Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Dario Stefano Dell’Aquila e Antonio Esposito, Cronache da un manicomio criminale

“Cronache da un manicomio criminale” di Dario Stefano dell’Aquila e Antonio Esposito rappresenta una testimonianza di notevole impatto emotivo e sociale, che porta alla luce una realtà per molti sconosciuta, di quelle che neanche si pensa possano realmente esistere. Il tema trattato è attuale e rappresenta uno stimolo alla riflessione sulle problematiche psichiatriche, che, per molto tempo, non sono state considerate malattie vere e proprie ma disturbi mentali più che da curare da “reprimere”, a volte, con metodologie coercitive e disumane. E’ quanto è avvenuto nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa (CE) e in altre strutture similari in Italia, un tempo definite “manicomi criminali” e che, dal 1975 ai nostri giorni, hanno mutato denominazione, senza che nulla cambiasse nella sostanza per quanto riguarda i metodi di cura e le “possibilità di guarigione” offerte ai detenuti. Il libro riporta la testimonianza, sconvolgente nella sua cruda realtà, di Antonio Trivini che il 6 dicembre del 1976 fa pervenire alla Procura di Aversa un memoriale nel quale descrive quanto ha subìto durante la sua detenzione presso il nosocomio, durata dal 1972 al 1974. Egli dichiara di “essere stato sottoposto ad ogni genere di maltrattamenti e abusi da parte dei pubblici ufficiali addetti alla custodia”, cioè da parte di coloro che avrebbero dovuto, invece, garantire quelle condizioni di vita alle quali ha diritto ogni essere umano, anche se recluso e, soprattutto, malato. Tra il 1970 e il 1974, nel manicomio criminale di Aversa, si sono verificati sessanta decessi ma solo dopo la denuncia di Trivini la magistratura si è decisa ad aprire un’inchiesta sulle cause di tali morti, con due ispezioni da parte di due periti. L’attenzione dell’opinione pubblica su questi istituti era già stata attirata dal caso di Antonietta Bernardini, rinchiusa nell’O.P.g. femminile di Pozzuoli (Na) ed arsa viva nel letto “di contenzione”, al quale era stata legata per la “cura” psichiatrica, a causa di un mozzicone di sigaretta rimasto acceso. Gli autori descrivono il Direttore dell’ospedale di Aversa, il Dr. Ragozzini, come un personaggio, pur se altamente qualificato e specializzato in psichiatria, dedito a molteplici attività, oltre a quella istituzionale, con le quali continuava ad arricchirsi. La “direzione” della struttura era stata affidata, invece, ad un maresciallo della polizia penitenziaria, tale Focone, che aveva in mano le redini di tutte le attività dell’ospedale, coadiuvato da un agente, Cardillo, che, secondo la testimonianza di Trivini, “andava in giro con una siringa nella tasca, pronto a iniettare misteriose composizioni di farmaci”. L’inchiesta si conclude nel 1978, con il rinvio a giudizio del Direttore e di tre agenti penitenziari ma, a sei mesi dalla sentenza, Ragozzini si toglie la vita e, pertanto, il procedimento penale si estingue con lui. Non vi è nessun risarcimento per le vittime e dunque, giustizia non è stata fatta. Il racconto di Trivini porta alla luce situazioni e fatti per i quali si può solo inorridire: esseri umani trattati alla stregua di bestie, calpestati nella loro dignità, ridotti ad uno stato talmente animalesco da obnubilare qualsiasi residuo di coscienza civile e sociale. Il vitto, i servizi “igienici”, i “letti” descritti nel memoriale sono allucinanti ma lo è soprattutto la descrizione del terribile “letto di contenzione”, al quale si poteva rimanere legati per giorni, imbottiti di psicofarmaci, in dosi elevate, iniettati senza alcun controllo medico; per non parlare del modo di agire delle guardie nei confronti dei detenuti, che, tra percosse e minacce, esercitavano sui poveretti pressioni fisiche e psicologiche tali da ridurli al totale inebetimento, a volte, secondo quanto affermato da Trivini, solo per il gusto di “divertirsi un po’”. Alla fine delle cronache vengono riportate le testimonianze sia di detenuti reclusi nello stesso ospedale sia in altri, alcune registrate su nastro, altre scritte a mano ma tutte volte a denunciare gli stessi orribili abusi descritti da Trivini. Un senso d’incredula angoscia pervade l’animo del lettore mentre le parole scorrono sotto gli occhi e la consapevolezza di quanto sopportato da questi detenuti sfugge all’umana comprensione. Nel 1978 la Legge Basaglia (n.° 180 e successiva, n.°833) impone la chiusura degli ospedali psichiatrici ma non di quelli giudiziari. I pazienti che hanno commesso dei reati sono ricoverati tutt’oggi presso strutture giudiziarie, nelle quali la “ripresa”, nella maggior parte dei casi, è quasi impossibile. Ciò che emerge dalla lettura di questo libro, peraltro molto chiaro ed esplicito nel linguaggio, è che il problema dei detenuti, già grave di per sé, nel caso di quelli con patologie psichiatriche diventa di dimensioni insostenibili, poiché manca ancora l’alternativa al manicomio giudiziario che non dovrebbe ridursi ad un “ghetto” nel quale “nascondere più che curare” i malati ma diventare un posto in cui poter avviare un percorso risanante che comprenda attività mirate al reinserimento sociale. Dopo altre ispezioni presso l’O.P.g. campano, alcune molto recenti effettuate dal Comitato del Consiglio Europeo (2008) e, successivamente, dalla Commissione parlamentare presieduta dal senatore Ignazio Marino (2010), è emersa l’assoluta necessità di chiudere (la disposizione legislativa prevede entro marzo 2014) gli ospedali psichiatrici giudiziari o, comunque, di attuare una valida metodologia di cura che si sostituisca ad essi, giacché non è ammissibile in una società civile tollerare ancora l’esistenza di simili “inferni” che nulla hanno da “invidiare” ai campi di concentramento. I malati psichiatrici che hanno commesso dei reati hanno diritto ad una nuova possibilità di riprendere in mano le redini della propria esistenza, ricevendo le cure più adeguate ed opportune, con attenzione ed umanità, ottenendo la salvaguardia della dignità personale oltre che la salute mentale. Tali orrori non dovrebbero avvenire mai più ma occorre intervenire con decisione ed efficacia, perché, come concludono gli autori citando una frase di Primo Levi, “è avvenuto, quindi può accadere di nuovo”.

                                                                                                                  Antonella Ferrari

manicomio_criminale

Dario Stefano Dell’Aquila e Antonio Esposito, Cronache da un manicomio criminale, Edizioni Dell’Asino, Roma, 2013, pag. 187, euro 12,00.

© Pubblicato su “Conquiste del Lavoro – Via Po” N°851 del 10/05/2014.

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 8 gennaio 2015 da in Saggistica con tag , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: