Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Helene Cooper, Le bambine di Sugar Beach

Tra le varie tipologie di romanzo il “memoir” è da sempre tra i più apprezzati, probabilmente perché rappresenta il compendio di più fattori come la storia, raccontata attraverso il filtro dell’esperienza personale, la quale si compenetra con le vicende di un individuo e della sua famiglia, a volte attraversando le generazioni. Anche se in parte i termini coincidono, non si tratta di una biografia, poiché il memoir comprende un periodo limitato di tempo, non richiede precisione e supporto documentario ai fatti e la ricostruzione storica può avere dei connotati critici. Quindi, accanto alla cronaca, troviamo i sentimenti e le emozioni, che scaturiscono dal ricordo, dalla rivisitazione di un tempo che è cronologico e mentale.

Da questo punto di vista, non sembra che “Le bambine di Sugar Beach” sia un romanzo pienamente riuscito. L’autrice, Helen Cooper, narra in prima persona le vicende relative alla sua famiglia, i cui capostipiti (sia da parte materna sia paterna) sono stati tra i fondatori della Liberia, nazione nata da discendenti di schiavi africani liberati, cresciuti in America (e americani per cultura e costumi), che tornano nella terra dalla quale i loro avi erano stati deportati, affrontando violenti scontri con le tribù indigene per motivi espansionistici e difficoltà di integrazione.

A partire da Elija Johnson e Randolph Cooper, i quali “appartenevano entrambi alla nebulosa classe sociale di neri affrancati provenienti dalle piantagioni del sud (America)”, impariamo faticosamente a conoscere i vari rami di un complesso albero genealogico e le importanti cariche politiche ricoperte da alcuni suoi membri. Attraverso le vicissitudini della famiglia Cooper, apprendiamo anche la storia della Liberia, così poco nota rispetto a quella di altri paesi ugualmente devastati da sanguinose guerre civili.

L’autrice ne parla più con l’animo della cronista (qual è il suo mestiere), che della narratrice, con una scrittura lucida, scorrevole, descrittiva che, tuttavia, rende gli eventi, anche i più drammatici (come il terribile sacrificio della madre perpetrato per difendere le sue bambine), in modo poco partecipato, come distaccato. Il motivo di tale scelta stilistica potrebbe ritrovarsi nella volontà dell’autrice di non indulgere nel sentimentalismo o nel pietismo, oppure in una forma di pudore dei sentimenti, che non permette che le sofferenze e le emozioni più intense siano completamente espresse.

Ne “Le bambine di Sugar Beach” tra il racconto degli eventi storici e quelli autobiografici, si avverte come uno stacco, tanto che i primi, volendo, potrebbero essere saltati a piè pari. Avvenimento centrale del romanzo è l’adozione di Eunice, di famiglia povera, affinché renda meno pesante la solitudine di Helene e della sorella minore Marlene, nell’enorme villa di famiglia, un’ostentazione di ricchezza sormontata da una cupola di vetro, piena di agi (servitori, aria condizionata e marmi), ma sita in campagna, piuttosto distante da Monrovia, il che la renderà una sorta di trappola in tempo di guerra.

Il colpo di Stato del 1980 (per opera del Sergente Samuel Kanyon Doe) farà da spartiacque nella storia della Liberia come in quella della famiglia Cooper, separando le ragazze, così che le due sorelle fuggiranno in America, spostandosi di città in città e di scuola in scuola, mentre Eunice sarà abbandonata dalla famiglia adottiva e costretta a tornare dalla madre. Da questo momento, la narrazione è incentrata sulle vicende di Helene che, terminati gli studi, da ragazzina isolata ed emarginata (in America non sarà più una privilegiata come in Liberia) sceglierà, per il suo riscatto e la sua realizzazione personale, la strada del giornalismo, sino ad arrivare a collaborare prima con il Wall Street Journal, poi con il New York Times.

Helene deciderà, inoltre, di prendere la cittadinanza americana come per allontanare da sé le vicende belliche liberiane, paradossalmente diventando corrispondente di guerra per il suo nuovo paese. Più defilate le vicende degli altri membri della famiglia, come Calista Dennis, la volitiva madre delle ragazze, suo marito John Lewis Jr. (sfuggito alla fucilazione, terribile destino riservato ad altri familiari), due sorelle e un fratello (Janice, Ora e John Bull) nati dal primo matrimonio del padre, la cugina Vicky, e, naturalmente, Eunice.

Il romanzo si conclude con il racconto del viaggio a ritroso di Helene attraverso la Liberia della memoria, non molto dissimile da quella attuale, pur con le macerie di un passato recente. Ciò che la muove è il suo incarico come volontaria in Irak per il Wall Street Journal, durante il quale avrà modo di riflettere sul fatto che, se il suo destino è morire in guerra, allora ciò dovrebbe accadere nel suo paese. Scopo del viaggio è ritrovare le sue radici, e, soprattutto, Eunice, per ottenerne il perdono e riallacciare le fila del rapporto con la sorella del cuore, per molto tempo tenuta al margine dei pensieri di Helene. Anche in questi passaggi, i sentimenti e le emozioni sono come smorzati. Viene da citare, a questo proposito, Isabel Allende de “La casa degli spiriti” o di “Inés dell’anima mia”, il primo quale modello di romanzo in cui storia e autobiografia (decisamente rielaborata) si armonizzano in modo perfetto, il secondo (che narra della Conquista spagnola) quale esempio in cui la cronaca non appesantisce la narrazione. Nei suoi romanzi, la Allende riesce ad esprimere pienamente le manifestazioni della sfera affettiva, dritte a toccare le corde del lettore, come ne “Il mio paese inventato”, in cui vengono con più efficacia descritti l’impatto traumatico del colpo di Stato, il dolore per il lungo esilio della protagonista e dei suoi familiari, dispersi per il mondo, assieme alla gioia del riscatto ed alla commozione per il recupero delle proprie radici.

Se la Cooper vorrà proseguire sulla strada della narrazione, dovrà portare a termine un processo di maturazione, anche se con la certezza dei risultati, dovuta alle ottime premesse e alla conferma di un prestigioso premio vinto dal suo romanzo, che oggi è anche un film.

Fiorella Ferrari

Le ragazze di Sugar beach

Helene Cooper, Le bambine di Sugar Beach, Newton Compton, Roma, 2010, p. 327, euro 14,90.

 © Pubblicato su “Conquiste del Lavoro – Via Po” N°671 del 05/06/2010.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 8 novembre 2014 da in Libri, Memoir, Narrativa, Recensioni con tag , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: