Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Jerzy Kosinski, Oltre il giardino

Come può il Signor Nessuno arrivare a diventare uno degli uomini più potenti d’America e, per giunta, nel giro di soli quattro giorni? Non può, ovviamente, se non in un romanzo e attraverso una serie di equivoci talmente surreali quanto ben congegnati tra loro, conditi con una narrazione godibilissima, scorrevole, elegante e finemente umoristica.

Lo scritto in questione ha per titolo “Oltre il giardino”, pubblicato per la prima volta nel 1971, diventato un film con Peter Sellers (regia di Hal Ashby) nel ’79 e riproposto da Minimum Fax nel 2014. Il suo autore è Jerzy Kosinski, figlio unico di una coppia di ebrei colti e benestanti, la cui biografia cambia di segno dal periodo oscuro e travagliato della sua infanzia (narrata, in una mescolanza di realtà e finzione, nel suo primo romanzo, “The Painted Bird” del 1965), segnato dalla guerra, alla giovinezza agiata e ricca di stimoli culturali, caratterizzata dai suoi successi (tra i quali prestigiosi premi letterari), alla maturità di uno scrittore insofferente verso ogni forma di autoritarismo e conformismo, eccentrico e con manie di persecuzione, affabulatore sino alla menzogna. Muore nel 1991, a causa di un’aritmia cardiaca, mentre è in uscita la versione corretta del suo ultimo romanzo “The Hermit of 69th Street”, in cui si difende da pesanti accuse tra le quali quella di plagio, che gli erano state rivolte dal “Village Voice”.

Il suo Signor Nessuno si chiama, in realtà, Chance ma, per il resto, la sua biografia si ferma praticamente qui. Chance (che, non a caso, significa: “possibilità di successo”), come lo definisce Giorgio Vasta nella prefazione, è un “personaggio cavo”, ossia “inconsapevole”, “ingenuo”, quasi “autistico”, un Forrest Gump “asessuato”, privo di un passato e senza la minima idea di un futuro, caratterizzato da “anoressia esistenziale” cioè mancanza di richieste o pretese, di connotati particolari nel comportamento “inalterabilmente uniforme” o nell’atteggiamento minimamente espressivo (salvo che nelle occasioni in cui è necessario “indossarne” uno). È un personaggio “in rivolta” non perché tenda ad un “riscatto personale o sociale” ma poiché non ha scelta, non perché sia un rinunciatario o un rassegnato ma poiché la sua passività, intesa come comportamento neutro e sereno, è “talmente intensa da trasformarsi in una vera e propria azione”.

Chance vive da sempre ed esclusivamente in una villa con un grande giardino, proprietà di un “Vecchio” non meglio identificato, amministrata da una cameriera che, come il proprietario, si occupa di lui il minimo indispensabile. Nessuno si preoccupa, ad esempio, d’insegnargli a scrivere o a leggere. Eppure, con la stessa spontaneità delle piante del giardino di cui è incaricato di occuparsi, egli cresce sviluppando la sua singolare e asettica personalità, con l’unico ausilio della televisione, il “vetro” attraverso il quale osserva il mondo “di fuori”, lo assimila in un rapporto “imitativo”, privo di partecipazione, dall’isolamento del suo giardino simile al colle di leopardiana memoria ma per nulla sofferto.

Poi, succede l’irreparabile: il Vecchio viene a mancare, il mondo esterno irrompe nel suo giardino nella persona di Thomas Franklin, il suo legale, di fronte al quale Chance non è in grado di giustificare né le proprie origini, né la propria presenza in quel luogo, così, prende le sue poche cose, anche se di una certa classe, e si catapulta, malvolentieri e privo di qualunque curiosità, oltre il cancello. Dopo pochi passi, però, la svolta che gli cambierà per sempre la vita: un’auto di lusso gli arriva su una gamba e l’avvenente proprietaria decide di soccorrerlo e di portarlo nella sua grande casa, dove il marito giace moribondo. Da quel momento, quest’uomo singolare entrerà nella vita dei coniugi Rand, con discrezione ma da protagonista e, attraverso di loro, giungerà ad esercitare il medesimo ruolo anche nell’ambito della politica internazionale.

In che modo? Il diletto principale del romanzo è proprio scoprire come. Di certo non guasta rivelare che il “personaggio cavo”, con l’aspetto di un Magritte, incontrerà una serie di altri personaggi che tenteranno di “colmarlo”, credendo di intuire o dedurre una qualche sua caratteristica, quando non attribuendogliela di modo e di fatto (come il nome, poiché Chance “il giardiniere” verrà recepito come Chance Gardiner). Quando Chance parla, il significato di ciò che dice è assolutamente letterale ma, perché risulti comprensibile agli altri, deve essere analizzato sul piano del metaforico (ad esempio, il giardino in cui vive e che è, praticamente, il suo unico argomento di scarna conversazione, viene interpretato come il simbolo di una strategia politico-economica) e questo genera una serie di malintesi da cui scaturisce il comico.

Per quanto riguarda il finale …

 Fiorella Ferrari

 Jerzy Kosinski, Oltre il giardino, minimum fax, Roma, 2014, pp. 139, euro 11.

©Pubblicato su “Conquiste del Lavoro – Via Po” N°852 del 17/05/2014.

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Questa voce è stata pubblicata il 21 dicembre 2015 da in Libri, Narrativa, Recensioni, Surrealismo con tag , , , .
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