Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Adele Costanzo, Cronache della città capovolta

“Cronache della città capovolta”, come racconta in un’intervista l’autrice stessa, Adele Costanzo, è un antiromanzo” ed è questa, in effetti, la definizione che si addice di più a questo libro. Lo è perché non si può desumerne una trama, giacché manca del tutto una storia che abbia un’origine, uno sviluppo ed una conclusione. Lo è perché non c’è un protagonista e nemmeno delle figure secondarie, poiché compaiono solo dei personaggi senza nome e privi d’identità (il filosofo, il granduca, la duchessa, il bibliotecario, il sarto e così via) con le loro “microstorie”, inserite nella storia del Granducato di Mensuria, il piccolo paese in cui vivono, a sua volta compresa nella macro storia dell’Europa a cavallo tra la seconda metà del Settecento e gli inizi dell’Ottocento (tra Rivoluzione Francese, periodo Napoleonico e Restaurazione). Lo è, infine, perché tra le sue pagine la realtà storica (raccontata con un’estrema precisione) e la fiaba (al contrario, una precisa volontà d’indeterminatezza delle vicende) sembrano lottare tutto il tempo per poi raggiungere un’armonica compresenza, sfumando l’una nell’altra. Allora, se non si sta parlando di un romanzo nel vero senso del termine, cosa rappresentano le Cronache? Innanzitutto, se esse non hanno una storia è perché sono la storia della citata cittadina di Mensuria, un luogo fittizio ma verosimile, che sorge sulle rive del fiume Mosella, nelle cui acque essa si specchia, dando vita ad un’immagine, appunto, “capovolta”. Se non vi sono personaggi a tutto tondo è perché vengono soppiantati da “destini individuali” che diventano emblemi di una condizione universale di “precarietà”. Come s’intuisce dalla citazione iniziale, l’idea della città capovolta richiama “Le città invisibili” di Italo Calvino poiché, come quelle narrate dallo scrittore, Mensuria è “inesistente” eppure si colloca in uno spazio ben delimitato; è “astratta” ma intrisa del vissuto dei suoi abitanti e attraversata da eventi reali di portata epocale; è un “non luogo” che, tuttavia, come precisa la Costanzo: “è un non luogo nel senso moderno del termine, in quanto pretesto per parlare della contemporaneità piuttosto che meta di evasione nell’astrattezza del sogno”. Mensuria è una metafora del “mutamento” (la Mosella che scorre e tutto porta con sé), di ciò che si oppone al reale (nei suoi tratti più crudi), dell’assenza di compiutezza (nessuna vicenda ha una conclusione nel senso classico del termine). Il tutto è raccontato con uno stile elegante, delicato e ricercato, una scrittura matura e, contrariamente al narrato, “compiuta”. E’ certo come si tratti di un genere di linguaggio in netto contrasto con la stragrande maggioranza degli esempi che si possono trarre dalla scrittura contemporanea, quasi sempre molto essenziale, impregnata di realismo e, a volte, infarcita di una terminologia piuttosto volgare. Tutto ciò potrebbe far pensare ad una ricorrente mancanza di ricerca stilistica, punto di forza del linguaggio della Costanzo, nella letteratura moderna, eppure sappiamo che essenziale non è un termine che necessariamente si opponga ad elegante, che realistico non significa sempre triviale e la crudezza a volte è richiesta da un certo tipo di contenuto. Un linguaggio eccessivamente elaborato, quasi manieristico, effettivamente abbastanza lontano dalla modernità, in rapporto ad un contenuto già di per sé stilizzato, poco ricco della “carne” e del “sangue” di una storia avvincente e di personaggi coinvolgenti, potrebbe conferire artificiosità ad un romanzo. Anche le ridondanze, le ripetizioni di parole, di frasi o di date che, nate come numeri, diventano lunghissimi vocaboli, rallentano un ritmo di lettura che è già sovraccarico per le continue descrizioni, vivacizzandosi per lo più nei dialoghi. L’indubbia qualità del linguaggio come del contenuto dovrebbe compenetrarsi con tutto il resto, non solo per questioni relative al mercato editoriale o all’incasellamento in un genere letterario preciso, ma per non correre il rischio di apparire mero esercizio intellettualistico, così che l’anti-romanzo possa diventare, sempre che lo si voglia, davvero un buon romanzo. Per usare una domanda che si ripete all’infinito nella narrazione: “Che tempo è questo?”, è il tempo di attendere il prossimo romanzo di una promettente scrittrice.

Fiorella Ferrari

Cronache della città capovolta

Adele Costanzo, Cronache della città capovolta, Giulio Perrone Editore – Divisione Lab, Roma, 2010, pp. 214, euro 15,00.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 marzo 2015 da in Narrativa, Storico con tag , , .
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