra più alta di un imponente scalone avevo visto una mano gigantesca in armatura. La sera mi sedetti e iniziai a scrivere senza sapere minimamente che cosa intendevo dire o riferire”. Queste sono le parole che Horace Walpole, erudito e scrittore, figlio del primo ministro Robert e parlamentare a sua volta, dedica all’amico William Cole, in una lettera datata 1765, nella quale racconta la genesi di quello che viene considerato il primo libro “noir” della storia della letteratura, conosciuto come “Il castello di Otranto”.

Nella prefazione alla prima edizione, l’autore, sotto le mentite spoglie di un fantomatico traduttore, racconta che il romanzo, opera di un tale Onuphrio Muralto, sarebbe stato stampato a Napoli in caratteri gotici nel 1529 e ritrovato nella libreria di un’antica famiglia del nord Inghilterra. La sua storia si svolgerebbe presumibilmente tra il 1095 ed il 1243 ossia gli anni di inizio e fine delle crociate, “tempi bui”, in cui “miracoli, apparizioni, necromanzie, sogni e altri fenomeni soprannaturali” erano credenze comuni. Sebbene la sua struttura rispetti nell’evoluzione dell’intreccio e nello sviluppo dei personaggi le regole drammaturgiche classiche, la sua peculiare novità consiste proprio nell’innesto di tali elementi, seppure assimilati nella quotidianità dell’epoca, all’interno di un romanzo. Il rischio che un’operazione del genere comportava è il motivo per cui il suo autore mantenne in un primo momento l’anonimato, assumendo lo pseudonimo di William Marshal.

Tuttavia, il romanzo ebbe immediatamente il successo che lo caratterizza ancora oggi, come precursore di un genere e come coraggioso tentativo di fondere l’antico, ossia il fantastico, ed il moderno, ossia l’imitazione della natura. Il risultato è il “verosimile” che si concretizza nel porre delle persone normali di fronte a dei fenomeni eccezionali ed a farle reagire come farebbe un qualunque essere umano in situazioni simili. Ma la verosimiglianza dei personaggi si manifesta anche a livello della loro caratterizzazione: all’eroe ed ai principi spettano i grandi sentimenti ed ai personaggi minori, come i domestici, i toni meno elevati e le battute grossolane, che fanno da contorno e danno rilievo ai primi, sul modello, ammesso dall’autore, di William Shakespeare.

La vicenda si basa sulla storia di Manfredi, principe d’Otranto, e dei suoi due figli: Matilda, virtuosa ed obbediente, ed il più fragile ma prediletto Corrado. Il primogenito è destinato a sposare Isabella, la figlia del marchese di Vicenza, ma il giorno delle nozze viene letteralmente schiacciato da un elmo gigantesco, che risulta identico a quello della statua di Alfonso, uno dei principi della signoria d’Otranto, morto avvelenato dal diretto ascendente di Manfredi, i cui pezzi di armatura sembrano godere di vita propria. Quest’ultimo, distrutto più dall’impossibilità della prosecuzione della stirpe che dalla perdita del figlio, concepisce il piano ignominioso di ripudiare la devota moglie Ippolita e sposare egli stesso la ex nuora Isabella che, quindi, si dà alla fuga. Manfredi è determinato a riacciuffarla per mettere in atto il suo abominevole piano ma glielo impedisce lo spettro del suo antenato. Da qui iniziano le traversie dell’infelice Isabella, aiutata da padre Girolamo, sgomenta soprattutto per l’inaspettata evoluzione del proprio destino e, in misura minore, dal recente lutto del promesso sposo, le cui vicende s’intrecceranno con quelle del contadino Teodoro dai misteriosi natali, di Matilda che prenderà le parti della ex cognata, del marchese Federico, legittimo erede della signoria e padre di quest’ultima.

Assodata l’importanza letteraria del romanzo, quale valenza potrebbe avere per un lettore contemporaneo un’opera di così antica origine, con personaggi ed eventi plausibili ai loro tempi e che si esprimono nel linguaggio ampolloso ad essi adeguato? In primo luogo, il romanzo può essere considerato alla stregua di un film in costume, nel quale ogni elemento ha una sua precisa motivazione, al punto che non si potrebbe immaginare diversamente, allo scopo di calare lo spettatore in un’epoca come quella medievale, feudale, caratterizzata da particolari suggestioni. In più, esistono elementi, pur nella loro semplicità, che vanno inseriti nel “senza tempo” come profezie (“la stirpe dell’usurpatore continuerà a regnare, finché il legittimo sovrano non sia divenuto troppo grosso per abitare il castello e finché discendenti maschi dell’usurpatore lo occupino”), sotterranei labirintici, presenze oscure, visioni, svelamenti, amori contrastati e intimidazioni a sfondo sessuale sino a sfiorare l’incesto.

E’ certo che sono necessarie alcune accortezze per accostarsi ad una lettura come questa. Il romanzo, formale precursore del gotico, anche se ancora “giustificato” poiché i fenomeni spaventosi che si manifestano nel castello hanno poi una spiegazione sovrannaturale ma tutto sommato razionale, andrebbe letto non come se si trattasse di opere realizzate da autori che dal suo “sentimento gotico” hanno preso avvio come Edgar Allan Poe, Mary Shelley, Anne Radcliff, Bram Stoker, Joyce Carol Oates e molti altri,  quindi, con l’animo di colui che cerca il moderno nell’antico, bensì con quello di colui che, inaspettatamente e piacevolmente, trova nella tradizione la modernità.

Fiorella Ferrari

 il-castello-di-otranto

Horace Walpole, Il castello di Otranto, Feltrinelli, Milano, 2015, p. 158, euro 9,00.

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Questa voce è stata pubblicata il 24 ottobre 2016 da in Gotico, Libri, Narrativa, Noir, Recensioni con tag , , .
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