Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Alberto Calligaris, Ogni cosa che tocco è un’astronave

Il lettore è avvisato: “Questo libro non è per te”, quindi, chi dovesse prendere la decisione di avventurarsi nella lettura del nuovo romanzo di Alberto Calligaris dal titolo “Ogni cosa che tocco è un’astronave” è già preparato al fatto che andrà incontro ad una lettura sui generis. Su questi presupposti, è bene considerare il rischio che comporta trovarsi di fronte ad un autore e ad un romanzo fuori dagli schemi, dalla trama ai personaggi, alla tipologia di narrazione, a volte fino all’eccesso, in cui niente va come ci si aspetterebbe.

Titolo a parte (che richiama un gioco infantile della protagonista), l’anticonformismo è evidente già nel personaggio principale, Sara, ordinaria solo nel nome che rappresenta l’unica parvenza di dolcezza che le appartenga, una sorta di Lisbeth Salander (di Larssoniana memoria) all’italiana, di Udine, per l’esattezza. La sua principale caratteristica, oltre ad una personalità piuttosto contorta, è quella di plasmarsi sugli altri, sugli uomini in particolare: “E’ strano come sia sempre l’altro a definire me. Come divento forma solo con la forma dell’altro. Da sola il mio corpo non ha senso”. Sara lavora in una libreria molto particolare, il Papercut, specializzata in prime edizioni e in edizioni rare, dal prezzo esorbitante. Ma la sua esistenza, già piuttosto singolare, non era ancora a sufficienza sconvolta da capitarle un’avventura imprevista quanto assolutamente improbabile.

Di buona mattina, infatti, le piomba in negozio nientemeno che Kurt Cobain, non, ovviamente, in persona ma nella figura di un sosia abbastanza rassomigliante che le propone un affare da non perdere: lo strano individuo, per mille euro sull’unghia, le avrebbe venduto un reggiseno appartenuto a Silvia Plath (la poetessa/scrittrice morta suicida) con la caratteristica fantascientifica di regalare a chi lo indossa un po’ del suo talento. In cambio, oltre al denaro pattuito, Kurt le chiede di poter sfuggire dal retro del negozio a dei fantomatici inseguitori. Una proposta talmente folle che solo una pazza scriteriata avrebbe potuto accettare. Infatti, Sara accetta entrando da quel preciso istante nel gorgo di un’avventura che coinvolgerà praticamente tutti i personaggi (maschili) del romanzo, tra i quali due suoi collaboratori occasionali, con l’hobby del fumetto introvabile, e persino il suo misterioso datore di lavoro, soprannominato Negro Wolfe, coerentemente con la sua abitudine di stabilire rassomiglianze con personaggi noti (anche storpiandone il nome).

Della trama non sarebbe il caso di aggiungere altro, poiché rovinerebbe tutta la serie di colpi di scena su cui il romanzo si basa praticamente in via esclusiva. Più utile concentrare l’attenzione sulla figura assai sfaccettata della protagonista, matta come un cavallo, che offre “pezzi” della sua vita in cambio dell’attenzione altrui, soprattutto (edipicamente) maschile, per poter continuare a credere nell’amicizia, nell’amore e nel sesso, come distrazione dal pensiero dalla morte. Sara s’innamora spesso e a caso, nella dolorosa ed umiliante ricerca di qualcosa che renda speciale la sua vita, consapevole che è il dolore a tracciare il solco più profondo nel cuore e nell’animo umano mentre il piacere sfuma in un soffio. La sua avventura, pur nella pericolosità che presto assume, ridà sapore alla sua esistenza, anche se con un sentore che suscita disgusto, tanto Sara non ha problemi ad ammettere una sua precisa convinzione: “quando faccio schifo sono finalmente me stessa. Finalmente combacio”.

La sua filosofia di vita è abbastanza complessa e articolata: la sua speranza, ad esempio, apparentemente comune all’intera umanità, è quella di trovare qualcuno che ti accetti così come sei, quindi, nel caso specifico, uno che “è nella merda come te”; ciò che la consola è immaginare il “bisogno” negli altri; quello che pensa del matrimonio è che l’uomo paga la casa mentre l’anello “serve a ricordare di non fare cazzate”; innamorarsi è come “venire” perché comincia lentamente e poi il cuore batte “diversamente” prima di precipitare nel vuoto. Sara è imprevedibile e gode ad esserlo, quando era piccola lo faceva per depistare i mostri che abitavano attorno a lei; da adulta, invece, preferisce portarseli a letto. Le favole le piacevano solo se ne era la protagonista, poiché con i personaggi secondari si rischia sempre di fare una brutta fine; persino il pensiero della morte riesce ad eccitarla eccetto quella per suicidio perché manca della dignità del “pensiero che lo ha generato”. La felicità in sé è qualcosa che va razionalizzata, poiché la felicità, la bellezza possono svanire, mentre un ragionamento, una formula non provocano dolore. Sara non ha fiducia negli altri, soprattutto delle loro domande e dei complimenti, tanto “vogliono tutti fotterti”; innamorarsi “è rendere instabile il proprio corpo come una fissione nucleare e non avere più bisogno d’altro”, anche se, in genere, chi si ama usa metafore sempre più grandi dei sentimenti che prova, e ci si convince che l’altro ti ami più di te e si prenda cura di te;  “l’amore vero è una tigre meravigliosa che però se ne sta sempre dentro una gabbia”; soprattutto, il cuore è di una tale ingenuità che non può essere lasciato libero, ma va rinchiuso anch’esso in una “gabbia di ossa”; la verità è “un gioco in cui ci si fa sempre del male”, anche perché “A volte ci sono sincerità che sono come pistole puntate contro se stessi”.

Mentre la protagonista è ormai invischiata nelle sua improbabile avventura, si trova di fronte ad un bivio: “A volte la vita accelera come un cavallo che parte al galoppo senza alcuna ragione. O ti fai uccidere oppure lo sfianchi”. Quale direzione prendere? E’ sua persuasione che “ognuno ha qualcosa dentro il proprio intestino, quella cosa per intenderci che dà sapore alla propria saliva, e quello non cambia mai ed è quello che non ti fa sbagliare mai. Trust your guts. Che alla fine ti fa fare la cosa giusta anche se è quella sbagliata”. La sua concezione del mondo è come di una ferita aperta (una “vagina strappata”) da cui fuoriesce continuamente la vita con rabbia mista a dolore, che non si può fermare, perché non si può fermare il tempo, si può solo “abituarsi a nuovi tipi di dolore”, stringerlo nelle mani come “filo spinato” che all’inizio fa male ma poi si adatta alle loro pieghe e non ti tagli più, finché il dolore, ma anche l’amore, la felicità, tutto, perde forza e diventa silenzio. Sara realizza che la cosa migliore è “smettere di cercare un senso” e distrarsi “dal male con altro male”, così come, del resto, aveva sempre fatto e di cui aveva bisogno ossia di godere del piacere come del dolore, anche contemporaneamente, non in senso sado-masochistico ma di inscindibilità dei due elementi nell’esistenza umana. Del resto, siamo in questo universo “solo per imparare il dolore” mentre “Il futuro è il tempo che ci metti ad arrivare alla curvatura dell’orizzonte”, con il timore di sbagliare, ossia di prendere un abbaglio, soprattutto in amore, quando si rischia di confondere il “battito del cuore” con “l’elettrocardiogramma dell’orgasmo”.

L’amore per Sara è una malattia, “Infermità mentale infettiva”, “Mortale nei minorenni” (vedi Shakespeare), negli adulti, invece, protetti da “categorie di pensiero che fungono da anticorpi” il virus deve adattarsi e cambiare strategia. Ci si forgia di fronte alle delusioni ed al dolore dell’amore, al punto da diventare noi stessi “taglienti” e a non provare quasi più niente perché “i cuori si spezzano in anestesia locale”. “Il perdono”, poi, “non cancella le cicatrici. La gente continua ad amare nonostante quello che subisce, non continua ad amare perché perdona”. In tutti i modi, “l’amore non è mai un errore” perché dagli errori impariamo e dall’amore no, ed ogni dolore sembra diverso ma è sempre lo stesso, il primo, che si ripete.

Il finale, inutile dirlo, è da romanzo: un guazzabuglio tratto un po’ da tutti quelli esposti in negozio, cui si giunge procedendo attraverso frasi secche ed un linguaggio scarno, a volte crudo a volte persino poetico, rimpiangendo un po’ di quell’irresistibile senso dell’umorismo che aveva caratterizzato l’opera precedente di Calligaris in favore di un ritmo più incalzante. Forse, l’unica, vera, conclusione riguarda proprio i libri, nelle parole di Negro Wolfe nel momento in cui Sara gli chiede: “Raccontami dei libri quando fanno male. Quando cambiano la vita. Raccontami dei libri quando fanno talmente male che bruciano” e lui le parla del concetto di “libricidio” o, più dignitosamente, “biblioclasm”, dei libri bruciati perché contengono troppe bugie o verità oppure per scaldarsi in mancanza d’altro, come fu per lo scrittore russo Ilya Ehremburg, i cui genitori, durante un inverno molto freddo, decisero di ardere i libri della biblioteca del villaggio ma concessero al piccolo di leggerne il più possibile, come un affamato compulsivo, prima che il fuoco li consumasse, spingendolo a decidere nell’istante prima di gettare l’ultimo, di diventare uno scrittore, come germoglio dalle ceneri. Perché il mestiere dello scrittore è solo per colui che ha fame e quello di lettore per chi possiede la medesima fame. E Calligaris, che genere di autore è? E’ certo che non ami troppo parlare di sé e seppure non sia nemmeno tanto semplice scovarlo tra le righe dei suoi scritti, si può affermare che qualcosina, per distrazione, sbuca fuori comunque.

Un ultimo avvertimento per il lettore: se sei affamato, dunque, non è esattamente vero che questo libro non faccia per te.

Fiorella Ferrari

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Alberto Calligaris, Ogni cosa che tocco è un’astronave, ‘round midnight, Campobasso, 2013, p. 331, euro 10,00.

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Questa voce è stata pubblicata il 22 agosto 2016 da in Libri, Narrativa, Recensioni, Surrealismo con tag , .
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