Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Antonio Audino, Gli occhi nelle onde del mare

“Gli occhi nelle onde del mare”, opera prima di Antonino Audino, è un libro di grande attualità, basato sulle esperienze personali dell’autore che affronta temi di notevole impatto sociale come l’immigrazione e l’intercultura, acquisite grazie ai numerosi anni di servizio presso la Guardia di Finanza, durante i quali è entrato in contatto con una varia e disperata umanità. Tali incontri fortemente significativi hanno scavato profondamente nell’animo di Antonino, detto Nino, clandestino a sua volta, dalla Sicilia alla Svizzera, in giovane età, al punto da voler rendere partecipi anche altri attraverso il racconto delle sensazioni ed emozioni provate in circostanze tanto drammatiche. La prefazione è di Ramzi Harrabi, un docente di cultura, lingua e religione islamica, responsabile della formazione per i finanzieri sul tema dell’“interculturalità nel contesto professionale”; tra questi ultimi vi era Audino che Harrabi conobbe in una di quelle occasioni e che definisce “orgoglioso al punto giusto, religioso al punto giusto, siciliano al punto giusto, europeo al punto giusto: è un essere umano giusto”. Nel prologo Audino racconta del suo primo incontro con il mare all’età di tre anni: “un’immagine limpida, pura, delicata”, quando restò affascinato dal “rincorrersi continuo dei flutti”, mentre il capitolo primo prende avvio dal racconto del suo ultimo giorno di servizio presso la Guardia di Finanza: un commiato per lui dall’impatto fortemente emotivo, poiché gli sarebbero mancati i colleghi, la divisa ma, soprattutto, l’ampia distesa del mare sulla quale ogni giorno per tanto tempo i suoi occhi “non si sarebbero più persi e specchiati nelle onde”. Queste riflessioni lo riportano indietro nel tempo, a quando era solo un ragazzo che per la prima volta indossava quella divisa, a rievocare la sensazione di estrema felicità provata in quell’istante; inoltre, gli ritornano in mente il suo rapporto con Ramzi, a partire dal loro primo incontro/scontro, ed i suoi preziosi insegnamenti che, nell’ambito della sua attività come membro del team anti-immigrazione clandestina, risulteranno di estrema importanza ed utilità. Anche dopo il pensionamento di Nino, Ramzi ha continuato ad invitarlo ai suoi convegni perché raccontasse all’uditorio le esperienze appassionanti e significative che hanno costellato la sua carriera, offrendo le più incisive lezioni di vita. Il primo ricordo che Antonino condivide con i presenti fa riferimento al 26 dicembre del 1988, giorno di Santo Stefano, in cui coloro che erano in servizio manifestavano un po’ di malcontento per aver dovuto lasciare le proprie famiglie in periodo di festività natalizie, pur tuttavia erano pronti come sempre a pattugliare quella zona di mare, con la consueta attenzione e scrupolosità. Venne la sera, poi la notte e il gruppo di finanzieri intravide un peschereccio che, raggiunto per un normale controllo, risulterà poi stracolmo di filippini assiepati nella stiva; le giustificazioni del personale di bordo (tre persone incluso il comandante) naturalmente facevano riferimento a somme di denaro date loro da strani individui che al porto, prima della partenza per la consueta battuta di pesca, li avevano avvicinati parlando di “merce” da trasportare. Nino, sconvolto dalle condizioni disumane in cui si trovavano i poveretti (“ammassati in un frigorifero maleodorante di pochi metri quadri”) e commosso dai loro racconti in un italiano stentato, avrebbe voluto poterli aiutare in qualsiasi modo. Successivamente, Nino racconta altre storie di salvataggi, tratteggiando con semplicità e chiarezza le caratteristiche dei personaggi che man mano incontra; rievoca gli episodi legati all’isola di Lampedusa, elogiando l’atteggiamento positivo ed ospitale degli abitanti del posto nei confronti dei nuovi arrivati, nonostante tali arrivi si susseguissero in maniera molto ravvicinata. Così descrive la sensibilità dei lampedusani: “la loro ricchezza d’animo mi incantava e nobilitava tutta la categoria degli esseri umani. Quando i poveri aiutano i poveri!” ed inoltre riferisce dei suoi tentativi di allontanare l’assalto dei giornalisti che arrivavano a frotte sull’isola in quanto non voleva che i clandestini fossero trattati alla stregua di “fenomeni da baraccone”. Anche la famiglia di Nino, moglie e figlie, partecipa emotivamente alle vicende raccontate dal padre e, successivamente, riferirà le stesse storie ai nipotini affascinati dai suoi racconti, anche se esistono dettagli e particolari che egli terrà per sé, nel chiuso del suo cuore, immagini sconvolgenti di corpi senza vita che non era stato possibile salvare. Riferisce anche della quotidianità nei centri di accoglienza approntati per queste persone, delle conversazioni che egli aveva con loro, le quali risultavano poi essere uno scambio reciproco di informazioni, modi di vivere, culture diverse. L’impressione che Antonino ricava da questi dialoghi è che tutti quei poveri disperati, che tra l’altro avevano consumato ogni loro avere per un viaggio che non solo non li aveva trasportati nell’”Eden” immaginato ma, addirittura, li aveva in moltissimi casi condannati ad una vita di vagabondaggio e di elemosine oppure alla morte, quando si trovavano nei loro paesi avevano avuto un’idea della vita in Europa, ed in Italia in particolare, del tutto distorta dalle immagini televisive e pubblicitarie, nelle quali si rispecchiava l’impressione di un benessere persino eccessivo, di una vita tra lussi e spensieratezza, in cui ogni cosa si poteva ottenere con facilità. Per questo si erano imbarcati affrontando le più svariate disavventure, a costo di qualunque sacrificio e motivati dalla più cupa disperazione. Tra Nino e gli immigrati si era creato, man mano, un rapporto di amicizia e comprensione, egli era uno dei pochi a vederli per ciò che realmente erano: esseri umani ridotti alla fame, nati in zone povere tormentate dalle guerre civili e, in quanto tali, bisognosi di aiuto, sostegno e protezione almeno fino a quando non si fosse trovata una soluzione adatta per dar loro le capacità e le possibilità di gestirsi da soli. Verso il finale del libro Audino ricorda un altro episodio avvenuto presso le coste del mare vicino Siracusa durante il quale aveva perso la vita una giovane siriana di ventidue anni, l’ennesimo tragico evento dovuto alla fuga disperata da altri lidi martoriati dalla guerra e dalla fame. Nella conclusione, Nino rievoca l’unica foto che si era lasciato scattare con un bimbo in braccio, uno dei tanti piccoli naufraghi, foto che da allora in poi porterà sempre con sé, poiché, scrive, quegli occhi innocenti “come i miei tanto tempo prima, guardavano le onde del mare e vi si perdevano”. Anche in quest’ultimo commento si sente il suo amore infinito per il mare, scenario a volte tragico, a volte rasserenante, ma sempre profondamente coinvolgente e significativo. Un libro scritto, come già osservato, in modo semplice, chiaro, con “il cuore in mano” e comunque confortante in quanto fa comprendere che, per fortuna, ci sono tanti professionisti nelle forze dell’ordine che svolgono la loro missione con umanità, impegno e amore verso il prossimo. Se ne ha tanto bisogno, oggi più che mai, perché queste tragedie del mare finiscano e perché finalmente riusciamo tutti a capire che siamo uguali, esseri umani in balìa delle onde in senso non solo fisico come nei casi citati dall’autore, ma anche figurato, metaforico, in quanto la vita stessa non è altro che un mare spesso in burrasca, poche volte calmo, nel quale tutti tentiamo disperatamente di mantenerci a galla.

                                                                                                                                                                                                                                Antonella Ferrari

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Antonio Audino, Gli occhi nelle onde del mare, Epsil edizioni, Floridia (Sr), 2014, pp. 211, euro 14,00.

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Questa voce è stata pubblicata il 26 ottobre 2015 da in Attualità con tag , , .
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