Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Irene Némirovsky, Suite française

Quello di “Suite française” è uno dei rari casi in cui la genesi dell’opera risulta anche più appassionante del romanzo stesso. In verità è l’intera biografia della sua autrice, Irene Némirovsky, a possedere la complessità e l’intensità degne di un romanzo. La scrittrice nasce a Kiev l’11 febbraio del 1903, il padre Leon, è un facoltoso e indaffarato banchiere ebreo e Fanny, la madre, è una donna frivola e anaffettiva. Il vuoto esistenziale che ne consegue, la spinge a rifugiarsi nella scrittura sin dall’età di quattordici anni, realizzando racconti e romanzi che hanno sullo sfondo il mondo russo ed ebraico. Quest’ultimo, al quale pure l’accomuna un tragico destino, assume una connotazione negativa, espressa dallo stereotipo di razza inferiore, avida di agi e potere, che ignora la profonda spiritualità e ricchezza della civiltà ebraica dell’Europa orientale. Nel 1939 Irene deciderà persino di convertirsi al cristianesimo assieme alle figlie, senza tuttavia riuscire ad evitare, tre anni dopo, l’internamento a Pithiviers, nel Loiret, e la morte nella camera a gas ad Auschwitz. Anche il marito, Michel Epstein, dopo essersi offerto di prendere il posto di Irene, molto malata, subirà la sua identica sorte, mentre la tutrice delle bambine, evitando le spietate persecuzioni da parte dei gendarmi, riuscirà a nasconderle assieme ad una valigia contenente l’incredibile storia della loro famiglia: foto, documenti e il manoscritto dell’ultimo romanzo della madre. Solo una volta divenute donne Élisabeth (agente editoriale) e Denise Epstein trovano il coraggio di riprendere in mano, a sessant’anni dalla sua genesi, ciò che ritenevano essere una sorta di diario con annotazioni personali e che scoprono essere, invece, un romanzo, fedelissimo ritratto della Francia del dopoguerra conosciuta dai loro genitori. “Suite française” che, nelle intenzioni dell’autrice, avrebbe dovuto essere una sorta di “sinfonia” in cinque parti (su modello della “Quinta sinfonia” di Beethoven) comprende, invece, due volumi. Il primo, dal titolo “Temporale di giugno”, racconta, in un “affresco” suddiviso “in quadri” ricco di particolari sui fatti e i sentimenti, dell’invasione tedesca della Francia, di un popolo attaccato e bombardato e poi, dopo l’armistizio, invaso e violato sin nelle proprie case. Il secondo, “Dolce”, è redatto in forma di romanzo e verte, soprattutto, sull’innamoramento platonico tra una donna, il cui marito (sposato in nozze combinate) è al fronte, e un ufficiale tedesco, ospite imposto nella casa in cui vive con la gretta suocera. Nell’opera la crudezza della guerra e la sua barbarie compaiono solo in piccoli scorci e in modo sorprendente. Infatti, accanto alle bombe che dilaniano a caso la folla che fugge da Parigi, si manifesta una violenza diversa, quella dei simili contro i simili, durante un esodo che vede ugualmente protagonisti i ricchi borghesi con le loro chincaglierie (e le loro donne “dipinte”) e il miserabile volgo con i suoi stracci, inaspriti nel loro disprezzo per la grossolanità i primi, e incattiviti dall’invidia del privilegio i secondi. Scappano gli adulti e i bambini, allo stesso modo sfiniti e affamati, mentre le regole sociali e affettive si ribaltano, così che la madre che per anni ha educato il figlio alla carità verso il prossimo, ora lo sgrida per il dolcetto ceduto ad un bambino meno fortunato; oppure, accanto alla mamma che, durante un bombardamento, si getta sul corpo del figlio per salvarlo, c’è quella che lo scansa via, sopraffatta dal terrore della morte. Colpisce la violenza di questa umanità che fugge verso una destinazione ignota su una macchina, con mezzi di fortuna o a piedi, invadendo città semi deserte in cui non c’è più cibo (oppure è ben nascosto) né benzina e neanche un posto dove dormire, fosse pure un corridoio, un pavimento o un bugigattolo qualunque. Violenza, dunque, intesa soprattutto come impossibilità a mantenere la propria dignità, salvo in rari casi, in mezzo al caos, all’incertezza del futuro (è giunto il mio momento? Torneranno i nostri figli dal fronte? Che ne sarà di noi e della patria?), all’attesa del temuto cambiamento. Violenza, infine, intesa come delusione che si prova, come nel caso della scrittrice, nei confronti di quella parte del popolo invaso rimasta o tornata nelle proprie case, costretta, quando non collaborazionista, ad ospitare in casa il nemico che, tutto sommato, si comporta in modo rispettoso e poco invasivo, sino a farsi benvolere e alla partenza, addirittura rimpiangere. Ad attenuare la durezza del racconto dell’invasione tedesca, contribuisce il tono lirico, aggraziato, ricco di gioia nel raccontare, della narrazione che pure toglie un po’ di pathos e attenua il coinvolgimento del lettore. Anche la presentazione dei personaggi avviene, almeno nel primo volume, per piccoli ritratti di ogni gruppo famigliare e delle vicissitudini di ciascuno dei componenti, che si susseguono senza che si possa creare una vera affezione, soprattutto per l’impossibilità di accompagnarli sino alla fine dell’opera, eppure, al tempo stesso, essi restano impressi nell’immaginario del lettore per l’accuratezza delle descrizioni. “Suite française” è stato pubblicato per la prima volta nel 2004 per Éditions Denoël, successivamente nel 2005 e nel 2012 per Gli Adelphi, corredato di un’appendice con gli appunti originali della scrittrice, la corrispondenza relativa agli anni tra il 1936 ed il 1945 e una interessante postfazione di Myriam Anissimov.

Fiorella Ferrari

 Suite francese

Irene Némirovsky, Suite française, Adelphi, Milano, 2012, pp. 415, euro 11.

© Pubblicato su “Conquiste del Lavoro – Via Po” N°811 del 18/05/2013.

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Questa voce è stata pubblicata il 19 marzo 2015 da in Narrativa, Storico con tag , , , .
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