Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Magda Szabò, La porta

Magda Szabò (1917-2007) è ritenuta la più talentuosa scrittrice ungherese contemporanea, autrice di raccolte di poemi e di libri vincitori di vari premi letterari. Vissuta in una famiglia di ferventi calvinisti, amanti della cultura: della letteratura come della poesia e del teatro, si laurea presso l’università di Debrecen, sua città natale, lavorando dapprima come insegnante e poi come impiegata presso il Ministero della Religione e dell’Educazione, dal quale viene licenziata nel 1949 a causa dell’insediamento del regime comunista e del coevo avvento dello stato socialista. La scrittrice ama la sua terra e la cultura ungherese, anche se avrà sempre un difficile rapporto con le sue vicende politiche e con i diversi governi dittatoriali che vi si sono succeduti: fascismo, nazismo e, infine, stalinismo, dai quali si sente lontana in virtù di una generale avversione per i regimi totalitari e per una personale propensione alla spiritualità e all’interiorità.

Le sue prime opere furono pubblicate dopo la seconda guerra mondiale e nel 1959, seguito ad un lungo silenzio dovuto a ragioni politiche, fu edito in Germania “Affresco”, grazie all’intervento di Hermann Hesse, cui si deve, quindi, il doppio merito di aver introdotto in occidente l’autrice e stimolato alla lettura delle sue opere: “leggete tutti i libri di Magda Szabò, quelli scritti e quelli che dovrà ancora scrivere”. Nel 1993 vinse il Premio americano Betz Corporation con il romanzo dal titolo “La Porta” (1987) che racconta dello strano rapporto instauratosi tra una scrittrice che è poi la narratrice del romanzo e la sua domestica, Emerenc Szeredàs, personaggio indecifrabile e insolito, che vive in un’abitazione misteriosa della quale nessuno può varcare la soglia. Nonostante le asperità caratteriali, le stranezze e le vere e proprie ossessioni della donna, la sua datrice di lavoro non riesce ad interrompere un rapporto che, naturalmente, risulta conflittuale ma che, incomprensibilmente, si protrae per circa un ventennio.

La situazione è definita sin dal preambolo del romanzo, nel quale la scrittrice confessa: “Emerenc l’ho uccisa io. Volevo salvarla, non distruggerla, ma non posso tornare indietro e cambiare le cose”. Nei capitoli seguenti, invece, descrive il primo incontro con la sua futura domestica, nel giorno in cui, assieme al marito, decide di prenderla al suo servizio, in un’epoca in cui la sua carriera letteraria non è ancora decollata. Dopo aver raccolto in giro tra i vicini delle referenze colme di stima e di rispetto nei confronti della strana donna, le offre il lavoro, anche se ai coniugi appare ben presto evidente come l’anziana signora sia invece “tutt’altro che affabile” ed anzi, si dimostri refrattaria a lodi e complimenti, pur risultando praticamente perfetta nello svolgimento di tutte le sue mansioni. Naturalmente anche Emerenc, prima di accettare il posto, prende le sue sacrosante informazioni (“Io non lavo i panni sporchi al primo che capita”).

Inevitabile, dunque, la deflagrazione di un conflitto quasi immediato fra le due donne: la domestica non tollera ordini né imposizioni, pretende di stabilire orari di lavoro e modalità di svolgimento delle proprie incombenze quotidiane, eppure la sua “padrona” non riesce ad allontanarla, per motivi non chiari neanche a lei. Quando entrerà a far parte della vicenda Viola, un cagnolino adottato dalla coppia, dopo essere stato trovato tremante e malato in mezzo alla neve, in una notte di Natale, sarà Emerenc ad occuparsene, con tutte le premure possibili, fino alla guarigione della bestiola. Da quel momento la vera proprietaria di Viola diventerà Emerenc e questo rappresenterà un ulteriore motivo di scontro fra le due donne, non concordi nemmeno sul modo di alimentare il cagnolino, al punto che nella domestica si verrà a generare una forte reazione di rifiuto verso lo stesso, per vendetta contro la sua signora che, riappropriatasi finalmente della sua gestione, comprenderà ben presto di essere incapace di accudirlo, “restituendolo” ad Emerenc (“aveva di nuovo vinto lei, lo sapevamo tutti e tre”).

Emerenc, come si è già accennato, proibisce a chiunque l’accesso alla propria casa che per questo motivo riceve dalla scrittrice l’appellativo di “Città Proibita”, mentre l’unico spazio consentito ai visitatori è l’atrio. Ovviamente, la cosa suscita non poca curiosità nella donna che, appena le si presenta l’opportunità, cerca di carpire qualche notizia sul passato della domestica. Finché, un giorno Emerenc che avrebbe dovuto prendere il cane per la consueta passeggiata, non si presenta all’appuntamento, ricomparendo a tarda sera con una richiesta insolita: poter ricevere un ospite di lì a breve in casa dei signori e non nella sua, affinché il visitatore non pensasse che lei vivesse da sola, assicurando, in cambio del favore, la sua eterna gratitudine. Ma le cose non andranno come previsto: l’ospite misterioso non arriverà mai ed Emerenc, inaspettatamente, scoppierà in un pianto disperato, scagliandosi poi contro il cane per sfogare la sua crisi di nervi e di disperazione, come se il mancato arrivo del tanto atteso personaggio in questione avesse avuto per lei un significato devastante (“avevo scorto l’orrore negli occhi di Emerenc”).

Tuttavia, questa circostanza determina almeno la nascita di un nuovo tipo di rapporto fra le protagoniste (“Emerenc non mi amava in un modo qualunque, mi amava come è scritto nella Bibbia…”) e perciò, da quel momento, la domestica farà di tutto per accontentare la sua signora, portandole in dono gli oggetti più disparati che va raccattando a proprio gusto un po’ dappertutto, suscitando, stavolta, le ire del marito. Ma Emerenc è fatta così: è la donna degli eccessi ed esprime l’amore che prova per persone o animali (e guai a mostrarsene ingrati!) allo stesso modo in cui manifesta l’ira. Ancora una volta è inevitabile lo scoppio dell’ennesima deflagrazione da parte della donna di servizio che, inferocita dal non vedere apprezzati i propri sforzi, fa sapere attraverso un nipote di volersi licenziare nell’arco di dieci giorni. La minaccia, incredibilmente, determina lo scompiglio nella vita della scrittrice e, soprattutto, nelle abitudini di Viola, al punto che la donna decide di presentarle le sue scuse pur di riaverla con sé.

Il romanzo, una lettura gradevole e raffinata, caratterizzata da una narrazione scorrevole e “libera” pur nella sua complessità, prosegue con il racconto delle successive vicende della famiglia, soffermandosi su alcuni momenti di analisi psicologica molto approfondita riguardanti il carattere dei personaggi, soprattutto della protagonista con i suoi misteri, attraverso la descrizione dei loro comportamenti e delle loro reazioni. Per molti anni l’anziana domestica farà parte integrante della nucleo famigliare: condividerà ogni cosa con i coniugi ed il cane, salvo la propensione della padrona di casa per la religione, poiché l’animo caritatevole della donna scaturisce da un un’indole innata e non da un precetto divino, e per la letteratura: “agli occhi di Emerenc erano sospetti tutti i fogli di carta, tutte le scrivanie, tutte le brochure, tutti i libri…”; chi non svolgeva un lavoro manuale e di fatica era da lei considerato un “pelandrone”.

Dopo varie vicissitudini, il rapporto tra le due donne diviene progressivamente più confidenziale, più intimo, al punto da indurre Emerenc a raccontare finalmente di sé e del proprio passato, dall’infanzia alla maturità, svelando alla scrittrice il più importante segreto della sua vita, collegato alla mancata visita di tanto tempo prima. Ora la scrittrice comincia ad avere il timore di perdere la domestica ormai divenuta “essenziale” nella sua quotidianità, pur restando quest’ultima una persona fondamentalmente “sgradevole e rude”. La scena del “licenziamento” con successive scuse e ritorni, si ripeterà ancora altre volte fino al momento, intenso e solenne, in cui Emerenc deciderà di permettere alla sua signora di varcare la sacra soglia ossia la famigerata “porta” della propria abitazione, la quale rappresenta, allo stesso tempo, un diaframma posto a tutela della propria interiorità.

Ma la situazione precipita nuovamente: Emerenc si ammala e torna a rinchiudersi nella propria dimora ed in se stessa, inducendo la scrittrice a chiamare un medico allo scopo di soccorrerla entrando in casa con la forza. La donna, invece, non avrà il coraggio di assistere ad una scena foriera di conseguenze irrimediabili e sconvolgenti per entrambe le protagoniste, che segneranno l’inizio della fine in un’atmosfera di tristezza cupa, sensi di colpa e angoscia.

Emergerà, quindi, l’interiorità a tutto tondo di questa strana donna, emblematica delle “donne della Szabò” ossia forte e volitiva, indipendente e realizzata, fin troppo dura e sola, con difficoltà comunicative e sentimentali, simbolo anche di come la scrittrice vedesse criticamente la donna all’interno dell’utopico regime socialista. Il suo difficile vissuto che pure l’aveva profondamente segnata, le aveva allo stesso tempo conferito qualcosa di speciale e unico, tipico di quegli esseri umani che, quando si ha la fortuna di incontrare, sanno dare ai propri simili, seppure senza troppe smancerie, più che a se stessi. Così, la porta di Emerenc si richiuderà per sempre, permanendo nella memoria della scrittrice nelle impalpabili forme di un sogno in cui, una volta inserita nella serratura, nonostante i ripetuti tentativi “la chiave gira. Ma i miei sforzi sono vani”.

Antonella Ferrari

La porta

 Magda Szabò, La porta, Einaudi, Torino, 2005, pp. 248, euro 17,00.

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Questa voce è stata pubblicata il 29 febbraio 2016 da in Classici, Libri, Narrativa, Recensioni con tag , .
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