Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Mirko Tavosanis, L’italiano del web

L’italiano del web, di Mirko Tavosanis, pubblicato dalla Carocci (pp. 252, euro 21), nasce secondo l’Autore, in un contesto privo di studi specifici sullo stesso argomento. Il libro muove intorno alla questione dell’esistenza o meno di una cosiddetta “lingua del web”, di quali siano le sue caratteristiche, e degli scenari che la lettura e la scrittura sul web potrebbero aprire. Come premessa fondamentale, è necessario capire quanta parte della popolazione, soprattutto italiana, vi abbia accesso, quali siano le sue abitudini (principalmente, leggere, guardare foto e video e ascoltare musica), quanti testi scritti siano presenti sul web e di che natura siano tali testi, leggibili dagli utenti solo attraverso la mediazione di un server (si parla di “italiano trasmesso”). Una prima considerazione che si può fare è che una pagina web è composta da scritti appartenenti a generi testuali molto diversi (testi veri e propri o micro contenuti), opera di autori (umani o elettronici) diversi, realizzati con linguaggi diversi e persino destinati a essere letti da utenti diversi (viventi o macchine). Anche i tempi, gli strumenti e i supporti di scrittura possono essere molto variabili. Di conseguenza, si potrebbe affermare che non esiste un “linguaggio del web”, poiché nel web vi sono tipi di testo che hanno caratteristiche linguistiche differenti, dai generi ad esso esterni (dai romanzi agli elenchi telefonici), ad altri creati per esso (con caratteristiche ben definite o ambigui, come la posta elettronica o le mappe di siti), sino ai micro contenuti che rientrano in micro generi (voci di menu, titoli di pagine). A volte, invece, viene utilizzata una lingua simile in generi testuali diversi, oppure vi sono scritti che non rientrano in alcun genere. Un’altra osservazione riguarda le “forti divergenze” dei testi presenti sul web con lo “standard ortografico”, considerando la proliferazione in essi di: abbreviazioni, sostituzioni di caratteri, simboli e, naturalmente, errori (o orrori) di varia natura. Si può, in questo caso, parlare di una sorta di “suicidio della lingua” o di “semianalfabetismo”? Le osservazioni eseguite dall’autore porterebbero a pensare di no, poiché molti di tali errori sono dovuti a scrittura frettolosa, “misspelling” (termine con cui gli inglesi indicano la mancata corrispondenza tra grafia e pronuncia) o “typo” (errori meccanici), ma, soprattutto, ad una “ricerca volontaria di espressività” che è presente in larga parte nei forum e nelle reti sociali e riguarda, in particolare, una fascia d’età compresa tra gli undici e i venticinque anni. Tavosanis riprende, inoltre, la discussione relativa alla “natura parlata” del linguaggio di internet, per via del fatto che, soprattutto in ambiti come le chat, vengono utilizzati i mezzi offerti dalla scrittura per riprodurre il parlato (“uso creativo dei meccanismi della lingua scritta”), come, ad esempio, gli emoticon, la punteggiatura o alcuni caratteri particolari, che compensano la mancanza dell’intonazione, dell’espressività mimica e dei tratti indicali (tono di voce, cadenza) tipici del parlato. In realtà, con tali espedienti, si è ottenuto solo un tipo di scrittura più immediato, con alcune funzioni informali che appartengono al parlato, magari meno corretta, ma più libera e certamente più espressiva, che sacrifica le regole alla velocità. Le conseguenze di tutto questo saranno: l’espansione dell’uso informale della scrittura; la tolleranza verso le variazioni ortografiche e di punteggiatura; il fatto che il linguaggio non costituirà più un “indicatore sociale”; la considerazione che il ruolo della scrittura diventerà quello di “chiarificare il pensiero”. Certo, come specifica l’autore, non è prevedibile né auspicabile un mondo in cui la scrittura “chiara e comprensibile della comunicazione professionale” sia soppiantata da un’altra, che imita il parlato attraverso elementi di “ortografia espressiva”. Quindi, si torna alla domanda: esiste una lingua del web, che si distinguerebbe da quella dei media tradizionali per via di una struttura, un lessico ed una sintassi più semplici e razionali? Si è già affermato come, all’interno del portale di un sito, convivano testi appartenenti a categorie molto diverse, i quali si rivolgono al pubblico in modo differenziato attraverso vari registri linguistici. Per una pubblicità, ad esempio, si utilizza un linguaggio molto simile a quello adottato su carta (anche se qui può comparire l’interazione con l’utente). Altrettanto, su un’enciclopedia collaborativa” come Wikipedia, ci si muoverà verso un modello tradizionale, tenendo conto della vastità di pubblico a cui si rivolge e che richiede, dal punto di vista linguistico, chiarezza, semplicità e non tecnicismi. Nel caso di annunci di lavoro, invece, si avranno testi più lunghi, rispetto al cartaceo, poiché sul web manca il vincolo dei limiti di spazio. Ancora, effettuando una ricerca con un motore come Google, si avranno pagine contenenti valanghe di risultati, che consisteranno in contenuti minimi, ottenuti spesso attraverso un montaggio di testi realizzato da un programma. Esaminando, poi, i generi più noti del web, vengono presi in considerazione, in primo luogo, i blog. Questi sono una sorta di “diari di rete”, che possono avere contenuti personali (più “leggeri”, realizzati con un linguaggio informale e “poco sorvegliato”), tematici (simili agli articoli di giornale) o letterari (caratterizzati da un linguaggio più elevato). Il secondo genere è costituito dai forum, i quali, diversamente dai blog, sono tutti di tipo tematico e non hanno un “autore”, poiché sono a carattere collettivo. Esistono vari tipi di forum, grosso modo suddivisi in due categorie: professionali (che ruotano attorno ad argomenti di “taglio più serio”) e non professionali, che, comunque, hanno in comune l’essere svincolati (a volte in modo eccessivo) dalla formalità e la presenza di errori ortografici, spesso dovuti alla rapidità di scrittura, alla mancanza di revisione, ma anche a precise scelte (e non sempre ai limiti di competenza) dello scrivente. Anche questo linguaggio è ricco di “espedienti grafici” di vario genere, come: emoticon, simboli matematici, liste, eccetera. Infine, vi sono le reti sociali, espressione che include tutti quei siti il cui “scopo principale è quello di mettere (e tenere) le persone in contatto tra loro”. Posto che, anche qui, la parola d’ordine è la velocità, i vari siti mettono a disposizione strumenti che possano ridurre i tempi della comunicazione e, di conseguenza, il linguaggio prescelto dall’utenza sarà costituito da messaggi brevi (soprattutto Twitter), dall’impiego profuso di emoticon, da citazioni (in modo particolare FaceBook) o annunci (specialmente LinkedIn). Per chiarire ulteriormente il discorso, Tavosanis pone una nuova domanda relativa non a “com’è scritta una pagina web”, bensì a “come viene letta?” Anche a livello intuitivo, chiunque potrebbe testimoniare come la lettura di una pagina web non avvenga “parola per parola”, quanto in modo rapido, allo scopo di individuare singole parole o frasi (scanning), oppure per averne un’idea generale (skimming). In tale ottica, ovviamente, rivestiranno minore importanza elementi quali i legami sintattici o l’articolazione logica del discorso. Ciò avviene perché la lettura su schermo, nonostante l’innalzamento del livello qualitativo dei dispositivi elettronici moderni, è molto più lenta e faticosa rispetto a quella su carta e ancora oggi molte operazioni, come la correzione di bozze o lo studio approfondito di un testo, sono di preferenza effettuate sul cartaceo, che può essere “sottolineato, annotato, glossato, corredato di appunti e così via”. Inoltre, è testimoniato da più parti come l’uso di “macchine” porti alla distrazione e alla deconcentrazione. E’ come dire forse che il computer o il web porterebbero ad “una minaccia complessiva all’attenzione e alla profondità di pensiero”? Stando al fatto che le ultime generazioni appaiono meno capaci rispetto a quelle passate “di comprendere il senso di testi narrativi o informativi e di sfruttare in qualche modo le conoscenze astratte”, sembrerebbe di sì. Tuttavia, si può dire che in una società “complessa” e tecnologica come quella moderna, ciò che perde il singolo, ad esempio, in memoria o capacità di studio e riflessione, la guadagna l’insieme in funzionalità. E’ un bene o un male? Questo potrebbe essere il punto di partenza per ulteriori sviluppi del discorso e per riflessioni personali.

Fiorella Ferrari

L'italiano del web

Mirko Tavosanis, L’italiano del web, Carocci, Roma, 2011, pp. 252, euro 21.

© Pubblicato su “Conquiste del Lavoro – Via Po” del 04/06/2011 N°720.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 gennaio 2015 da in Saggistica con tag , , .
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