Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Carla Ferguson Barberini, Il metodo sticazzi al lavoro

“Qual è quella cosa che se non ce l’hai ti disperi, ma se ce l’hai ti disperi uguale?” è il quesito che funge da incipit del nuovo libro di Carla Ferguson Barberini, alias un gruppo di professionisti, di cui si sa solo che appartengono al mondo della comunicazione e che sono meritevoli di aver concepito ed insegnato ad applicare, con una serie di saggi brevi e di velocissima comprensione, l’infallibile metodo “sticazzi”.

Dopo averlo spiegato nei suoi termini generali (“Il metodo sticazzi”) ed aver dimostrato come sia possibile utilizzarlo durante le festività (“Buone feste con il metodo sticazzi”) oppure nel campo dei sentimenti (“Il metodo sticazzi in amore”) e della sessualità (“Cinquanta sfumature di sticazzi”) e persino nei giorni di meritato riposo (“In vacanza con il metodo sticazzi”), si passa oggi ad un terreno assai insidioso ossia quello lavorativo.

Ma com’è la settimana dello “sticazzista” professionista? Posto l’assioma che: “il lunedì non esiste” ma è solo una creazione della mente per mettere il lavoratore in difficoltà, questo essere mitologico è un individuo che si alza alla mattina dopo la giusta quantità di sonno valutabile in “altri cinque minuti”. Dopo una lauta colazione (e sticazzi alla dieta!) che permette l’indispensabile rifornimento energetico per affrontare una dura giornata, trascorre la rimanente permanenza casalinga nel rendersi presentabile, di qualunque natura siano stati i bagordi cui si è dato nel recente fine settimana e con qualunque mezzo, anche ricorrendo al trucco cinematografico ed alla finzione.

Purtroppo, però, al proprio posto di lavoro bisogna prima arrivarci, affrontando problematiche diverse a seconda del mezzo di locomozione prescelto, che possono variare dal vicino predisposto alla conversazione, agli ingorghi ed agli affollamenti, ma, soprattutto, il nemico numero uno è rappresentato dalla voglia di primeggiare su coloro che, man mano che il tempo scorre, hanno ormai assunto i connotati di “odiosi ostacoli” sul proprio cammino: gli altri.

Una volta giunti a destinazione, l’applicazione corretta del metodo si scontra già con un primo livello da superare ossia l’attività para-olimpica del timbro del cartellino, per la quale esistono alcune tecniche che, tuttavia, richiedono un certo esercizio, il quale, nel tempo, consentirà il sorpasso in velocità dei colleghi arrivati, inspiegabilmente, prima.

Ma a richiedere la maggiore concentrazione possibile sarà la successiva prova che inizia sin dal primo contatto con i coinquilini della propria stanza e che è detta “dell’ascolto simulato”, la quale consente di sottrarsi alla noia disturbante delle chiacchiere tra colleghi senza essere tacciati di asocialità. Considerando anche la durata complessiva della giornata lavorativa, è evidente come essa comporterà uno sforzo fisico e mentale che richiederà la previa elaborazione di alcuni espedienti per concedersi almeno una piccola pausa ogni ora­.

E di pausa in pausa si giunge, così, a quella più lunga del pranzo, la cui problematica principale consiste nel timore che diventi “una prosecuzione del lavoro” anche se ad un altro livello, con gli agghiaccianti annessi e connessi: code e resse (sì, anche qui), incontri inopportuni ed il saldo attivo/passivo dei caffè ricevuti e offerti che non è un aspetto affatto da sottovalutare.

Superato anche questo secondo step, rimane il resto della giornata lavorativa ed il confronto quotidiano con i colleghi che si possono suddividere in alcune grandi categorie, tra le quali spiccano: il lamentoso (“non si può lavorare così”), il battutaro (da ripagare con la sua stessa moneta), il paladino dei diritti (suoi), il senso di colpa ambulante (in genere donna), quello che mangia sempre (onomatopeico), quello della pausa caffè/sigaretta (occorre poi valutare il male minore), l’untore (viene al lavoro malato giusto il tempo di infettare gli altri), l’accollo (no comment).

Dopodiché restano tutta una serie d’incomodi non da poco, a seconda che il proprio lavoro si svolga prevalentemente al telefono, a contatto con il pubblico oppure rinchiusi in un ufficio tra riunioni, rapporti delicati con il capo, con i colleghi e con il settore critico dell’amministrazione del personale. Ma esistono anche alcune situazioni che vanno affrontate “in esterna” ossia le occasioni sociali: aperitivi, feste aziendali e ricorrenze varie come quelle più onerose dei compleanni e ancora quelle che spingono a tristi riflessioni come i pensionamenti.

I pericoli che costellano il mondo del lavoro non si trovano solo intorno a noi ma anche “dentro di noi”, poiché è necessario fare i conti con la propria ambizione (sicura autocondanna all’infelicità), il senso del dovere (che va assolutamente riequilibrato), lo spirito di competizione (i colleghi sono alleati e non “competitor”) o di sacrificio (che porta solo a diventare vittime di se stessi), infine, l’aziendalismo (no all’identificazione con l’azienda).

Ma… e chi un lavoro non ce l’ha? Lo “sticazzismo” vale anche per lui: la dignità non si tocca e bando all’autocommiserazione, poiché il termine non racchiude un coacervo di gratuite volgarità ma una filosofia di vita che renderà possibile assumere un atteggiamento positivo e “alleggerirsi dei cattivi pensieri per guardare avanti”.

Fiorella Ferrari

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Carla Ferguson Barberini, Il metodo sticazzi al lavoro, AlibertiFreestyle, Reggio Emilia, 2014, p. 122, euro 10,50.

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Questa voce è stata pubblicata il 17 ottobre 2016 da in Libri, Recensioni, Saggistica con tag , , .
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