Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Roy Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

E’ storia millenaria come la scoperta del fuoco abbia determinato un’indubbia serie di vantaggi per l’umanità intera, sia sul piano del cibo, sia su quello del riscaldamento e della difesa, nonostante presentasse (e presenti tutt’ora) l’indubbio inconveniente dell’impossibilità di un controllo totale. Eppure fu indispensabile per l’evoluzione, così come l’affinamento degli strumenti di lavoro e di caccia, soprattutto considerata la sproporzione, a livello di caratteristiche fisiche, con i grandi carnivori dei quali l’uomo (ammettiamolo pure) inizialmente si ritrova ad essere parassita. Probabilmente, tutti ci siamo chiesti come sia nato il fuoco e, soprattutto, chi fu l’inconsapevole artefice di un fenomeno di così enorme portata e, magari, anche perché. Roy Lewis ci fornisce la sua personale risposta nell’esilarante romanzo “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”, ispirato all’autore da un viaggio in Africa come corrispondente dell’Economist e pubblicato per la prima volta nel 1960, con diverse modalità e titoli, pur rimanendo, in realtà, un romanzo di culto, di quelli che si diffondono con il passaparola. L’eroe protagonista è Edward, attorno al quale ruotano le vite dei suoi figli come Ernest, il secondogenito e il narratore della vicenda, Oswald il primogenito ed esperto cacciatore, Wilbur l’artigiano, Alexander l’artista e studioso del comportamento degli animali, William, l’addomesticatore frustrato di bestie cui vanno aggiunti Elsie con le altre sorelle ed una serie di zie e zii come Ian, scomparso da anni e poi rispuntato (ma per poco) a narrare le avventure relative ai suoi lunghi viaggi in Africa e India. Le vicende dei vari membri dell’orda sono narrate con un linguaggio vivace, scorrevole e acuto, ricco di dialoghi in cui il sense of humor dell’autore dà il suo meglio. In lotta con il reazionario fratello Vania, ancora ostinatamente appollaiato su un albero, convinto che per i giovani “l’istruzione scientifica doveva limitarsi esclusivamente a botanica e zoologia” e fieramente avverso ad “inserire nel curriculum anche la fisica”, Edward è persuaso che l’umanità debba evolversi se non vuole andare incontro all’estinzione. I problemi che si presentavano all’uomo del Pleistocene, infatti, erano diversi, in primo luogo, l’alimentazione. L’uomo primitivo era ancora un subumano che aveva appena imparato a camminare in stazione eretta, con uno strano “ghigno scontroso e amaro” dovuto non alla sua ancora evidente natura ferina, bensì ad un’alimentazione fortemente scorretta, basata su una selvaggina di piccola taglia (più semplice da catturare), con una disgustosa predilezione per gli “animali più viscidi e inconsistenti” (più semplici da masticare e digerire), particolarmente adatti a subentrare ad un regime vegetariano, i quali, ingurgitati senza altro condimento che un appetito smisurato, creavano prevedibili problemi di stomaco. Un altro seccante problema era l’alloggio poiché, da quando l’uomo-scimmia scese dagli alberi, divenne indispensabile trovarsi un giaciglio per la notte che fosse decisamente più comodo ma altrettanto sicuro e l’unica soluzione in tal senso apparvero le caverne, abitazioni più o meno articolate ma indebitamente occupate dai summenzionati feroci quadrupedi. Ecco, è qui che entra in gioco il fuoco e la sua scoperta per incalcolabile merito del nostro Edward. Egli, infatti, intuì che il padre di tutti i fuochi non potesse essere che il vulcano e proprio sopra uno di essi decide di andarselo a prendere, passandolo di ramo secco in ramo secco per oltre seicento volte prima di portarlo, sfinito e tutto bruciacchiato, a destinazione. Esso risolse in un colpo solo entrambi i problemi: cacciò degli sbigottiti animali selvatici dalle loro case (regalando all’orda un ambiente spazioso dotato di un salone centrale con soffitto a volta), garantì cibo in abbondanza grazie al perfezionamento degli strumenti di caccia e, soprattutto, meraviglia delle meraviglie, alla cottura della carne (scoperta grazie al casuale sacrificio di Piggy il porcellino) che eliminò anche tutti i problemi legati alla masticazione e alla digestione. Mentre Vania lo accusa di aver “trasgredito le leggi della natura”, Edward è sempre più convinto di aver toccato un’altra tappa essenziale verso l’evoluzione, anche perché “senza un certo agio e una certa tranquillità non può esserci lavoro creativo, né cultura, né civiltà”. Anche le donne recavano il loro indubbio contributo, sia nei compiti canonici, sia nel supporto a quelli assegnati all’uomo, come la caccia, cui partecipavano sia direttamente sia in via indiretta, poiché “Una ragazza capace di affilare alla perfezione una scheggia di ossidiana non resterà mai zitella né digiuna”. Ma c’era ancora un problema: l’antico e pericoloso retaggio degli accoppiamenti tra consanguinei, sia per ovvi problemi legati alla genetica, sia per l’estrema facilità della cosa. Edward, che una ne pensava e cento ne faceva, ammaestrava i suoi riottosi figli asserendo che “Se vogliamo un qualsiasi sviluppo culturale, dobbiamo mettere sotto pressione le emozioni dell’individuo” e cercare delle compagne fuori dall’orda (e accettare che un’altra orda possa fare altrettanto con le donne della famiglia dando avvio al matrimonio esogamico); la difficoltà e le tribolazioni, infatti, aguzzeranno l’ingegno mentre “la felicità infiacchisce”, così che l’amore diventerà “una delle massime scoperte del Pleistocene medio”. Il contatto con altri gruppi permetterà anche lo sviluppo del linguaggio, essenziale perché “Il linguaggio precede e nutre il pensiero” mentre al momento quello dell’uomo selvatico non consta che di poche centinaia di sostantivi, una ventina di verbi tuttofare, una misera scorta di preposizioni e di suffissi, nonché la continua necessità di enfasi, della gesticolazione e dell’onomatopea. Il nostro uomo scimmia, insomma, valente scienziato di incredibile modernità, avanza testardamente nel tempo, sostenuto dalle proprie idee e convinzioni, soprattutto quella per cui “i risultati della ricerca debbano essere messi a disposizione della subumanità in generale, di chi ovunque… be’, investiga i fenomeni naturali. In tal modo potremo lavorare tutti insieme, edificando un corpus di conoscenze di cui ciascuno potrà godere”. Purtroppo, non tutta l’umanità è sempre animata dalle migliori intenzioni, anche quella generata da individui con i più alti ideali, così i figli di Edward iniziano a pensare che le idee umanitarie paterne, come quella di insegnare agli altri popoli il modo di ricavare un “fuoco portatile” (ossia la nuova, rivoluzionaria scoperta di generare la fiamma con selce e pietra, senza doversi ogni volta arrampicare su un vulcano o sorvegliare il fuoco già acceso anche la notte perché non si spenga) oppure un metodo di particolare efficacia per cacciare con l’arco, possano danneggiare il gruppo, togliendo ad esso il monopolio di tali arti. Queste riflessioni porteranno ad una scelta dolorosa e fatale, la prima di quelle che, tristemente, costelleranno la storia dell’umanità.

Fiorella Ferrari

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

Roy Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, Adelphi, Milano, 1992, pp.178, euro 9,00.

2 commenti su “Roy Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

  1. marie ange
    23 marzo 2015

    un libro fantastico! da leggere assolutamente..

    "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il 23 marzo 2015 da in Fantascienza, Narrativa con tag , , , .
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