Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Irvin D. Yalom, Il dono della terapia

“Il dono della terapia” è il risultato delle osservazioni raccolte in modo più “passionale” che sistematico dallo psichiatra americano Irvin D. Yalom, durante l’intera carriera. Con uno stile che, a tratti, sconfina nel “comico” e nell’umoristico, l’autore affronta ottantacinque tematiche relative non solo alla teoria (meglio sviluppata in altri suoi lavori) ma, soprattutto, alla pratica psicanalitica e, più in particolare, al rapporto terapeuta-paziente e al modo in cui il primo affronta le tematiche esistenziali e relazionali dei suoi “pazienti” o “clienti” (secondo la denominazione generalmente preferita nel counseling).

La malattia mentale si sviluppa per una concomitanza di due fattori: i geni e le esperienze di tutta una vita, quindi, per la sua cura occorre fare riferimento sia alle neuroscienze, sia alla terapia, il nucleo della quale è, appunto, il rapporto terapeuta-paziente. La prima sezione del saggio (1-40) affronta subito la natura di tale relazione che, diversamente dal passato, si pone oggi su un piano egualitario in cui entrambe le parti condividono qualche aspetto di sé, imparano l’uno dall’altro e s’influenzano (e a volte aiutano) reciprocamente. E’ importante che il terapeuta adotti non una terapia standard ma mirata sul paziente, per trasmettere il proprio “sostegno positivo” e la propria accettazione con un atteggiamento empatico. Egli deve ammettere i propri errori, sottoporre se stesso a terapia, individuale e di gruppo, in diverse fasi della vita e preferire l’esperienza e un’osservazione continua sul paziente alla “diagnosi preconfezionata”. Un altro argomento su cui si focalizza a lungo il saggio è il “qui e ora” ossia tutto ciò che accade durante la seduta, i “sentimenti immediati” del paziente come del terapeuta, che deve essere utilizzato come feed back, pur tenendo conto dell’intero percorso della terapia e verificato ad ogni seduta (nella terapia di gruppo è particolarmente efficace).

La sezione successiva (41-51) affronta alcune questioni centrali nella vita di un individuo: la morte, la solitudine, la mancanza di significato e la libertà. La morte è necessariamente presente in ogni percorso terapeutico come idea che può distruggere (per l’angoscia) o salvare (intervenendo sulla qualità della propria vita) e che ha come antitesi il sesso. Alla mancanza di un significato intrinseco del mondo, l’uomo reagisce ricercandolo strenuamente, per poi scoprire che esso consiste, in realtà, nell’immergersi nel fiume della vita, lasciando che le domande “scorrano via” con le sue acque. La libertà, concetto all’apparenza ricco di connotazioni solo positive, si trasforma in ansia quando i pazienti prendono coscienza di essere responsabili di se stessi e che i propri problemi non dipendono da qualcosa che è “al di fuori del loro controllo” ma che essi stessi contribuiscono in prima persona alla propria sofferenza eppure, alla medesima maniera, al cambiamento.

La terza sezione (52-76) affronta varie questioni che si presentano durante la terapia come, ad esempio, la reazione corretta di fronte al pianto di un paziente, l’utilità delle visite in casa, della conoscenza delle persone che lo circondano (che all’occasione potranno essere consultate) e dei suoi impegni quotidiani. Un ulteriore punto nevralgico è il contatto fisico tra terapeuta e paziente, che è permesso se si trasforma in qualcosa di “utile a livello interpersonale”, ovviamente sempre nel rispetto del secondo e del suo stato d’animo del momento e senza mai sconfinare nel sesso che ha delle conseguenze distruttive su entrambi. Particolarmente efficaci sono i capitoli 66 e 67 sull’“ansia da terapia”, il capitolo 68 sugli inganni e le sofferenze dell’amore romantico e il capitolo 74 sulla necessità di “normalizzare il lato oscuro” del paziente.

La penultima parte (77-83) tratta dell’importanza del sogno nella terapia, il quale, definito da Freud “La via regia per l’inconscio”, è per l’autore “un’incisiva riformulazione dei problemi più profondi del paziente, ma in un linguaggio diverso, un linguaggio fatto di immagini visive”. Il sogno non deve essere interpretato completamente ma “saccheggiato” di tutto ciò che sembra importante, tenendo conto che esso incorpora sia il vissuto del giorno precedente, sia i ricordi del passato. Particolare attenzione andrebbe posta al primo sogno all’inizio della terapia e, soprattutto, a quelli che coinvolgono il terapeuta.

La sezione finale (84-85), infine, esamina i rischi (la solitudine, gli sbalzi di fiducia in se stessi, le esperienze forti della vita, il suicidio di un paziente e una causa giudiziaria per negligenza personale) e i privilegi (gli effetti di una terapia riuscita per il paziente e per chi gli è vicino, una visione più reale della vita che determina non più giudizi ma compassione, l’essere testimoni di una rinascita) del mestiere di terapeuta. La terapia, ponendo come base il fatto che il passato non si può cambiare, deve insegnare al paziente a vivere senza rimpianti per darsi, almeno, la possibilità di modellare il proprio futuro.

Fiorella Ferrari

il_dono_della_terapia_01

 Yrvin D.Yalom, Il dono della terapia, Neri Pozza, Vicenza, 2014, p. 302, euro 17,00.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 2 Maggio 2016 da in Libri, Psicologia, Recensioni, Saggistica con tag , .
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