Fior di Libri

Ad ogni lettore il suo libro. Ad ogni libro il suo lettore. (Ramamrita Ranganathan)

Valeria Parrella, Lo spazio bianco

“Lo spazio bianco” è un vuoto che separa due capoversi della medesima pagina di vita. È una storia in pausa. L’esistenza di Maria, quarantadue anni, entra in quella fase di sospensione in cui il tempo si dilata e rallenta, quando, primipara matura, si ritrova a dover portare a termine la sua gravidanza tre mesi prima della data stabilita.

Mentre è sul lettino, dopo aver firmato il consenso informato (“come se io veramente avessi avuto un’alternativa”), ha solo la forza di rivolgere un’unica domanda al medico di turno, che le risponde: “La bambina nascerà sicuramente viva, ma potrebbe morire subito o sopravvivere con gravi handicap, oppure stare bene, lei lo sa?”. E lei, che forse sa e forse no o forse non le cambia proprio niente, mette al mondo una creatura che non è ancora una bambina, ma nemmeno più un feto, della cui condizione dice: “Il fatto è che mia figlia Irene stava morendo o stava nascendo, non ho capito bene: per quaranta giorni è stato come nominare la stessa condizione”.

Da quel momento il destino di Maria si lega a quello di altre madri, “un’umanità senza testa che consumava il suo tempo nella sala d’attesa”. Madri che, mentre sono di sostegno l’una per l’altra, allo stesso tempo provano invidia, quando una delle creature diventa più forte e riesce a respirare da sola. O sgomento, quando un segnale d’allarme acuto preannuncia la fatalità e il prossimo ingresso di un’incubatrice vuota.

Il mondo di Maria, quindi, diventa quello asettico (o così dovrebbe essere) dell’ospedale, zona preclusa agli amici di sempre che si andavano “rarefacendo” e “non per stanchezza o presunzione di potercela fare da sola, ma perché mi pareva, a guardare gli altri, di vedere il mio dolore sfocato in una sofferenza imprecisa”. Maria, invece, con le sue pene non vuole “affaticare nessuno”.

L’unica cosa che ancora la unisce alla creatura sgusciata dal suo utero per finire in quello artificiale dell’incubatrice, con il sondino nel naso, il tubicino dell’ossigeno nella trachea ed “il petto tatuato di elettrodi che le monitoravano le funzioni vitali” è “la fascetta di plexiglas che avevamo uguale, io al suo polso e lei al mio”.

Così, Maria continua questa gravidanza vissuta all’esterno del proprio corpo (“noi stiamo vedendo tutto dal vivo”), osservando Irene che finalmente mette della carne attorno alle piccole ossa, Irene che viene stubata, Irene che piange, Irene che giace finalmente tra le sue braccia con gli elettrodi ancora attaccati al corpo. Il passo successivo sarà cercare di nutrirla, ben consapevole che quel semplice atto di accudimento, in una bambina che non è in grado di regolare il flusso del latte o tossire per ricacciarne l’eccesso, potrebbe ucciderla. Maria la osserva e le sembra di essere riosservata a sua volta in una toccante prima forma di comunicazione muta.

L’intreccio del romanzo, sebbene poco complesso, è di quelli che colpiscono nel profondo, e dal quale traspare l’elemento autobiografico. Probabilmente, anche a Valeria Parrella, l’autrice, è capitato di dover rispondere alla domanda ricorrente nel romanzo e cioè: “Lei, lo sa?”. “È un gioco sporco. È un ricatto morale” risponde oggi, soprattutto a ridosso della moratoria sulla legge 194, circa la quale commenta: “Si sta facendo un discorso generale sulla vita, vita versus morte, ma quale vita?”.

Descritto con un linguaggio schietto ma poetico, il romanzo non tocca mai il pietistico. Anzi, spesso si connota di una freddezza che potrebbe trarre in inganno e far pensare ad un distacco dagli eventi, ma altro non è che una sorta d’impalcatura per impedire il tracollo di emozioni troppo intense. I dialoghi, spesso rappresentati con la cadenza tipica del dialetto napoletano, in netto contrasto con il lessico della voce narrante, contribuiscono a conferire realtà alla vicenda, così come i richiami ai vizi e alle virtù della città, che accompagnano gli stati d’animo di Maria.

La protagonista, la sola in realtà, poiché gli altri personaggi sono appena accennati, è figlia della provincia operaia napoletana, nella quale “ci si faceva male rinunciando”, e da cui riesce ad evadere attraverso gli studi universitari. Dopo aver appurato che non si diventa ciò che s’impara, si adatta all’unico lavoro che trova, ossia l’insegnamento in una scuola serale, assieme a Fabrizio, ex collega diventato il suo migliore amico. Grazie a questa esperienza viene a contatto con italiani ritornati tra i banchi per le “dinamiche più assurde” e stranieri desiderosi di accrescere la speranza in una vita migliore. Tra loro vi sono Gaetano, che ha lasciato tre dita della mano destra sotto una pialla e ora non riesce nemmeno a tenere la penna tra le due rimaste illese, solo perché più corte, e Anna che preferisce riprendere la terza media piuttosto che attendere in eterno la convalida degli studi, già compiuti nel paese d’origine.

Maria, messo in pausa anche il suo lavoro, sola, senza l’aiuto di un compagno, giacché il padre della bambina è semplicemente transitato per le loro esistenze (“Non era stato un grande amore, era stato solo distratto”), è costretta ad affrontare l’esperienza del parto prematuro e i nodi irrisolti del passato tutti assieme. Ad esempio, il rapporto con il dolore, da sempre ritenuto un “inciampo” in una vita in cui era solita attribuire continuità solo ai momenti positivi, oppure, con tutte le scelte che avrebbe potuto compiere e dalle quali Maria ha voluto mantenersi “equidistante”. Una conclusione non esiste giacché il capoverso, oltre lo spazio bianco, è semplicemente la vita che prosegue in modo diverso, per Maria e Irene, che ha finalmente la possibilità di riconciliare la sua età anagrafica a quella reale, e per Gaetano che lasciamo mentre sta scrivendo il suo compito in classe, durante gli esami per il diploma, cui, dopo lo spazio bianco, restano ancora delle pagine da scrivere. Pagine che sarebbe stato interessante leggere.

Fiorella Ferrari

Lo spazio bianco

Valeria Parrella, Lo spazio bianco, Einaudi, Torino, 2008, p. 112, euro 14,80.

© Pubblicato su “Conquiste del Lavoro – Via Po” del 25/04/2008.

2 commenti su “Valeria Parrella, Lo spazio bianco

  1. Ilaria Leo
    7 novembre 2014

    Ho amato moltissimo questo libro, letto, per altro, mentre aspettavo Filippo.
    Mi è piaciuto molto il personaggio di Maria, la sua fragilità e la sua forza.

    Bella recensione!

    "Mi piace"

    • fioferrari
      7 novembre 2014

      Grazie Ilaria! É davvero un bel libro, molto duro, molto sincero, ispirato all’esperienza reale della scrittrice. É una situazione non comune a tutte, per fortuna, anche se, in un certo senso, chi di noi non ha avuto timori, immotivati e non, durante la gravidanza e ha temuto per la vita della propria creatura?

      "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il 5 novembre 2014 da in Narrativa con tag , , .
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