Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Paulo Coelho, Veronika decide di morire

“L’11 novembre 1997, Veronika decise che era finalmente giunto il momento di uccidersi”. Ma perché una ragazza di soli ventiquattro anni, bella, intelligente e con una vita normale decide di farla finita procurandosi delle scatole di sonniferi? Le ragioni sono due: una di tipo esistenziale (noia, routine cui si somma il timore della decadenza che sopraggiunge negli anni) ed una di tipo filosofico (i mali ineluttabili del mondo) che la portano a pensare al suicidio, tabù secolare, come ad una liberazione dalla “tragedia di una vita nella quale tutto si ripete, e il giorno precedente è sempre uguale a quello che segue”.

Le cose, tuttavia, non vanno come la ragazza si augura, così che si ritrova ad essere salvata e ricoverata a Villete in una vecchia caserma in Slovenia che nel 1991 fu trasformata in una clinica per malattie mentali, in cui i cosiddetti “malati” venivano rinchiusi anche per motivi non inerenti alle stesse come “questioni di eredità” o “atteggiamenti sconvenienti” che potevano arrecare qualche disagio alla famiglia di appartenenza.

Paulo Coelho racconta di essere venuto a conoscenza della storia di Veronika attraverso il racconto di un’amica slovena, con lo stesso nome di quella che sarebbe diventata la protagonista del suo quinto romanzo, e di essersi interessato a lei in quanto aveva subito la medesima esperienza. Per tre volte (1965-66-67), forse per le sue velleità artistiche all’epoca considerate come la strada più diretta per la rovina personale, i genitori lo fanno internare nella “Casa de Saúde Dr Elias”. L‘autore, così, promette a se stesso di scrivere, un giorno, di tali esperienze, magari aspettando che i suoi non fossero più di questo mondo per non alimentare i loro sensi di colpa. Il padre, all’epoca della pubblicazione del romanzo (1987) era ancora in vita ma la storia di Veronika offre a Coelho la giusta opportunità per affrontare l’argomento senza ridestare dolorosi ricordi.

La ragazza, risvegliatasi dal coma indotto dai farmaci assunti, apprende con delusione dallo psichiatra della clinica di aver mancato il suo scopo ma solo di poco, giacché sarebbe comunque riuscita a danneggiare a sufficienza il suo cuore da restarle solo circa una settimana di vita. La domanda che l’angoscia adesso è una sola: come impiegarla? Cercando un modo per affrettare l’attesa o correndo il rischio che qualcosa o qualcuno possa farle, inutilmente, cambiare idea?

Suo malgrado, Veronika inizia a fare delle conoscenze come Zedka che, per curare la propria depressione insorta per via di un amore malato, accetta di essere regolarmente sottoposta ad una terapia che induce ad un coma insulinico, il quale comporta gravi rischi ma le permette di vivere straordinari viaggi astrali. Con lei, la ragazza inizia a porsi delle domande sulla follia, un’esperienza che, in fondo, tutti abbiamo provato in quanto rappresenta “l’incapacità di comunicare le tue idee. E’ come se tu fossi in un paese straniero: vedi tutto, comprendi tutto quello che succede intorno a te, ma sei incapace di spiegarti e di essere aiutata, perché non capisci la lingua”. In quell’ospedale esiste persino un gruppo di degenti chiamati la “Fraternità”, i cui membri, “viziati” dai vantaggi dell’essere ritenuti folli, fingono da anni di non essere guariti per poter continuare a non assumersi delle responsabilità, a non dover provvedere al proprio mantenimento e a fare, invece, tutto ciò che è concesso ad un malato di mente. In breve, “era sufficiente mantenere la follia sotto controllo” per potersi finalmente permettere di provare e vivere ogni sentimento possibile come l’odio che infrange senza pietà le maschere, le convenienze, anche quell’odio rivolto verso chi ci ama perché a volte quell’amore, anche se in buona fede, ci costringe a corrispondere a delle aspettative rinunciando a noi stessi, ci protegge da ciò che di brutto esiste al mondo ma non ci permette di attrezzare delle difese efficaci (“l’amore ha due facce”).

E Veronika decide di fare proprio questo: lasciar andare senza briglia i propri sentimenti più profondi e nascosti che, una volta sfogati, “non erano più necessari”, ritrovando in se stessa l’amore per sé e la propria vera anima e riprendendo a suonare, grazie ad un pianoforte che si trova nella sala comune della struttura. La sua musica, oltre a permetterle di ricongiungersi alla propria anima le consente una nuova, decisiva, conoscenza, quella con Eduard, uno schizofrenico, una persona, cioè, che si è rifugiata in una realtà individuale a causa di un evento traumatico. Il giovane è figlio di un ambasciatore della recente repubblica slovena alla cui carriera un discendente malato (in realtà, semplicemente un artista frustrato nella propria ambizione di poter descrivere attraverso la pittura “le visioni del Paradiso”) avrebbe potuto nuocere.

Ma perché ci si ammala? Un medico austriaco, tale Sigmund Freud, affermava che la colpa di ogni male sono “i rapporti deviati tra genitori e figli”, così che i primi oppure la società sono alla base di ogni evento negativo, dagli omicidi ai suicidi ma, se pure è vero che la storia di un essere umano abbia un peso enorme sulla sua vita, è altrettanto vero che il solo responsabile delle proprie azioni è egli stesso. Lo psichiatra della clinica, il dottor Igor, basa le proprie cure sulla teoria che, a volte, “tranne alcuni casi patologici gravi, le persone impazziscono nel tentativo di sfuggire alla routine” e, quindi, il vero responsabile di tutto è il cosiddetto “vetriolo”, dal nome di un antico e invisibile veleno, il quale, per il medico, non corrisponde ad altro che all’“Amarezza”, una sostanza tossica altrettanto invisibile, presente naturalmente nell’organismo umano come un bacillo, che, come quest’ultimo, diventa pericoloso solo quando l’organismo stesso è debilitato. L’uomo, contro le minacce del mondo esterno, chiama a raccolta ogni sua difesa “lasciando sguarnito l’interno” e concedendo via libera al Vetriolo che ha l’effetto di logorare la volontà, di spingere ad agire in modo automatico e privo di slancio, limitando le emozioni e la crescita interiore, eliminando le passioni e i desideri, così che l’individuo “non aveva voglia né di vivere né di morire”. La cosa peggiore è che l’ammalato, durante la settimana, dispone di impegni lavorativi e non, per alleviare i sintomi della malattia, ma la domenica pomeriggio essa ritorna a palesarsi in tutta la sua drammaticità e, nonostante il lunedì rappresenti il sollievo della ripresa delle attività, l’ammalato si lamenta per la brevità del fine settimana che non lascia il tempo per riposare. L’essenziale è che l’Amarezza di queste persone non turbi la vita dei cosiddetti “normali”, dei famigliari, anche se accade di rado, poiché l’ammalato in genere si isola in se stesso.

La cura sarebbe, in realtà, molto semplice, ossia vivere come un “folle,” non nel senso di perdere il controllo ma in quello di restare sé stessi, con le proprie idee, la propria individualità e diversità ma senza attirare l’attenzione: “mantenetevi folli, e comportatevi come persone normali”, preservando il “vero Io” ossia “quello che sei, non quello che hanno fatto di te”. L’ostacolo a ciò è la paura con la quale l’essere umano “sostituisce” gran parte delle proprie emozioni.

Grazie al rapporto emotivo con Eduard ed all’amicizia con un membro della Fratellanza, Mari, ex avvocatessa ricoverata a Villete per via di ricorrenti attacchi di panico che le stavano distruggendo il matrimonio e la vita, Veronika inizia a sperimentare per la prima volta nella sua esistenza e senza il minimo ritegno o pudore, oltre all’odio, la vasta gamma dei sentimenti e delle emozioni umane come il sesso, vissuto senza contatto fisico ma come atto puro rivolto a se stessa, poiché, le spiega Mari, di “proibito” esistono solo due cose: forzare il rapporto con una persona e i rapporti con i bambini, per il resto si è liberi poiché “Esiste sempre qualcuno che desidera esattamente quello che desideri tu” e le cosiddette “malattie” o “perversioni” rappresentano “il diritto di ciascuno a raggiungere l’orgasmo attraverso le pratiche che preferiva, purché non violasse i diritti del proprio partner”.

Il ricovero, quindi, oltre ai trattamenti come il coma insulinico oppure l’elettroshock, aveva fornito ai pazienti anche la possibilità di vivere la parte folle esistente in ogni essere umano, mentre la presenza di una ragazza come Veronika, così assurdamente prossima alla morte, aveva regalato l’opportunità di riflettere sulla possibilità di riavvicinarsi alla vita stessa, portando in essa una forma di follia controllata e regalandosi tutto ciò che sino a quel momento ci si è precluso, come manifestare i propri veri sentimenti, commettere degli errori senza paura, avere dei nuovi amici, vivere nuove esperienze, “vivere” in generale. E vivere non soccombendo ad una “normalità” basata molto spesso su ciò che la maggioranza ritiene giusto, così che la diversità, che pure è legge in natura, viene rifiutata e in pochi hanno il coraggio di affermare la propria poiché ciò produce un eccesso di “Vetriolo” o “Amarezza” nell’organismo, ma vivere ritrovando la propria anima che si nasconde in quello che un tempo volevamo fosse la nostra vita. In fondo, anche gli individui eccezionali, uomini e donne “che hanno segnato la storia del mondo” non erano esseri “eletti” o “ispirati” ma comuni che, dopo aver condotto una vita normale, avevano attraversato un “momento magico” che li aveva convinti a vivere veramente, lottando come chiunque altro per affermare se stessi e le proprie idee.

E’ possibile anche decidere di rinunciare ai propri sogni, a patto però che non si “attraversi l’abisso” che da essi ci separa, perché in quel caso tornare indietro porta a conseguenze drammatiche nella persona. Ma, infine, cosa ne sarà di Veronika e degli altri pazienti? Si dirà che la terapia dello psichiatra, basata sulla convinzione che “La consapevolezza della morte ci incoraggia a vivere” poiché insegna che ogni giorno è un “miracolo”, stava funzionando alla perfezione. La protagonista, in tutti i casi, si salverà attraverso l’argomento prediletto da Coelho, ossia l’Amore (“La più grande follia dell’uomo e della donna è proprio l’amore”), sul quale l’autore ribadisce uno dei suoi concetti migliori: “Sii come la fonte che trabocca, e non come la cisterna che racchiude sempre la stessa acqua” anche correndo il rischio di “inondare le aree” in cui vivono le persone che amiamo, annegandole con il nostro amore ed entusiasmo.

Fiorella Ferrari

veronika_decide_di_morire

Paulo Coelho, Veronika decide di morire, Bompiani, Milano, 1999, pgg. 186, euro 13,43.

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Questa voce è stata pubblicata il 3 agosto 2015 da in Narrativa con tag , , .
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