Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Maria Calabretta, Sempre connessi

Cos’è una famiglia? Il dizionario della lingua italiana Devoto-Oli specifica che essa è “un nucleo sociale rappresentato da due o più individui, legati tra loro col vincolo del matrimonio o con rapporti di parentela o di affinità”. Naturalmente, il discorso è molto più complesso, poiché “l’entità famiglia” include anche un insieme di norme che sono sociali e simboliche. Tuttavia, andando a rivedere la definizione, viene spontaneo pensare a quanto sia cambiato oggi questo “nucleo sociale”, a quanto fragili siano divenuti il vincolo coniugale e l’intera struttura familiare. Questo è il punto di partenza di “Sempre connessi”, un lavoro di Maria Calabretta, presidente di A.DISA.G (Associazione Disagio Giovanile), una Onlus che si occupa di prevenzione e sostegno psicologico del benessere emotivo dei ragazzi. Nel libro, dopo aver ripercorso le tappe dei vari modelli di famiglia (“patriarcale”, “nucleare”, “negoziale”), viene evidenziato quello attuale, la cosiddetta “famiglia affettiva”, caratterizzata dalla difesa dei figli a tutti i costi, i quali si impongono sui genitori alla ricerca di un’autonomia che è più materiale che emotiva. Ne vengono fuori genitori disorientati e figli problematici, che comunicano più che in passato ma che non hanno precisa consapevolezza dei loro ruoli, poiché i genitori hanno perso il loro potere di fornire modelli normativi e comportamentali. I figli avvertono questa debolezza, accentuata dalla scarsità di tempo e di energie che i primi possono dedicare loro. Ciò li rende critici nei confronti dei genitori che non riconoscono più come modelli e guide e, su di essi, da una parte, impongono la loro personalità per conquistare la propria libertà, dall’altra patiscono la mancanza di tali esempi forti, di regole, di principi e di valori stabili, di modelli comportamentali coerenti. In genere, infatti, i genitori oscillano tra le due modalità della rigidità (intolleranza verso l’aggressività e le emozioni negative dei figli) e il permissivismo (tolleranza estrema e immedesimazione nei figli), trasformando la famiglia nel luogo dell’iperprotezione castrante, traboccante di affetto e preoccupazione, dai “pericoli” del mondo esterno. Di certo educare non è compito né semplice né lieve, non si limita all’impartire ordini e al fornire regole e precetti morali ma significa “essere” un modello, vivendo quei valori in prima persona. Nemmeno dare affetto è sufficiente, soprattutto se si trasforma in un “sostituirsi” ai figli, risolvendo per loro problemi e difficoltà, evitando i conflitti e rendendoli scarsamente resistenti alle sofferenze, alle frustrazioni, alla fatica. Oggi questi giovani emotivamente ed affettivamente immaturi hanno trovato nella “rete”, quindi, in internet, un luogo-rifugio dalla realtà, pieno di possibilità molto allettanti, soprattutto nelle chat, nei newsgroup e nei social network come Facebook. Sono strumenti nati con lo scopo di metterli in contatto e permettere loro di comunicare, anche se è un tipo di comunicazione che, nella maggior parte dei casi, non fa che amplificarne la solitudine, in quanto è spesso falsata dal fatto che ognuno, più che essere se stesso, diventa un “personaggio” che rende pubblica perfino la propria sfera più privata (anche con i blog e i diari personali on-line), come in una sorta di “autopromozione”. E’ noto come i ragazzi nati tra la fine degli anni novanta ed i primi del duemila siano stati definiti “nativi digitali” (Prensky, 2001), ossia “nati immersi nelle nuove tecnologie come cellulare, videogiochi, internet e nuovi media in generale”. Di fronte ad essi, gli adulti, i genitori e gli insegnanti appaiono come “immigrati digitali” alle prese con lo strenuo tentativo di imparare tale nuovo “metodo di relazione” e di linguaggio (qualcuno, invece, rinuncia per inadeguatezza, stanchezza e paura). I nuovi media non sono “il nemico” ma strumenti aggiunti ed efficienti per lo studio e anche per il tempo libero e la socializzazione, quindi, un “supporto per dilatare le potenzialità educative”, con la precisazione che il mondo virtuale non possiederà mai l’intensità emozionale che caratterizza le esperienze di quello reale. In più, il “personaggio”, o meglio, il profilo che viene creato in rete può essere anche completamente falso e aprire le porte a rischi come la pedofilia on-line. Essa, accanto alla pirateria informatica come il phishing, che permette di carpire dati personali (come il numero di carta di credito), al “cyberbullismo” ossia il bullismo virtuale attraverso invio o pubblicazione, per mezzo di internet o di cellulare, di materiale offensivo e al “cyberstalking”, cioè la persecuzione via web (per contrastare tali problematiche il libro fornisce una serie di utili consigli), rappresenta il pericolo maggiore in cui si può incappare, anche perché i giovani non hanno un’esatta percezione di quanto siano “preziose” le informazioni circa la propria vita fornite con leggerezza on-line; dati come foto, video e file audio che, una volta pubblicati, non ci appartengono più, poiché possono essere utilizzati, elaborati e diffusi, replicati all’infinito anche a distanza di anni. Il fatto che esista un “rifugio virtuale” in cui i giovani siano liberi di agire lontano dal controllo di genitori e insegnanti non è un fatto negativo di per sé, ma lo è la fuga da una realtà sempre più deludente, votata all’utilitarismo, al disincanto e alla solitudine, che generano in loro le opposte reazioni di “indifferenza emotiva” o “eccesso emozionale”, alla stregua di genitori che, a loro volta, oscillano tra un’ “assenza colpevole” e un’ “intrusione riparatrice”. Il risultato è una dipendenza, anche se non da droghe o alcool, ma da un “comportamento ossessivo” che non concede spazio ad altro, non mostra “sintomi” che permettano d’individuarla né viene ammessa dai soggetti interessati e, soprattutto, determina una confusione tra reale e virtuale. Invero, vi sono degli indicatori che permettono di capire se il limite è stato valicato: il tempo che si dedica alla rete, la riduzione degli interessi di un ragazzo esclusivamente a questo, il livello di crisi che si genera in lui per una più o meno prolungata sospensione dall’uso, l’accedervi di continuo, l’utilizzo smodato nonostante le conseguenze fisiche, sociali, lavorative o psicologiche che ciò può comportare. Si è stimato che circa il 10% degli iscritti a Facebook (sessanta milioni nel mondo) manifestano dipendenza, tra i quali vi sono soprattutto individui con problematiche a livello emotivo o psichiatrico pregresse ma anche persone che non ne hanno mai avute e, tuttavia, sono allettate a tal punto dalle possibilità offerte dalla rete (annullare spazi e distanze, inventare nuove identità, vivere emozioni “protette”, appartenere ad uno o più gruppi ecc.) da caderci dentro senza limiti anch’essi. In tutti i modi, gli individui maggiormente a rischio sono i più giovani che, in parte, possono essere tutelati dai sistemi detti di “parental control”, programmi che permettono di filtrare la navigazione e renderla sicura (a meno di non avere figli tecnologicamente più evoluti di noi al punto da riuscire ad aggirare l’ostacolo). Il modo migliore per proteggere un figlio, in realtà, è vietare Facebook sotto i tredici anni (sia pure rischiando che sia l’unico della classe) invece, al di sopra, occorre elaborare strategie di controllo “manuale”, come l’iscrizione al social network anche da parte dei genitori e tecnologico, con programmi come “Piggy Back” (a pag. 117 vi è una serie di indicazioni preziose allo scopo). Un modo ancora migliore, più in generale, per proteggere i propri figli, in realtà, è smettere di proteggerli, smettere cioè di esserne il “sindacalista” o il difensore, restare genitori affettuosi ma senza perdere in autorevolezza, collaborando con l’altro polo educativo rappresentato dagli insegnanti (la cui categoria rientra tra le cosiddette “helping profession” per via dell’eccessiva “usura psico-fisica” a cui è soggetta), sempre più impotenti e criticati dalle famiglie, quando il primo ambiente educativo in crisi è proprio quest’ultimo. Entrambe le figure educative, genitori e insegnanti, dovrebbero assumere nei confronti dei giovani il medesimo atteggiamento amorevole e rispettoso, fondato sull’ascolto attivo che è a sua volta basato sulla comprensione. Questa non può non passare per il nuovo contesto in cui essi stanno compiendo il loro percorso di crescita, ossia l’attuale modello di società in cui assumono sempre maggiore importanza i nuovi media, soprattutto i social network caratterizzati da un tipo di comunicazione a più livelli: scrittura, video, audio e tutto in tempo reale (esistono persino dei corsi di formazione online per i genitori). Questi ultimi dovrebbero ritornare al primario ruolo di svago e nulla più, al contrario gli adulti dovrebbero riprendersi il loro ruolo educativo, complicato dal fatto di vivere in un’epoca di grandi e continue trasformazioni che mettono in crisi gli individui, le istituzioni e la società intera, dalla quale i giovani fuggono rinchiudendosi in una dimensione “de-realistica”. Ciò perché si sentono inadeguati, “non si piacciono” e “hanno paura di non piacere”, soprattutto hanno paura del futuro che per loro manca di senso, perché gli adulti hanno smesso di comunicarglielo, di trasmettergli che esso nasce dal passato, dalle radici che sono i loro nonni, spesso analfabeti e che lavoravano tutto il giorno con fatica e sacrificio. In un’epoca dominata da quell’unico “generatore simbolico di tutti i valori” che è il denaro e quell’unica filosofia di vita che è l’interesse, i giovani diventano “analfabeti dentro”, inariditi e privi della dimensione della progettualità che va recuperata, aiutandoli a scoprire il “desiderio” di impegnarsi per qualcosa ma partendo dai primi momenti della loro educazione, poiché, come in una partita a scacchi, quanti più errori si faranno nelle “prime mosse”, tanto più difficili saranno quelle successive. La parte conclusiva del libro è caratterizzata da due allegati che consistono in una sorta di test di autovalutazione per i genitori, allo scopo di capire a quale tipologia si appartenga e con che tipologia di figli si abbia a che fare e da un breve “galateo in rete”. Interessante è anche il capitolo sei che include delle interviste a giovani dai tredici ai vent’anni circa il loro rapporto con Facebook ed il ruolo che occupa nella vita di ciascuno. Un libro interessante, poiché offre numerosi spunti di riflessione e approfondimento e utile per capire questo nuovo mondo in cui sono immersi i nostri figli. Rimane qualche perplessità circa alcune affermazioni come, ad esempio, quelle presenti nel capitolo terzo, nel quale si afferma che “il figlio che racconta frottole” starebbe, in realtà, cercando la “propria strada verso l’autonomia” e che se poi fosse anche in grado di farlo senza cadere in contraddizione, avrebbe “un’intelligenza acuta e matura” mentre dovrebbero generare delle preoccupazioni proprio quei figli “che sostengono di dire sempre la verità in famiglia”, poiché non sarebbe normale non tendere a salvaguardare il proprio “spazio interiore”, anche a costo di mentire. Discutibile. Del resto, come ogni manuale, questo rappresenta un punto di partenza, un insieme di consigli basati sulle conoscenze ed esperienze che alcuni esperti hanno messo a disposizione di genitori più o meno in difficoltà, ai quali resta, comunque, la decisione finale circa il comportamento da adottare con i propri figli, che poggia sulle convinzioni e sensibilità individuali.

Fiorella Ferrari

sempre-connessi1

Maria Calabretta, Sempre connessi, Le Comete Franco Angeli, Milano, 2013, pp. 149, euro 19,00.

© Pubblicato su “Conquiste del Lavoro – Via Po” N° 841 del 15/02/2014.

Un commento su “Maria Calabretta, Sempre connessi

  1. stefanodonno1975
    19 ottobre 2015

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Questa voce è stata pubblicata il 19 ottobre 2015 da in Saggistica con tag , , .
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