Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Mattew Dicks, L’amico immaginario

Il romanzo “L’amico immaginario” di Mattew Dicks è un libro che solo un docente di scuola primaria avrebbe potuto scrivere. Si tratta anche di un insegnante “speciale”, di quelli che riescono a immedesimarsi nella mente di un bambino, con la sensibilità e la competenza indispensabili per riconoscere i meccanismi psicologici che ne determinano i comportamenti. L’idea originalissima dello scrittore è quella di far raccontare la vicenda al protagonista in prima persona, Budo, l’amico immaginario nato dalla mente di Max, un bambino autistico di nove anni. Budo è l’unico che riesce a comunicare con Max; è il suo confidente, protettore, consolatore, aiutante e, si diceva, amico ma, come tiene a precisare lo stesso Budo all’inizio del romanzo, tutt’altro che “immaginario”. Egli si sente, infatti, “vero” a tutti gli effetti, prova sentimenti ed emozioni come un qualsiasi essere umano, soprattutto un immenso amore per il suo amichetto nonché creatore. Naturalmente, per i genitori di Max, Budo non esiste, è invisibile ai loro occhi. Possono vederlo solo gli “amici immaginari” degli altri bambini, compagni invisibili che hanno caratteristiche diverse, a seconda di come sono stati “pensati” dai loro creatori. Addirittura, alcuni non hanno neanche un “aspetto umano”, come Chomp, che è solo “una macchia sul muro”. Perciò, Budo si ritiene molto fortunato: Max, infatti, lo ha immaginato come un bambino normale, con tutte le parti del corpo al loro posto. L’unico problema degli “amici immaginari”, che preoccupa molto Budo, è che essi scompaiono quando il bambino che li ha creati cresce o quando non pensa più a loro e, in quel caso, il personaggio in questione comincia a sbiadire, fino a scomparire, tristemente, del tutto. A Budo è capitato spesso di assistere a tale “sparizione” ed ha il terrore che, prima o poi, capiti anche a lui ma, per sua fortuna, nonostante Max abbia già nove anni, ancora non mostra minimamente di voler rinunciare al suo più caro amico. Max frequenta la scuola primaria e, fra gli altri, ha due insegnanti, la signora Gosk e la signora Patterson. La prima è affettuosa e premurosa con Max, anche troppo, la seconda non piace né al bambino, né al suo amichetto. Anche Budo assiste alle lezioni e, a volte, gli piacerebbe tanto intervenire in difesa del suo amico ma, naturalmente, ciò non gli è consentito. Egli può stargli accanto e parlargli ma non può interferire nella sua esistenza, eppure nessuno conosce bene Max quanto Budo, neanche i suoi genitori. Lui solo sa quando è triste, quando è divertito o quando è annoiato, mentre tutti gli altri pensano che il bambino non provi alcuna emozione, “Non ride mai”, dicono. Invece, a dire di Budo, Max si diverte come tutti oppure s’innervosisce o prova dispiacere anche lui, solo che non sa esternarlo. Il suo problema mette in crisi i suoi genitori che spesso discutono tra loro su cosa sarebbe meglio fare per il bambino. Il suo papà lo ritiene del tutto normale mentre la sua mamma nota in lui una totale mancanza di affettività e delle reazioni caratteriali spropositate per futili motivi, inoltre “parla da solo”, per questo, l’uno è contrario e l’altra è favorevole all’intervento degli specialisti. Naturalmente, i due amici, il vero e l’immaginario, sono inseparabili, almeno finché non avviene un fatto assolutamente imprevedibile: un giorno Max scompare dalla scuola. Il suo amico invisibile cerca sempre di tenerlo d’occhio, in quanto, a volte, il bambino è distratto, presta poca attenzione a quanto lo circonda e corre dei pericoli, così, vuole proteggerlo. Ma questa volta il piccolo è scomparso nel nulla e Budo è disperato. Quando Max lo ha “creato” non gli ha attribuito la capacità di penetrare attraverso i muri, oppure di volare, facoltà che, in questo caso, gli sarebbero state assai utili per rintracciare il suo “padroncino” tanto amato. Il mistero della scomparsa di Max diventa, così, il punto nodale della narrazione e, di conseguenza, le peripezie compiute da Budo, con l’aiuto di altri amici immaginari, per ritrovarlo. Ciò che colpisce in questo libro è la descrizione assai accurata che l’autore, come già accennato, fa delle caratteristiche psicologiche del bambino autistico, vivendole, attraverso il suo amico “inventato”, con grande partecipazione. Non solo, Diks presenta il mondo dei bambini in generale in un modo talmente realistico, nonostante l’argomento del libro, da far comprendere al lettore come loro vedono le cose, mettendosi “al loro livello”, guardando tutto da un punto di vista infantile. Sembrerebbe un libro per bambini, ma, in realtà, è per tutti, coinvolgente dalla prima all’ultima pagina, anche divertente e, nello stesso tempo, commovente. Gli “amici immaginari”, infatti, altro non sono che la proiezione di noi stessi “al di fuori di noi stessi”, sono noi come vorremmo essere oppure sono i nostri amici come vorremmo che fossero: presenti, disponibili, affidabili, perché, in questa vita, tutti avremmo bisogno di essere supportati dall’aiuto sincero di altri e, sopra ogni cosa, dall’amore vero di qualcuno che per noi farebbe di tutto. Non sarebbe il caso che anche gli adulti, ogni tanto, potessero contare su un amico “immaginario” come Budo?

                                                                             Antonella Ferrari

     L'amico immaginario

Mattew Dicks , L’amico immaginario, Edizioni Giunti, pag.380, Milano, 2012, euro 12,00.

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Questa voce è stata pubblicata il 13 novembre 2014 da in Narrativa.
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