Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Fabio Volo, La strada verso casa

Quando si verifica una grave perdita all’interno di una famiglia, un legame a volte soffocante ma innegabilmente il più profondo che esista, ciò modifica in via definitiva gli equilibri tra i membri che restano, costretti a rivedere i propri rapporti nell’ambito della nuova realtà interpersonale che viene a costituirsi. Se poi coloro che se ne vanno sono i genitori, in quel caso viene meno anche quel diaframma attraverso il quale i figli si rapportavano tra loro, così che, privi di qualunque mediazione di ruolo, non solo sono costretti a maturare in via definitiva, perché il distacco ultimo del cordone neonatale ha comunque delle conseguenze a qualsiasi età, ma anche ad imparare a confrontarsi in modo diretto sino, spesso, allo scontro. E’ proprio quel che accade ad Andrea e Marco ne “La strada verso casa”, il settimo romanzo di Fabio Volo: sceneggiatore, conduttore radiofonico e televisivo, attore, doppiatore e, che piaccia o meno e nonostante lo scarso curriculum di studi, anche prolifico scrittore. Entrambi figli dei festaioli anni ottanta, scenario portante del romanzo, che appassionerà i coetanei dell’autore, i giovanissimi fratelli Bertelli, la cui voglia di divertirsi è, invece, smorzata dalla malattia della madre, rivelano da subito un temperamento opposto. Andrea, il maggiore, è posato e affidabile, Marco è ribelle e indipendente, quindi, sono incompatibili tra loro e, di conseguenza, entrambi orgogliosi di ciò che li rende diversi l’uno dall’altro e, al tempo stesso, invidiosi di ciò che l’altro ha di peculiare. Trascorrono gli anni: Marco ha avuto tante donne ma ha amato davvero solo la prima, Isabella, pur non essendo riuscito ad impegnarsi neanche con lei; Andrea ha sposato Daniela che però lo lascia, un po’ per noia, un po’ per altri motivi. Marco vive a Londra, dove si è trasferito per “dar vita alla versione più originale di se stesso”, e dove, dopo molti sacrifici, ha aperto un ristorante di successo, mentre Andrea è ingegnere come il padre e non si è mai mosso da vicino ai genitori né li ha mai delusi, quindi, per il principio del “figliol prodigo”, il secondo appare quello meno amato, quello che, comunque vadano le cose, c’è sempre. Andrea che ha assistito la madre nella malattia, preparando gli esami universitari nella sua stanza d’inferma, ora si appresta ad organizzarsi con la medesima rassegnazione a farlo con il padre, colpito da una malattia degenerativa che lo porterà a perdere la memoria e l’autonomia. Marco, però, questa volta vuole esserci ma collaborando con il proprio modo di fare e di pensare, da qui il conflitto con il fratello perfetto, privato questa volta della possibilità di controllare gli eventi e di gestirli secondo i propri criteri, alla continua ricerca di approvazione da parte di tutti ma a scapito di se stesso. I fratelli sono costretti, dopo tanto tempo, a coabitare nella casa paterna, l’unico luogo in cui è possibile ritrovare quella parte di sé nascosta, tra il mobilio e le suppellettili, sotto “tutti i nuovi modi di essere venuti dopo”, in un accumulo di passato senza altre forme di vita, come animali domestici o piante o nipotini che potessero dare almeno un’idea di futuro. Mentre il padre precipita nell’incoscienza e nella dipendenza dai figli, Marco rincontra Isabella e Andrea instaura una nuova relazione con la collega Irene, pur essendo al contempo ancora legato all’ex moglie, ma nessuno dei due ha ancora idea se la nuova consapevolezza che la malattia e la perdita implicano li porterà a dare un corso differente alle proprie storie. I romanzi di Fabio Volo, evidentemente, non sono alta letteratura e, quindi, naturalmente, sono molto letti ed apprezzati, forse per due motivi, il primo dei quali è la facilità di un linguaggio che ricorda una chiacchierata tra amici. Come scrive lo stesso Volo (“Esco a fare due passi”, 2001), “Nella semplicità si nasconde il divino”, cui si potrebbero aggiungere in autorevolezza le parole di Piero Angela: “Tutti sono capaci di parlare o di scrivere in modo oscuro e noioso: la chiarezza e la semplicità invece sono scomode. Non solo perché richiedono più sforzo e più talento, ma perché quando si è costretti a essere chiari non si può barare” (“Viaggi nella scienza”, 1982). La seconda ragione è il realismo dei contenuti, storie che chiunque potrebbe vivere, personaggi protagonisti e secondari, in cui è facile riconoscersi, quasi scontati ma molto ben delineati e con un buon livello d’immedesimazione come, ad esempio, nel caso dei due ruoli classici ricoperti dai fratelli Bertelli: il figlio maggiore, “uno che fa la cosa giusta, non quella che sente”, che non riesce “a trarre piacere dalla vita”, poco carismatico, che punta tutto sullo studio e sulla realizzazione personale; il minore, “facile alla noia” dopo grandi entusiasmi, amante solo delle “partenze” ma indifferente agli “arrivi”, ostile alla routine. Entrambi sono intrappolati nelle parti, preassegnate loro dai genitori, rispettivamente di esempio impeccabile cui è mancata la possibilità di essere un bambino per il tempo necessario (Andrea), e di egoista, impulsivo, a volte inconcludente (Marco). E’ estremamente efficace, inoltre, il racconto della “malattia”, poco importa di quale si tratti, l’essenziale è che condiziona e cambia radicalmente la vita di una famiglia intera. Non si parla di una patologia di modesta o grave entità, contro la quale esiste almeno una possibilità di lotta, ma di quella “terminale” che non lascia il benché minimo dubbio sull’esito, né speranza se non quella di veder soffrire il meno possibile la persona cara. Dalla diagnosi in poi niente sarà più come prima: la persona si trasforma a poco a poco in un’altra ben diversa da quella conosciuta ed ogni azione, ogni discorso, persino l’organizzazione casalinga ruota esclusivamente attorno ad argomenti a lei attinenti come gli appuntamenti con i medici, gli orari delle terapie, le visite in ospedale e le possibili cure. Non esiste più nient’altro, mai un momento di tregua dall’atroce pensiero che chi si ama se ne sta andando e per sempre. L’intera famiglia si sveglia e si addormenta con la medesima consapevolezza e viene a sua volta “pensata” da tutto il resto del mondo in funzione della malattia di uno dei componenti. Prima giunge la notizia, la botta, la condanna che piega in due: il proprio caro è un malato terminale; poi, gradatamente, sopraggiunge lo strazio di assistere alla trasformazione di una persona ricca di mille sfaccettature in un corpo, un fisico che si deteriora e che pure resta il “suo corpo” che si continua ad amare nella deformazione della malattia e poi della morte. Quindi, si compie la lotta quotidiana per alleviare la sofferenza, per accudire chi non è in grado di farlo più, accedendo alla sua sfera più intima e mettendo a dura prova la propria capacità di sopportazione di tale violazione e, contemporaneamente, dell’umiliazione altrui. Infine, si arriva al punto di rottura, quell’attimo atroce che lascia sgomenti e arresi, in cui il disperato tentativo di trattenere una persona si scontra, come un’onda di risacca, con la decisione pietosa di lasciarla andare, perché quella non è più vita e per non farsi travolgere dal “vortice” della malattia del proprio caro che rischia di risucchiare le esistenze di coloro che gli gravitano attorno, seppure rimanendogli accanto sino all’ultimo. Così, giunge la fine: dopo l’iniziale sollievo che segna il termine di un travaglio, giunge la consapevolezza che chi amiamo non c’è più; il dolore immenso, che però, per i fratelli Bertelli, è meno grave della mancanza di senso che a volte caratterizza le loro vite, perché almeno esso è un nemico che possiede un nome; la coscienza che non si sarà mai più “figli”; il pensiero che, prima o poi, quel destino potrebbe essere anche il proprio; la fredda e crudele burocrazia che deve essere assolutamente sbrigata. La sofferenza, tuttavia, in colui che sa accettarla con il tempo si trasforma in una sorta di “regalo”, poiché rappresenta una “chiave d’accesso” verso la più profonda conoscenza e comprensione di se stessi. Nel romanzo è altrettanto efficace la descrizione degli opposti atteggiamenti sentimentali dei due fratelli: per Marco, l’incapacità di legarsi ad una sola persona, rinunciando a tutte le storie possibili, in una scelta di vita che l’autore definisce, in un’intervista, di tipo “estetico”, poiché coloro che percorrono tale strada non scelgono mai ma vivono il futuro, il divenire, non si muovono; per Andrea, l’impossibilità di pensare ad una vita definitivamente senza Daniela, elaborandone poi il lutto, in una scelta di vita di tipo “etico morale”, infelice ma coerente con le proprie scelte. Attitudini differenti caratterizzano i protagonisti anche in tema di tradimento rifiutato sia da Marco sia da Andrea ma per opposti motivi: il primo poiché aveva l’abitudine di interrompere le storie al primo momento di stanchezza, il secondo perché “La sua fedeltà era una promessa fatta a se stesso. Un fatto personale. Etico”, quindi, tradire significava mancare e mancarsi di rispetto. Tralasciando la disputa circa la copertina: una maglietta da uomo bianca su sfondo bianco, che suscita opposte e veementi reazioni di apprezzamento e critica o, quantomeno, di perplessità (l’autore spiega di aver voluto semplicemente sottolineare il fatto che si tratta di un romanzo al maschile), al lettore resta da chiedersi quali saranno i destini di Andrea e Marco? Intanto, la casuale scoperta di un segreto che riguarda i loro genitori li renderà ancora più consapevoli dei loro comportamenti e li aiuterà ad elaborare il passato, rendendoli finalmente pronti a compiere delle scelte, per raggiungere la sintesi tra estetica ed etica nella spiritualità, perché “scegliere significa esserci”, significa muoversi e vivere, anche prendendosi il rischio di non fare le scelte giuste, perché scegliere rende liberi e non più in balia degli eventi. Per concludere con le parole di Volo, sarebbe opportuno perseguire un “sano egoismo”, per il quale s’intende non occuparsi solo di se stessi ma “prendere la responsabilità della propria felicità per condividerla con gli altri e spingere l’altro a fare lo stesso”.

Fiorella Ferrari

La strada verso casa

Fabio Volo, La strada verso casa, Mondadori, Milano, 2013, pp. 315, euro 18,00.

3 commenti su “Fabio Volo, La strada verso casa

  1. fioferrari
    5 ottobre 2015

    “Se la vita fosse un gioco, in alcuni momenti sarebbe giusto sospenderlo, come quando durante una partita di calcio uno si fa male e l’arbitro fischia e ferma la partita. Bisognerebbe fermarsi per capire la gravità dell’incidente, capire se il giocatore è in grado di continuare. Invece la vita va avanti, il tempo non si ferma mai, senza tregua, e quando ti fai male devi continuare a giocare comunque, anche se zoppichi la partita continua. È questa la fregatura.”
    Da “La strada verso casa” di Fabio Volo.

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  2. Donato Merico
    25 ottobre 2015

    Ciao. Sono felicissimo di essermi “spinto” a leggere, meditando, sul libro di Volo e sulla tua risposta, sempre profonda e sofferta. Mi piace il tuo modo di affrontare e di avvicinarsi con delicata presenza alle mattanze della vita. Sono stato presente e al tuo fianco in questi mesi terribili di dolore familiare. La vita ci permette di contattare la morte per poterne cogliere l’essenza e l’indissolubilità con la vita stessa, in determinati momenti esistenziali. Ti voglio bene, una carezza. A risentirci presto, perché mi manca la tua presenza. Con affetto Donato

    Piace a 1 persona

    • fioferrari
      25 ottobre 2015

      Grazie per le tue parole, quelle pronunciate da amico e da quelle che ti provengono dalla tua lunga esperienza di lettore. É vero, la morte ti aiuta ad entrare in contatto con l’essenza stessa della vita e sappiamo tutti quanto sia inevitabilmente doloroso. Leggere e, nel mio caso, anche scrivere di alcuni libri può essere un grande aiuto per elaborare un lutto… oltre al bene ricevuto dalle persone come te, ovviamente. Un forte abbraccio e a presto!

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Questa voce è stata pubblicata il 5 ottobre 2015 da in Narrativa con tag , , .
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