Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Raymond A. Moody, La vita oltre la vita

“La vita oltre la vita” è uno dei primi saggi di Raymond A. Moody, docente di logica e filosofia del linguaggio e psichiatra noto per i suoi metodi di cura “non convenzionali” nonché per i suoi studi su spiritualità e anima, un intreccio tra scienza, filosofia e religione, spesso criticati e ritenuti inattendibili. Il libro è incentrato su quanto avviene, o avverrebbe, dopo la fine della vita terrena dell’essere umano, l’interrogativo per eccellenza più sentito e angosciante per gli uomini di ogni epoca, per loro natura legati alla materialità ed alla soddisfazione di bisogni prevalentemente fisici. Dopo l’introduzione di Elisabeth Kubler-Ross, un’altra studiosa di queste tematiche e medico specialista in malattie incurabili, che nel corso della propria carriera ha potuto osservare da vicino le reazioni di pazienti molto prossimi alla fine, ricavandone impressioni forti ma anche specifiche convinzioni, l’autore introduce il discorso relativo alle proprie ricerche, precisando che non intende “provare l’esistenza di una vita oltre la morte”, in quanto non sussistono dimostrazioni certe ed inconfutabili in tal senso, ma si augura che il suo libro “incoraggi a parlare con maggior libertà affinché un aspetto misterioso dell’anima umana venga messo maggiormente in luce”. Nei capitoli successivi, Moody affronta subito il tema che più gli sta a cuore, appunto, la morte, rilevando come sia tanto difficile parlarne per ragioni sia psicologiche, sia culturali, come se evitando il discorso si potesse anche, in qualche modo, allontanarla, renderla meno concreta e incombente sulle vite degli esseri umani. Oppure, se proprio non sia possibile eludere l’argomento, essa può essere paragonata a qualcosa di più “vicino alla nostra esperienza” come, ad esempio, il sonno o il “dimenticare”; insomma, morte-sonno e morte-oblìo sono binomi che dovrebbero recare conforto ma, in realtà, non è ciò che avviene. Come fa notare l’autore, l’uomo ha sempre avuto in sé la convinzione che esista una forma di sopravvivenza oltre la morte ed è questa fede che può, invece, portare consolazione all’idea del trapasso: infatti, come afferma, “quali che siano i nomi dati alla componente immortale dell’uomo, la nozione che con la morte fisica l’essere umano entra in un’altra dimensione dell’esistenza è tra le credenze umane più venerabili”. Ovviamente una simile affermazione non è ritenuta universalmente valida: il contrasto tra chi considera la morte come “l’annullamento di ogni consapevolezza” e chi ritiene, come già rilevato, che “sia un passaggio dell’anima o della mente da questa ad un’altra dimensione” è sempre molto acceso. Gli studi effettuati da Moody, come lo stesso assicura, non intendono “respingere né l’una né l’altra risposta” e aggiunge “Mi propongo soltanto di riferire i risultati di un’inchiesta che ho condotto in prima persona”. Il medico fa riferimento a pazienti che hanno avuto un’esperienza di cosiddetta “pre-morte” ossia persone “clinicamente morte” che sono invece riuscite a salvarsi, riferendo successivamente di aver vissuto delle esperienze stupefacenti. Quando Moody ha scritto questo saggio, aveva avuto modo di analizzare i casi di centocinquanta persone che ha suddiviso in tre tipologie: coloro che sono tornate alla vita dopo un’apparente “morte clinica”, coloro che sono stati molto vicini alla morte a causa di incidenti e coloro che hanno assistito alla morte di persone care. Egli ha naturalmente operato una scelta circa le testimonianze da riferire nel libro e ciò che è balzato subito evidente ai suoi occhi sono state le analogie riscontrate tra i vari episodi, anche se, come precisa, “non esistono casi assolutamente identici”. Ma un elemento sul quale tutti i soggetti studiati sono assolutamente concordi è il concetto di “ineffabilità”, intesa come difficoltà a raccontare esattamente quanto sperimentato durante le suddette esperienze (“non esistono parole per descrivere quanto sto cercando di dire”). Ma i punti comuni ai vari pazienti sono tanti: “l’ascolto della notizia” (l’annuncio della propria morte dalla bocca del medico), “il senso di pace e di quiete”, il “suono”, la “galleria buia”, l’“abbandono del corpo”, l’“incontro con altri”, l’“essere di luce”, l’“esame della propria vita” e altre ancora. Nella parte finale Moody parla dei libri di notevole importanza storica e religiosa che hanno trattato il tema della sopravvivenza oltre la morte, a partire dalla Bibbia, ai “Dialoghi” di Platone, al “Libro Tibetano dei morti”, sino alle opere di Emanuel Swedenborg, il quale ha dichiarato di essere stato protagonista di un’esperienza che lo ha portato ad “avere attraversato egli stesso le fasi iniziali della morte e di essere stato fuori dal corpo”, stabilendo con quelli che egli definisce “spiriti” una comunicazione intesa come “un passaggio diretto del pensiero” senza “possibilità di inganno o incomprensione”. Successivamente, l’autore, ponendosi dalla parte del lettore, elenca le domande che più di frequente gli sono state  poste, durante le conferenze, in merito alla propria ricerca, e le risposte che egli ha ritenuto di poter dare, per poi presentare le “possibili spiegazioni alternative” dei fenomeni di pre-morte: quelle “naturali e scientifiche” di carattere farmacologico (“esperienze dovute alle droghe terapeutiche somministrate ai pazienti al momento della crisi”);  oppure fisiologiche e neurologiche (“supposte turbe del sistema nervoso del morente”); o anche psicologiche, nonostante queste ultime “variano da una scuola di pensiero ad un’altra”. Infine, egli parla degli “effetti dell’isolamento” che, secondo i suoi studi, si avvicinano molto alla situazione in cui viene a trovarsi un morente, in relazione a particolari condizioni che accomunano entrambe le esperienze e cioè il senso di abbandono, di solitudine, di distacco dagli altri. Le sue conclusioni, anzi, “impressioni” dopo aver terminato il libro, sono la piena consapevolezza “di non aver fatto opera scientifica” e neanche filosofica, non avendo potuto fornire “prove certe dell’esistenza di una vita oltre la morte”, e tuttavia la convinzione che i risultati delle proprie ricerche possano comunque indurre alla riflessione su alcuni concetti fondamentali nella vita dell’uomo, perché, come afferma “ci è impossibile capire a fondo questa vita fino a quando non possiamo in qualche modo intravedere quello che ci attende nell’altra”, concetto difficile da accettare per scienziati ed pensatori ma che potrebbe contenere una profonda verità. Nella postfazione egli riporta alcune considerazioni riferite ad un tipo di morte “particolare”, il suicidio, tema frequente di grandi intellettuali del passato, terminando con il pensiero di Kant per il quale “il suicida si oppone agli scopi di Dio e giunge nel mondo di là come un ribelle contro il suo Creatore”. L’opera, facilmente comprensibile nel linguaggio, scorrevole e chiara nell’esposizione delle teorie e delle testimonianze, gradevole da leggere, è certamente affascinante per i contenuti e gli argomenti trattati anche per chi non crede all’esistenza di “vite oltre la vita” e, conseguentemente, di un’anima trasmigrante in un’altra dimensione, in quanto può stimolare nel lettore alcune domande cruciali e riflessioni sul senso dell’esistenza, da sempre obiettivo prioritario per l’intera umanità.

                                                                                                                                                                                        Antonella Ferrari

 

La vita oltre la vita

Raymond A. Moody, La vita oltre la vita, Mondadori, Milano, 2004, pp. 160, euro 13,00.

[FF1]

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Questa voce è stata pubblicata il 23 novembre 2015 da in Spiritualità con tag , , .
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