Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Lobsang Rampa, Il terzo occhio

Tuesday Lobsang Rampa (1910-1981), monaco tibetano e autore del best-seller “Il Terzo Occhio” (1955) e di altre opere che tramandano la Sapienza esoterica degli antichi Lama, ha voluto con quest’ultimo comunicare la sua esperienza di vita e di spiritualità ai lettori, anche se premette: “alcune delle mie affermazioni, così mi si dice, potranno non essere credute”. Nel primo capitolo narra della sua infanzia dorata vissuta in una famiglia di ceto “superiore” (il padre era un esponente di una certa rilevanza del Governo tibetano, che aveva una notevole influenza nell’ambito della pubblica amministrazione) che gli aveva permesso di possedere ciò che gli altri bambini potevano solo sognare, persino un pony, Nakkim, e degli aquiloni con i quali si dilettava in giochi pericolosi che gli procuravano delle solenni punizioni. D’altra parte, per le dure leggi non scritte del Tibet, i bambini, ricchi o poveri che fossero, dovevano essere temprati a tutto (“nel Tibet non c’era posto per i bambini gracili e deboli”). Dopo la morte di un suo fratellino, T. Lobsang viene educato ancora più severamente ma la sua “carriera doveva essere proposta dagli astrologi. Nel Tibet tutto doveva essere deciso dall’astrologia…” e, così, la madre organizza un grande ricevimento per invitare i vari professionisti del settore insieme alle persone che dovevano ascoltare il loro responso. La cerimonia è complicata e assai articolata e prevede varie fasi fra cui una visita alla cattedrale di Lhasa, dove sarebbero state recitate alcune preghiere, poi il rientro nella dimora di famiglia, nei cui giardini si sarebbero esibiti acrobati, attori e musicisti, oltre ad essere offerte abbondanti libagioni a disposizione degli invitati. Ma il destino di T. Lobsang sarà in quell’occasione deciso, appunto, dai veggenti: diventerà monaco e dunque dovrà essere rifornito di tutto il necessario per esserlo come “una scodella di legno per la tsampa, una tazza ed un rosario”, inoltre, gli occorrerà una veste ampia, marrone/rossastra, fatta apposta per contenere i vari oggetti che i tibetani usavano portare con sé e, così, arriva il momento in cui il bambino “solo, spaventato e triste” deve lasciare la sua casa. Giunto nei pressi del monastero, incontra altri due ragazzi che, come lui, bussano timidamente al portone per essere ammessi al cospetto dei monaci ma tutti vengono lasciati fuori, in malo modo, ad aspettare. Il primo incontro con un monaco che li fa finalmente entrare è piuttosto sconcertante: egli, infatti, si mostra tutt’altro che benevolo nei loro confronti e costringe il povero piccolo a rimanere seduto tutto il giorno per terra a gambe incrociate “nell’atteggiamento della contemplazione”. Anche nei giorni successivi la resistenza di Lobsang viene messa a dura prova, costretto a difendersi anche fisicamente per dimostrare di essere in grado di affrontare la vita monastica in tutti i suoi aspetti più rudi. In tal senso gli tornano utili gli insegnamenti di Tzu, un vecchio monaco che, in famiglia, si era occupato della sua educazione e che in gioventù era stato un campione di judo. Finalmente, data prova di carattere e abilità, il bambino viene accettato dal maestro degli accoliti ed inizia, così, per lui la nuova vita in qualità di aspirante monaco: l’istruzione, l’educazione, le ore dei pasti, del riposo e della preghiera, le regole da osservare, fino alla conoscenza del Lama Mingyar Dondup, con il quale il novizio doveva iniziare un cammino per “sviluppare certi poteri e certe capacità”, avendo “individuato” con altri monaci la sua “precedente incarnazione” ed avendo constatato che “era buona”. Il Lama sarebbe diventato la sua guida ed il suo maestro e con lui avrebbe affrontato il percorso della propria formazione spirituale. Intanto gli studi religiosi proseguivano e si fondavano sulle sedici “Leggi e i Passi della Via di Mezzo”, così denominati poiché se i novizi le avessero rispettate, “non vi sarebbero state contese né discordie”. Il primo anno presso il monastero è per lui particolarmente duro e difficile; Longsang sta per compiere otto anni ed il suo maestro gli annuncia che è arrivato il momento di “aprire il Terzo Occhio”, cosa che non lo “turbò affatto” giacché sa già di cosa si tratta ossia della capacità di vedere le persone come sono realmente e ciò è possibile in quanto il corpo umano è circondato da “un’aura psichica” che “chiunque può imparare a scorgere”. A questo punto del libro, la lettura diventa più avvincente in quanto si entra nel mondo filosofico-religioso tibetano in cui è fondamentale il concetto di “aura”; quella delle persone viene paragonata alla corona solare, per cui negare la sua esistenza equivarrebbe a negare l’esistenza delle fiamme che nella corona solare, appunto, “si proiettano a milioni di chilometri di distanza dal sole”. Longsang, dunque, sarebbe stato in grado di “vedere proprio quest’aura, una volta aperto il Terzo Occhio”. Nei capitoli successivi il monaco racconta le varie fasi relative alle tecniche di “apertura del Terzo Occhio”, anche se la modalità di realizzazione fisica di questa nuova capacità sensoriale e spirituale lascia perplessi e, in seguito, la presentazione di Longsang al Dalai Lama, “il tredicesimo”, “il Supremo”, presso il Potala, sua residenza, durante la quale si doveva osservare un rituale molto particolare prima, durante e dopo la visita. Segue la descrizione del Sommo ed i discorsi che intercorrono tra i due, durante i quali vengono esaminate argomentazioni filosofiche, religiose e scientifiche. A proposito di quest’ultimo aspetto, egli afferma, parlando del mondo occidentale: “i loro scienziati dicono: Mostrateci l’anima. Dimostrateci che esiste, fate in modo che possiamo toccarla, pesarla, analizzarla con acidi. Diteci qual è la sua struttura molecolare, quali sono le sue reazioni chimiche”. Successivamente, si parla ancora del Lama Mingyar, con il quale il ragazzo, una volta usciti dal Potala, vive delle nuove straordinarie esperienze. Nel decimo capitolo Longsang espone alcune credenze tibetane fondate su “i veri insegnamenti del Budda” e sul concetto di morte che, in realtà “non esiste”, poiché essa è “nascere su un altro piano dell’esistenza”, per questo i tibetani non la temono ed, anzi, cercano nei loro rituali religiosi il contatto con le anime dei trapassati che essi considerano “vivi” a tutti gli effetti ma che, a volte, occorre “liberare dai legami del mondo” terreno, illusorio e poco significativo. Per loro, l’unico momento durante la vita in cui l’anima può “allontanarsi dal corpo” è quello del sonno, durante il quale essa “di solito si reca nel regno degli spiriti…”. L’autore descrive anche alcune ricorrenze celebrate dai monaci, come l’“Anniversario della Nascita di Budda e la Prima Predicazione della Legge”, la “Festività delle Messi” e la “Festività dell’Acqua”; di seguito parla del Calendario Annuo Tibetano. All’età di dodici anni Longsang deve superare un’altra prova di carattere fisico-psicologico e tra le tante attività il ragazzo è completamente preso dalle nuove conoscenze che va acquisendo; allo scopo gli saranno fatte conoscere tutte le tipologie di erbe e, successivamente, si cimenterà in un “lancio di aquiloni” molto particolare. Infine, Longsang potrà rivedere la sua casa, dopo tutte le esperienze vissute, ed imparerà realmente ad usare il suo “Terzo Occhio”, vivendo altre situazioni eccezionali (“Il nord segreto e gli yeti”; il “Lama”; l’“Iniziazione Finale”) fino al momento in cui dovrà lasciare il Tibet e recarsi in Cina per altre missioni. E’ un libro affascinante, ben scritto, ricco di spunti per delle riflessioni di tipo spirituale e religioso-filosofiche oltre che scientifiche, che offre varie occasioni per confrontare gli ideali occidentali contrapposti a quelli orientali, concezioni di vita diametralmente opposte, che si differenziano soprattutto in un aspetto ossia il fatto che le seconde si propongono di dare un significato all’esistenza terrena e ultraterrena. Nonostante le forti opposizioni da parte di scienziati e pensatori di tutte le correnti filosofiche, i misteri della vita affascinano e inducono l’uomo a porsi delle domande sul senso dell’esistenza umana, per meglio comprendere se stessi e l’altro, soprattutto in un’epoca come quella moderna in cui diventa sempre più difficile individuare il vero significato di questo “passaggio” sulla terra che noi definiamo, appunto, “vita”.

                                                                                                    Antonella Ferrari

Il terzo occhio

Lobsang Rampa, Il Terzo Occhio, Edizioni Mondadori, Milano, 2013, pp. 249, euro 9,50.

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Questa voce è stata pubblicata il 8 dicembre 2015 da in Libri, Recensioni, Spiritualità con tag .
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