Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Giancarlo Buzzi, L’amore mio italiano

“L’amore mio italiano”, edito per la prima volta nel 1963 da Mondadori, è il secondo romanzo di Giancarlo Buzzi che aveva esordito nel 1958 con “Il senatore” per Feltrinelli. E’ un libro in cui le vicende relative alle relazioni intessute dal protagonista, Paolo, con la moglie e, consenziente lei, con l’amante, costituiscono, più che altro, il pretesto per parlare di un contesto molto più ampio e specifico, relativo all’Ivrea (che però non viene mai nominata) degli anni Cinquanta, una piccola città industriale in cui ogni cosa, dal lavoro al tempo libero, viene regolata da quella che, nella ricca introduzione di Silvia Cavalli, viene definita la “grande fabbrica”. Siamo nell’epoca in cui Adriano Olivetti si pose l’ambizioso, quanto utopistico, progetto di mitigare l’impatto tra il mondo dell’industria e quello agricolo, tra la ricchezza del primo e la semplicità del secondo, organizzando dei centri comunitari, che erano organismi facenti capo al Movimento Comunità del quale Buzzi era il responsabile culturale. La fabbrica è, quindi, la protagonista della nuova realtà industriale che si sviluppa tra gli anni Cinquanta e i Sessanta e che si configura come un preciso ambiente socio-culturale, in cui l’intellettuale ricopre il ruolo di impiegato o dirigente, di alleato del potere di cui, tuttavia, non condivide sino in fondo i principi, tra i quali, soprattutto, il prevalere del materiale sulla giustizia e il valore individuale. Come può l’intellettuale opporsi al consumismo e, al tempo stesso, assumere uno stile di vita che non può farne a meno? A questo Buzzi risponde, da letterato, che la soluzione consiste nell’accettare l’ambiente di cui egli fa parte ma allo scopo di migliorarlo. Ad esempio, come afferma in un suo saggio dal titolo “La tigre domestica”, è impossibile oggi prescindere dalla produzione di beni materiali, dalla loro vendita e, quindi, dal loro possesso ma è essenziale capire, per le élites e poi per le masse, i limiti e la precarietà di quei beni e della visione del mondo che essi rappresentano. La società del benessere nata in quell’epoca non prevedeva dissensi e l’unico modo, seppur blando, per opporvi una qualche resistenza, almeno a livello morale, è il sesso. Ecco il punto di partenza per l’intreccio che vede coinvolto Paolo, sua moglie Dina e l’amante Daniela, attraverso cui l’uomo vorrebbe scardinare le convenzioni socio-culturali del suo ambiente. Ma, appunto, questo triangolo in cui tutti sanno e accettano, è solo un pretesto per parlare d’altro, infatti, il protagonista, fallita la sua rivoluzione sul piano personale, decide di aderire al disegno collettivo Olivettiano di una città fatta di quartieri misti per operai e dirigenti in democratica convivenza. A questo tema si può accostare una sorta di sotto tema riguardante la vita impiegatizia, con la sua desolante monotonia, mitigata dal richiamo sessuale, dall’erotismo e dalla seduzione fatta di rapporti fugaci tra pari grado e trasversali, che possono, tuttavia, arrivare a rappresentare elementi di disturbo per l’azienda. Del resto, il passaggio dalla “civiltà della terra” a quella delle “macchine”, con la conseguente supremazia della dimensione urbana su quella rurale, ha indubbiamente comportato l’emancipazione sessuale, poi esplosa nel Sessantotto. E’ molto ricco il filone di quei romanzi che hanno trattato la cosiddetta “narrativa di fabbrica” ma ciò che distingue quella di Buzzi è il suo essere atipico, cioè privo degli elementi caratterizzanti di quel mondo: la catena di montaggio, la condizione operaia, la vita di periferia, il conflitto di classe e la denuncia sociale. Il mondo qui descritto è perfetto sino ad essere asettico e, seppure la fabbrica è il perno attorno a cui ruotano le vicende dei vari personaggi, essa resta sullo sfondo, priva di concretezza e, più che altro, oggetto di riflessioni intellettualistiche. In breve, come sottolinea Giuseppe Lupo nella postfazione, pur facendo parte di quel filone, il romanzo di Buzzi se ne distanzia per porre l’attenzione sul rapporto tra etica e profitto, tra civiltà del benessere e bene comune, sull’olivettismo e i suoi limiti, sul valore del capitalismo. Per quanto riguarda il piano narrativo, il discorso è ugualmente complesso. E’ intuibile come non si tratti di un romanzo da cui aspettarsi scorrevolezza, leggerezza o coinvolgimento, sia sul piano della scrittura sia su quello dei temi trattati e, in ultimo, su quello dei personaggi. Il linguaggio è piuttosto complesso e ricco, la sintassi arzigogolata e faticosa, i dialoghi improbabili e contraddittori. I temi richiedono un certo tempo di riflessione, sia per il contenuto sia per l’esposizione (certe descrizioni, come quella relativa al progetto di un nuovo centro residenziale, occupano uno spazio infinito). I personaggi, asettici come il contesto, anche nel manifestare le proprie emozioni, non sono certo di quelli a cui ci si affeziona. “L’amore mio italiano” è, quindi, un tipico esempio di quei romanzi in cui narrazione e contesto sono inscindibili.

Fiorella Ferrari

L'amore mio italiano

Giancarlo Buzzi, L’amore mio italiano, Avagliano Editore, Roma, 2014, pag. 230, euro 16,00.   

© Pubblicato su “Conquiste del Lavoro –  Via Po” N°854 del 31/05/2014.

                                                                 

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Questa voce è stata pubblicata il 30 novembre 2015 da in Libri, Narrativa, Recensioni con tag .
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